La ricetta anti-fannulloni

La Regione Lazio ci vuole provare, almeno sulla carta. E dopo avere commissionato uno studio a Pietro Ichino presumibilmente adotterà queste linee di intervento per sconfiggere l’ipertrofia del sistema pubblico, la malattia congenita nel DNA dei fannulloni e la cultura dello stipendio slegato dai risultati:

1) adozione di un sistema di valutazione indipendente dell’operato dell’amministrazione regionale, in grado di coinvolgere anche l’opinione pubblica;

2) responsabilizzazione dei dirigenti rispetto a obiettivi precisi e verificabili che riallineino il Lazio alle altre Regioni su temi come: a) riduzione delle aree funzionali, dei dirigenti e dei costi associati; b) assenteismo;

3) sperimentazione di meccanismi premianti collegati alla valutazione dei cittadini rispetto a servizi regionali.

Tutti i dettagli nello studio “Regione Lazio, quattro scelte coraggiose per una svolta” (file .PDF), unico nel suo genere sul lavoro dei dipendenti pubblici. Interessante la parte di analisi sul modello “exit-voice-loyalty” di Hirschman, sui cui Ichino insiste da tempo. Si ascolti, per esempio, anche questo intervento di marzo 2007.

Gabbia o salario?

Singolare dialogo a distanza tra Pietro Ichino (“Il merito e il salario“, Il Corriere della Sera), Tito Boeri (“La gabbia dei contratti“, La Stampa) e Giorgio Cremaschi (La gabbia del liberismo concertativo sui salari, Liberazione) che sulle colonne di tre giornali differenti si sono confrontati in questi giorni sul tema della variabilizzazione delle retribuzioni e sui rinnovi dei contratti [fermi per il 57,5% dei dipendenti].

Forse a chi non legge i tre giornali contemporaneamente sarà sfuggito, ma un confronto incrociato come questo aiuta moltissimo per capire oggi quale siano le ragioni che contrappongono il sindacato più intransigente (FIOM) alla politica

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Dipendenti cercano manager capaci

Il collettivo dei lavoratori di ogni impresa fa una scelta tutti i giorni: quella di non mandare a casa il proprio capo-azienda. E quindi, in caso di insoddisfazione, potrebbe anche cambiarlo e mettersi in cerca di un manager migliore“. Questo è ancora una volta Pietro Ichino che parla, provocatorio e diretto. Il suo intervento a “Lavoro e PrecariEtà” – giornata del Forum Economia e Società dedicata al mercato del lavoro – ha creato scompiglio e qualche prurito in molti relatori e ascoltatori. Massimo Sideri offre un sunto dell’intervento sul Corriere della Sera di venerdì.

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Treu, Ichino e Cazzola sulla Legge Biagi

C’è chi sostiene che il modello dei giornali sia oramai obsoleto rispetto a Internet per creare dibattito, repliche o inoltrare risposte dirette. Da un punto di vista dell’apertura al grande pubblico è vero, ma vorrei segnalare un caso interessante relativo al tema del lavoro. Ieri Tiziano Treu ha rilasciato un’intervista a La Repubblica dedicata a Marco Biagi e alla legge che porta il suo nome. A distanza di 24 ore sul Corriere della Sera di oggi e la stessa Repubblica sono arrivati su fronti opposti i contro-interventi di Pietro Ichino e Giuliano Cazzola.

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Solidarietà per Pietro Ichino

Senza parole. Lascia senza parole l’ennesima messa a fuoco, come obiettivo, da parte delle BR di un giuslavorista. Non tanto perché si tratta di Pietro Ichino (l’ipotesi che anche altri possano essere nel mirino non è da escludere), ma perché si ripete una storia vista già troppe volte, che ripropone un’idea assurda di civiltà e di scontro sociale basato sulla violenza e l’eliminazione fisica dell’avversario politico. L’unico vero modo di formare un’opinione pubblica – ricordiamolo ancora una volta – è quella del dialogo, sulle riforme o controriforme come le si voglia chiamare.

Vale la pena a questo proposito rileggere la “Lettera aperta ai terroristi” che Pietro Ichino firmava nel 2003 sulle colonne del Corriere della Sera. Questa una delle parti salienti:

Fra voi terroristi e noi vostre vittime designate, più o meno protette, basterebbe anche molto meno per fare un passo avanti importante: basterebbe smettere di considerarci reciprocamente come idee astratte, come alieni. Dateci un segno, anche solo per dirci che tutto questo discorso vi fa schifo. Guardiamoci negli occhi, anche soltanto per un attimo.

Sul Corriere della Sera di oggi, invece, si legge, nell’articolo “Un mestiere così pericoloso” a firma del giuslavorista:

Il lavoro è materia che scotta e lo studioso che fa bene il suo mestiere, in questo campo, è costretto troppo sovente a dire cose che urtano contro dei tabù, contro un modo fazioso e non pragmatico di affrontare le questioni, tipico del dibattito italiano su questi temi. Chi non si rassegna a omologarsi con il «pensiero corazzato» dell’un campo politico o dell’altro rischia di trovarsi isolato e schiacciato tra le opposte faziosità. Viene temuto come il demonio dalle vestali di quel «pensiero corazzato», perché il suo discorso problematico squalifica i loro slogan facili, le loro scorciatoie concettuali; quindi finiscono col demonizzarlo, nel tentativo di chiudere il dibattito prima ancora che esso si apra. Solo a parole, si intende. Ma nel nostro Paese c’è ancora qualcuno che la «chiusura preventiva del dibattito » la intende in un altro modo.