Interstizi del lavoro, gratuità e jackpot economy

Dopo aver riletto l’articolo di Andrew Ross “On the digital Labour Question“, già segnalato in precedenza, credo sia utile riportare anche alcune parti del suo discorso, una riflessione di grande lucidità rispetto a quanto taciuto spesso dai maggiori sostenitori della rivoluzione legata agli user generated content o alla blogosfera come spazio di controinformazione.

Quello che mi ripeto da tempo è: come entra il tema del lavoro in tutto questo? Possibile che si tengano separati Internet, l’economia della felicità o come volete chiamarla, e il mondo delle professioni e dei mestieri? Proprio nel segmento del mercato del publishing americano sono andati persi negli ultimi 10 anni il 36% dei posti di lavoro. Andrew Ross, scrive a proposito:

It can plausibly be concluded that much of the work accounted for by the gap between old and new media is simply being transferred into the interstices of the amateur/user economy that prevails on the web.

Capire verso quali forme di inquinamento dei diritti del lavoro stiamo andando incontro nei prossimi anni con il “capitalismo della conoscenza” (come lo definisce Ross) è un’emergenza del tutto equiparabile alla comprensione delle conseguenze portate dal capitalismo industriale sull’ambiente, sull’equilibrio e sullo sfruttamento delle risorse naturali.

Our regret that the amateur blogosphere can serve as a corrosive force against the payscales of professional labor may be only half the story one would like to tell about the blogosphere, but it is the half that is routinely neglected in the technolibertarian rush to portray the rapid flowering of Internet self-publication as a refreshing break from the filtering of the editorial gatekeepers.

C’è anche un secondo aspetto, oltre all’esaltante rush libertario dell’informazione “Web generated”: è lo spostamento delle dinamiche del lavoro dal produttore al consumatore. Così scrive Ross:

The more sophisticated techniques for extracting value from consumers or amateur users can be found in the digital platform economy where social participation on the web is more and more the raw material for engines of speculative profit.

Nel mondo del lavoro freelance il premio è l’autonomia (e altro), ma la trappola è là che aspetta. E si chiama downgrading, ribasso, dumping. Giocato sul filo di lana con il lavoro gratuito. Che si tratti di “just another transfer of work from more regulated kinds of labor market“? Andrew Ross risponde:

My instinct is [..] that there is a great deal of overlap between the traditional economy of unpaid work (mostly in the home) and that of work transfer. Technolibertarians who have consistently viewed cyberspace as a haven of free being are notoriously oblivious to the impact of the cut-price labor economy that is its default mode.

Inutile negare: il potenziale per scardinare il modello capitalistico e l’organizzazione del lavoro è elevatissimo. Così come quello di costituire mercati del gratuito, di “peer-to-peer common value” ed economie alternative di ogni sorta. Ma c’è qualcosa che non funziona del tutto. Se anche, dice Ross, “all of the interactive free labor that goes into user-generated value can be seen as a tribute we pay to the Internet as a whole so that the expropriators stay away from the parts of it we really cherish“, ovvero, se tutto ciò che facciamo gratuitamente per conservare ciò che è più caro servisse a tenere alla larga chi cerca di espropriarne le radici, “in the In the world of new media, where unions have no foothold whatsoever, the formula of overwork, underpayment, and sacrificial labor is entirely normative”.

Precisa meglio l’autore:

The blurring of the lines between work and leisure, the widespread use of amateur or user input on the social web or in open source, and the systematic expropriation […] has prompted some commentators to ask whether the experience of digital environments should direct us to rethink entirely our basic understanding of labor and enterprise.

Stiamo entrando in un’epoca in cui diventa norma la violazione degli standard del lavoro. In particolare questo accade “in the sector of old media that is most clearly aligned with the neo-liberal ethos of the jackpot economy. It’s an ethos which demands that we are all participants in a game that rewards only a few. Questo investimento di tempo personale, che – citando Mario Tronti – Andrew Ross definisce una “social factory”, porta alla condivisione di un grande lavoro di produzione che trova spazio negli “interstizi della società”. Ed è proprio per questo che la sua distorsione è ciò che “tende a irritare di più”.

Ultima modifica: 2009-12-14T18:20:45+01:00 Autore: Dario Banfi

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