Cortesemente togli i piedi dalla mia testa

Chi è capitato su questo blog e non mi conosce da tempo deve sapere che ho sempre posto una particolare attenzione alle questioni di metodo legate agli aspetti di negoziazione e di valutazione del lavoro indipendente. Per due motivi: per confrontarmi; per condividere con altri – che sono nella mia stessa condizione – scelte e giudizi maturati con l’esperienza. Oggi provo con questa lista di regole che implicitamente mi sono dato per svolgere con coerenza il mio lavoro da freelance. Riguardano quotazioni, pagamenti, stile di negoziazione. Che ne pensate?

10 regole per lavorare come freelance (senza farsi mettere i piedi in testa)

  1. Non svendere il tuo lavoro e il tuo sapere;
  2. Insieme al “cosa” definisci sempre anche il “quanto”. Non pensare che ex post siano tutti onesti, anzi fai molta attenzione alle formule implicite perché saranno quasi sempre smentite dai fatti (chiedete ai giornalisti freelance);
  3. Lavorare gratis per chi fa profitti è dumping sociale! Se devi dare un contributo gratuito fallo unicamente per chi opera senza finalità di profitto (Associazioni, Università, eventi autogestiti ecc.);
  4. Se vuoi condividere un tuo sapere professionale senza trarne diretto beneficio economico [vendita] allora proteggilo per sempre con le corrette licenze d’uso da chi potrebbe trarne profitto e denuncia apertamente chi lo usa fuori dalle regole di licenza d’uso;
  5. Non utilizzare impropriamente la collaborazione di altri, ma pagala il giusto. Se usi mezzi di produzione open source restituisci qualcosa alla comunità. Decidi tu che cosa fare, ma non far finta di nulla perché sei in debito;
  6. Non accettare casi di insolvenza nei pagamenti: fatti sentire, insisti (con educazione), fatti assistere dalla tua comunità di interessi, fai pressione, magari denunciando a chi sta vicino ai cattivi pagatori i casi di illecito. In ultimo, non avere paura di fare causa civile. Il lavoro ha una sua dignità, falla rispettare;
  7. Quota sempre prima l’esperienza e il valore, poi il tempo;
  8. Non collaborare con chi usa esplicitamente metodi e valutazioni degradanti sul mondo del lavoro autonomo;
  9. Ricordati di essere libero e che esistono anche le parole “no”, “basta, fai pure da solo”, “grazie, ma non è nelle mie corde accettare queste condizioni di lavoro”;
  10. Cerca di trovare un rimedio e chiedi scusa a chi hai arrecato involontariamente danno violando uno di questi principi.

Un’occasione Uniqua

Scrivere su un blog in maniera seria, consapevole e documentata è una fortuna e al tempo stesso un impegno etico. Un esercizio di libertà e democrazia, e spesso anche un’occasione unica di espressione. Che ti dai, offri agli altri e non dovresti sprecare inutilmente…

Iniziai questa avventura anni fa con lo spirito euristico di chi vuole scoprire quali relazioni esistono tra contesti professionali e mondo dei blog, tra scrittura libera e rappresentazione del mondo del lavoro, in particolare di quello autonomo, così complesso e sottostimato in Italia (qui si parlava di partite IVA tre anni prima di quanto facesse Di Vico sul Corriere). L’ho sempre vissuto come esperimento, con leggerezza, anche se qualcuno ha preso troppo seriamente ciò che ho scritto, trovando spunto anche per azioni legali.

Una parziale conclusione l’ho raggiunta dopo quasi 850 articoli, oltre mille commenti e 4 anni di scrittura online: le condizioni per un esercizio significativo di questo tipo di attività presuppone tempo e conoscenze specialistiche, volontà, passione e capacità di lettura e approfondimento. Pazienza, molta. E una sola figlia, non due.

Se è tempo regalato, deve trovare un giusto equilibrio con tutto il resto: con te, con me, i miei casini e i tuoi, con le condizioni fisiche, quelle economiche, con il lavoro che hai o non hai, con quello che fai ogni giorno e dove pensi di scappare quando sei stanco e hai bisogno di rigenerarti (Londra, aspettami!).

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Consigli per Web letture

Qualche lettura per il week-end

Giornalisti freelance, è scontro col sindacato!

Credo che il mondo del giornalismo rappresenti un ambiente da studiare seriamente. Somma mirabilmente tutte le anomalie sistemiche italiane: vive di cooptazione; asservimento alla politica; sfruttamento del lavoro atipico; svuotamento delle professionalità; indifferenza verso seri percorsi di carriera e il talento; dumping sui prezzi per le prestazioni di lavoro autonomo; assenza di politiche di Welfare adeguate per i freelance e altro. Insomma un mercato che fa piuttosto schifo, asfittico e ipercompetitivo. Oltre a questo (se non bastasse) oggi somma un’ulteriore problema: lo scollamento serio e preoccupante del sindacato dal mondo del lavoro autonomo.

Invece di farsi i propri interessi, sarebbe opportuno che alla FNSI imparassero a leggere correttamente i fenomeni sociali e associativi. Si diano una mossa perché ciò che appare evidente è come il sindacato faccia oggi quadrato sul lavoro salariato, buttando a mare tutto il resto. E non bastano etichette a gruppetti regionali che mai si sono occupati del mondo freelance.

Ecco il Comunicato ufficiale e durissimo dell’Unione Sindacale dei Giornalisti Freelance in proposito:

 

I giornalisti freelance, iscritti alla FNSI, che si riconoscono nell’USGF (Unione Sindacale Giornalisti Freelance), a fronte della creazione della Commissione Lavoro Autonomo voluta dalla Giunta della FNSI e approvata dal Consiglio Nazionale del 4 febbraio, ribadiscono la loro intenzione di continuare il lavoro fin qui intrapreso.

Continueranno a impegnarsi perché l’Organismo di Base dei Freelance sia riconosciuto e venga integralmente applicata la mozione del Congresso di Saint Vincent del 2004, ribadita con una raccomandazione al Congresso di Castellaneta del 2007, che impegnava la dirigenza della FNSI a vararlo.

I giornalisti dell’USGF si sentono traditi dall’arroganza di una dirigenza sindacale che non ha osato neppure mettere in discussione in Consiglio Nazionale la proposta dell’Organismo di Base né aprire un confronto. I consiglieri hanno votato contro l’Organismo di Base senza essere informati e ignorando i contenuti delle proposte dell’Unione Sindacale Giornalisti Freelance.

I giornalisti freelance (che producono oltre il 50% dell’informazione dei media in Italia) ritengono di non aver bisogno di un tutor come deciso dai dirigenti della FNSI.

Esigono invece un sostegno e una reale rappresentanza.

Unione Sindacale Giornalisti Freelance

Job Web tools, qualche novità

Giusto due notiziole:

1) LinkedIn ha portato qualche miglioria al sistema di impaginazione dei CV. Poca roba. Da seguire invece la constante attenzione nell’ampliare l’integrazione con altre applicazioni Web.

neOLancer

2) Mi segnala Alberto l’avvio di neOLancer, un sistema che a prima vista assomiglia a un mix tra Link2Me (sul fronte della presentazione personale) e oDesk (nel sistema di matching e payment). Mette in contatto imprese e lavoratori indipendenti, consentendo la gestione delle fasi di lavorazione del progetto realizzato a distanza e intermediando la transazione monetaria. Da approfondire, appena ho tempo. Intanto fatevi un giro, se siete freelance.

I riflettori sul lavoro professionale autonomo

Qui ne scriviamo dal 2006, ma pare che pian piano gli attori più accreditati di stampa e mercato del lavoro abbiamo deciso negli ultimi mesi di occuparsene. Bene. O meglio, attenzione.

Mentre non nutro dubbi sulla bontà dell’operazione portata avanti dal Corriere della Sera con gli ampi servizi guidati da Dario Di Vico, che ha dato vita anche a un blog, ho meno fiducia nell’azione che alcuni sindacati o parti sociali stanno mettendo in pista intorno alle problematiche del lavoro professionale autonomo.

ALAI FLESA CislDopo FNSI (che ha toppato alla grande!) è la volta di CGIL e CISL (Alai-FeLSA), che vogliono attivare Aree dedicate alle professioni e Consulte sul Lavoro Professionale. E sta per arrivare anche CNA (che con Uniprof ha unito Assoprofessioni e CNA-Inproprio).

I dubbi provengono dal passato. La percezione di quanto fatto finora da Nidil o Clacs non lascia ben sperare, oltre al fatto che hanno tutta l’aria di essere operazioni calate dall’alto per cavalcare il momento o rimediare a una perdita di credibilità nell’azione svolta nei confronti del lavoro atipico e professionale autonomo, magari raccimolando nuove iscrizioni in bacini finora poco profittevoli per i sindacati. Staremo a vedere.

Molto interessante, invece, l’approfondimento che propone la Camera di Commercio di Milano, che giovedì prossimo presenta la ricerca “La città che sente e pensa. I creativi al lavoro nella città infinita“, condotta sul mondo dei freelance e lavoratori indipendenti dell’area milanese. In coda tutti i riferimenti.

Ecco alcuni  appuntamenti interessanti che accendono i riflettori sul lavoro professionale autonomo:

  • Promosso da CGIL – MILANO, 5 febbraio 2010 –  “Regole e tutele per il Lavoro Professionale nell’economia della Conoscenza“. Qui la locandina ufficiale.
  • Promosso da CNA/Assoprofessioni – ROMA, 4 febbraio 2010 – “Quale Welfare per le nuove professioni?“. Qui la locandina ufficiale.
  • Promosso da CCIAA Milano, Triennale Milano e Consorzio AASter – MILANO, 11 Febbraio 2010 – “La città che sente e pensa. I creativi al lavoro nella città infinita“. Qui il programma.

P.S. Per amici & Co: credo di passare agli eventi CGIL e AASter… ci vediamo lì.

Giornalismo freelance, lo schiaffo del sindacato

La FNSI proprio non molla le poltrone. Da anni esistono organismi di rappresentanza del mondo freelance che hanno fatto tutto quanto serve per accreditarsi presso il sindacato unitario secondo le regole stesse del sindacato, ma dall’interno non li fanno entrare. Chi cerca un caso di studio sulla gerontocrazia, ecco servito. La vicenda, scandalosa, è raccontata sul sito USGF (Unione Sindacale Giornalisti Freelance).

Interstizi del lavoro, gratuità e jackpot economy

Dopo aver riletto l’articolo di Andrew Ross “On the digital Labour Question“, già segnalato in precedenza, credo sia utile riportare anche alcune parti del suo discorso, una riflessione di grande lucidità rispetto a quanto taciuto spesso dai maggiori sostenitori della rivoluzione legata agli user generated content o alla blogosfera come spazio di controinformazione.

Quello che mi ripeto da tempo è: come entra il tema del lavoro in tutto questo? Possibile che si tengano separati Internet, l’economia della felicità o come volete chiamarla, e il mondo delle professioni e dei mestieri? Proprio nel segmento del mercato del publishing americano sono andati persi negli ultimi 10 anni il 36% dei posti di lavoro. Andrew Ross, scrive a proposito:

It can plausibly be concluded that much of the work accounted for by the gap between old and new media is simply being transferred into the interstices of the amateur/user economy that prevails on the web.

Capire verso quali forme di inquinamento dei diritti del lavoro stiamo andando incontro nei prossimi anni con il “capitalismo della conoscenza” (come lo definisce Ross) è un’emergenza del tutto equiparabile alla comprensione delle conseguenze portate dal capitalismo industriale sull’ambiente, sull’equilibrio e sullo sfruttamento delle risorse naturali.

Our regret that the amateur blogosphere can serve as a corrosive force against the payscales of professional labor may be only half the story one would like to tell about the blogosphere, but it is the half that is routinely neglected in the technolibertarian rush to portray the rapid flowering of Internet self-publication as a refreshing break from the filtering of the editorial gatekeepers.

C’è anche un secondo aspetto, oltre all’esaltante rush libertario dell’informazione “Web generated”: è lo spostamento delle dinamiche del lavoro dal produttore al consumatore. Così scrive Ross:

The more sophisticated techniques for extracting value from consumers or amateur users can be found in the digital platform economy where social participation on the web is more and more the raw material for engines of speculative profit.

Nel mondo del lavoro freelance il premio è l’autonomia (e altro), ma la trappola è là che aspetta. E si chiama downgrading, ribasso, dumping. Giocato sul filo di lana con il lavoro gratuito. Che si tratti di “just another transfer of work from more regulated kinds of labor market“? Andrew Ross risponde:

My instinct is [..] that there is a great deal of overlap between the traditional economy of unpaid work (mostly in the home) and that of work transfer. Technolibertarians who have consistently viewed cyberspace as a haven of free being are notoriously oblivious to the impact of the cut-price labor economy that is its default mode.

Inutile negare: il potenziale per scardinare il modello capitalistico e l’organizzazione del lavoro è elevatissimo. Così come quello di costituire mercati del gratuito, di “peer-to-peer common value” ed economie alternative di ogni sorta. Ma c’è qualcosa che non funziona del tutto. Se anche, dice Ross, “all of the interactive free labor that goes into user-generated value can be seen as a tribute we pay to the Internet as a whole so that the expropriators stay away from the parts of it we really cherish“, ovvero, se tutto ciò che facciamo gratuitamente per conservare ciò che è più caro servisse a tenere alla larga chi cerca di espropriarne le radici, “in the In the world of new media, where unions have no foothold whatsoever, the formula of overwork, underpayment, and sacrificial labor is entirely normative”.

Precisa meglio l’autore:

The blurring of the lines between work and leisure, the widespread use of amateur or user input on the social web or in open source, and the systematic expropriation […] has prompted some commentators to ask whether the experience of digital environments should direct us to rethink entirely our basic understanding of labor and enterprise.

Stiamo entrando in un’epoca in cui diventa norma la violazione degli standard del lavoro. In particolare questo accade “in the sector of old media that is most clearly aligned with the neo-liberal ethos of the jackpot economy. It’s an ethos which demands that we are all participants in a game that rewards only a few. Questo investimento di tempo personale, che – citando Mario Tronti – Andrew Ross definisce una “social factory”, porta alla condivisione di un grande lavoro di produzione che trova spazio negli “interstizi della società”. Ed è proprio per questo che la sua distorsione è ciò che “tende a irritare di più”.

Mondo freelance sotto la lente

Per chi lavorano i freelancer? Nel mercato americano accade questo:

Freelancers clients

Fonte: Freelance Forecast 2009BoomvangCreative.com

La ricerca Freelance Forecast 2009 (.PDF) elaborata da BoomvangCreative.com offre significativi spunti di appronfidimento per i freelance. Si trovano risposte utili ai fini di un orientamento verso il mercato e, sebbene siano basate sul mondo degli indipendent worker americani, gran parte delle evidenze sono condivisibili e adeguate anche per quelli italiani.

Costo OrarioAlcuni esempi. I cinque migliori aspetti del lavoro autonomo? I freelance dicono: la flessibilità di orario; l’essere il capo di se stessi; la varietà di materie da trattare; l’assenza di politiche aziendali; la possibilità di lavorare ovunque. E come si trovano i clienti? In ordine: passaparola; sistemi classici di rete; ricerca mirata e raccolta di informazioni; telefonate sistematiche (“a freddo”); associazioni professionali. Un’idea del costo orario praticato nel 2009, in media, dai freelancer made in USA si può vedere invece nel grafico a fianco.

Interessante, infine, il punto di vista dei clienti. Queste sono le ragioni per le quali si fa ricorso a un freelance:

Clienti che scelgono i freelance

Fonte: Freelance Forecast 2009BoomvangCreative.com

Per i committenti le cinque qualità più apprezzate sono: il talento e la qualità del lavoro; l’affidabilità; la comprensione delle necessità; conoscenze ed esperienza; capacità di rispettare i termini di consegna. E gli errori che compromettono un rinnovo futuro delle collaborazioni? Consegne saltate; bassa qualità del lavoro; incapacità di seguire gli incarichi; disonestà; troppo lavoro di gestione della collaborazione.