Letture per manager

Leggere per lavorare beneLoredana Oliva segnala oggi sul Sole 24 Ore il libro Leggere per lavorare bene di Francesco Varanini (Marsilio, 2007), saggio che intende stimolare e appassionare i manager alla lettura di 22 romanzi (di Goethe, Balzac, Manzoni, Poe, Collodi – ma anche di autori meno noti come Felisberto Hernández, Matilde Serao, Gombrowicz, D’Arzo) per trovare spunti nuovi, elementi inediti, approcci più creativi al lavoro di ogni giorno.

Questo l’appello dell’autore raccolto da Loredana:

Leggete i romanzi. La capacità di affrontare situazioni nuove e difficili non si alimenta con lo studio accanito, né basta il ricorso a esperienze passate. Il presente incerto può essere vissuto efficacemente solo se la mente, lavorando senza costrizioni, sull’onda dell’emozione, porta alla luce qui e ora le conoscenze che servono“.

Dal canto mio, invece, ho scoperto di avere in casa una nuova giovane lettrice che si è appassionata a Job 24 – Il Sole 24 Ore. Diventerà manager pure lei?
Intensa lettura del Sole 24 Ore

Back to Secc

Ci sono persone che pur invecchiando non migliorano. Lavorammo insieme circa tre mesi, in una Web agency, poi io – dopo avere approfittato di un viaggio premio aziendale (neoassunto da 2 settimane!) – cambiai strada e iniziai con il giornalismo [quanto mai!]. Non nascondo un certo piacere nel ritrovarlo online, con la sua solita dissacrante capacità di fare del mondo del lavoro, di manager e super esperti di Hi-tech e comunicazione, un piacevole spezzatino in salsa surreale.

Questo uno stralcio tratto da un post a caso di Andrea Secci, geniale fannullone, che ha inaugurato da poco il suo blog “Back To Tech”:

“Prosegue il nostro studio sui disturbi provocati dalla corsa al potere manageriale. Uno dei primi sintomi si manifesta quando in casa si rompe qualcosa. Se, per esempio, il lavandino del bagno perde, il manager apre subito una gara e coinvolge almeno cinque idraulici. Ognuno di loro viene invitato in casa e dovrà consegnare in busta chiusa il preventivo e la strategia che intende adottare per aggiustare il rubinetto. Il vincitore della gara, verrà quindi gratificato e investito del titolo di Partner.”

Da tenere sotto stretta osservazione.

Ricordare Marco Biagi

Marco BiagiOggi, cinque anni fa l’omicidio di Marco Biagi. Mi limito a segnalare alcune risorse per chi vuole approfondire, come suggerito dal Presidente Napolitano oggi.

SITI DI RIFERIMENTO
Fondazione Marco Biagi.

ARTICOLI DI MARCO BIAGI
Tutti gli articoli di Marco Biagi per il Sole 24 Ore;
L’ultimo articolo di Marco Biagi “Chi frena le riforme è contro l’Europa“.

LETTURE
Il Libro Bianco realizzato da Marco Biagi [file .PDF, 450 Kbyte];
Competitività e Risorse Umane” (documento elaborato per Confindustria nel 2001) [file .PDF, 230 Kbyte];
Lo speciale del Sole 24 Ore online;
Intervento di Sergio Cofferati alla commemorazione di oggi a Bologna;
Alcune memorie di ex collaboratori (rivista Diritto del Lavoro);
Gli articoli [File .PDF] di Pietro Ichino sul Corriere della Sera e Maurizio Sacconi sul Giornale.

IMMAGINI
Da Google, Altavista.

LIBRI
Morte di un Riformista di Michele Tiraboschi, Marsilio, 2003.

Se il futuro scade prima del passato

È nera come la notte la visione del futuro di Federico Mello che con il testo L’Italia spiegata a mio nonno (qui in versione .PDF) condivide pubblicamante una percezione diffusa di precarietà e instabilità che si sentono oggi sulla pelle i giovani tra i 25 e 35 anni. È il racconto di chi entra (ed esce, per poi rientrare) nel mercato del lavoro, che fa molta molta più fatica di una volta per trovare una stabilità e continua a non capire il motivo per cui nel giro di boa di una sola generazione le cose siano diventate così diverse.

Del lungo testo (da leggere) riporto qui di seguito le Regole a metà tra Fight Club e il caporalato per i neoassunti, in stile Palahniuk, per prepararsi al “nuovo lavoro”:

Prima regola del nuovo lavoro:
Non si parla mai di diritti”.
Seconda regola del nuovo lavoro:
Non dovete parlare mai di diritti”.
Terza regola del nuovo lavoro:
Se qualcuno si accascia, è spompato, grida basta, fine del contratto”.
Quarta regola del nuovo lavoro:
Si combatte per un solo posto almeno in due per volta”.
Quinta regola del nuovo lavoro:
Con un contratto a progetto si fa comunque il lavoro di un dipendente”.
Sesta regola del nuovo lavoro:
Niente maternità, niente ferie”.
Settima regola del nuovo lavoro:
Il lavoro dura tutto il tempo necessario al datore di lavoro”.
Ottava regola del nuovo lavoro:
Se è la vostra prima mattina al nuovo lavoro, cominciate a combattere”.

Quando il capo è soltanto una rappresentazione

Il Grande Capo

Di tutti i film di Lars Von Trier Il grande capo è sicuramente quello più fruibile. La discontinuità dei frame non è poi così fastidiosa e sincopata, la narrazione perfino divertente. Un traguardo per chi ha fatto del cinema un Dogma di ricercata naturalezza.

Il cuore del film è la commedia, la possibilità di rappresentare e impersonificare la leadership e i comportamenti di servitù, se così si può dire di un’opera che non vuole essere di genere. Il capo, racconta Von Trier, è soltanto una rappresentazione sterile, funzionale, manovrabile, detestabile. Va preso a schiaffi quando è possibile. In perenne imbarazzo non conosce i suoi subalterni. Non sa negoziare. Tace, inventa, schiva, finge. Esiste soltanto per rappresentare la leadership, non per esercitarla. E quando è in difficoltà nella guerra dei consensi, non fa altro che inventare a sua volta “Il Grande Capo del Grande Capo” e ritrovare la solidarietà di soggetto vittima del proprio capo. 

Il capo non parla la ligua dominante nell’ufficio ed esercita il fascino soltanto su chi desidera ottenere progressi di carriera [divertente il fatto che il film sia stato censurato per una scena di sesso in ufficio, considerata dalla commissione di revisione cinematografica “chiaramente rappresentativa di un rapporto sessuale poco coerente con l’intero contesto narrativo”.. una segretaria che si inginocchia davanti al capo poco coerente?].

Alla fine il capo ne esce a pezzi. È un poveraccio, una macchietta, che non vede l’ora di terminare il proprio incarico perché alla fine è soltanto una pedina manovrata da chi lo governa restando nell’ombra. Film a suo modo geniale che si risolve con un vero coup de théâtre. Messaggio finale: una risata seppellirà i capi. E a ridere sarà soprattutto chi è in grado di mantenere la giusta distanza per osservare le assurdità che si vivono in ufficio ogni giorno.

Molto forte, incredibilmente vicino

Molto forte, incredibimente vicinoSono un convinto assertore dell’efficacia delle tecnologie digitali per lo svolgimento delle professioni intellettuali. Dopo avere scritto “Liberi professionisti digitali“, continuo a ripeterlo: servono, velocizzano, raggiungono un pubblico più vasto, aumentano la produttività individuale. Ma sono anche un inguaribile realista. Prima di ogni teoria, c’è il mondo circostante che si tocca con mano. I fatti sono là, prima dei giornalisti. Le notizie vengono prima dei commenti e il mondo prima della sua rappresentazione.

Prima non significa “senza”, ma per intenderci continuo a credere che la telefonata alle proprie fonti, l’incontro con le persone, la presenza sui luoghi dove le cose accadono e vengono dette, sarà sempre più importante della ricerca su Google, quando si tratta di trovare, scoprire, capire. E credo che se qualcosa cambierà nell’editoria sarà per una questione di costi, non per la mancanza di efficacia della tattilità o per la fisicità di un supporto, che conserva un sostrato di realtà molto forte, incredibilemente vicino. Conta più il costo del lavoro e della carta in questa vicenda, più di qualsiasi teoria del revanchismo dei blog o della rapidità delle informazioni. E non mi convince per niente la centralità di talune competenze per lo svolgimento dei nuovi lavori.

Non voglio sapere oggi quando (e se) veramente sparirà il New York Times cartaceo. Ma chi scriverà più brani come questo, tratto da Molto forte, incredibilmente vicino, di Jonathan Safran Foer, [che consiglio di leggere, sempre se non preferite gli e-book]?

[..] “Papà mi rimboccava sempre le coperte e mi raccontava delle storie bellissime e leggevamo il New York Times insieme e qualche volta fischettava anche I Am the Walrus, perché era la sua canzone preferita anche se non riusciva a spiegarmi cosa voleva dire, che mi dispiaceva. Una volta davvero fortissima è stata quando ha trovato sbagli in tutti gli articoli che abbiamo guardato, ma proprio in tutti. A volte erano errori di grammatica, altre di geografia, o sulle cose successe, e qualche volta era semplicemente che l’articolo non raccontava tutta la storia. Io ero contentissimo di avere un papà più intelligente del New York Times, e mi piaceva da matti sentire sulla guancia i peli del suo petto attraverso la maglietta, e il profumo di schiuma da barba che aveva sempre, anche alla fine della giornata. Stare con lui mi calmava il cervello. Non dovevo mai fare invenzioni.

È il racconto di un bambino newyorkese di nove anni, che ha perso il padre l’11 settembre 2001.