Dipendenti cercano manager capaci

Il collettivo dei lavoratori di ogni impresa fa una scelta tutti i giorni: quella di non mandare a casa il proprio capo-azienda. E quindi, in caso di insoddisfazione, potrebbe anche cambiarlo e mettersi in cerca di un manager migliore“. Questo è ancora una volta Pietro Ichino che parla, provocatorio e diretto. Il suo intervento a “Lavoro e PrecariEtà” – giornata del Forum Economia e Società dedicata al mercato del lavoro – ha creato scompiglio e qualche prurito in molti relatori e ascoltatori. Massimo Sideri offre un sunto dell’intervento sul Corriere della Sera di venerdì.

Leggi tutto

Treu, Ichino e Cazzola sulla Legge Biagi

C’è chi sostiene che il modello dei giornali sia oramai obsoleto rispetto a Internet per creare dibattito, repliche o inoltrare risposte dirette. Da un punto di vista dell’apertura al grande pubblico è vero, ma vorrei segnalare un caso interessante relativo al tema del lavoro. Ieri Tiziano Treu ha rilasciato un’intervista a La Repubblica dedicata a Marco Biagi e alla legge che porta il suo nome. A distanza di 24 ore sul Corriere della Sera di oggi e la stessa Repubblica sono arrivati su fronti opposti i contro-interventi di Pietro Ichino e Giuliano Cazzola.

Leggi tutto

Solidarietà per Pietro Ichino

Senza parole. Lascia senza parole l’ennesima messa a fuoco, come obiettivo, da parte delle BR di un giuslavorista. Non tanto perché si tratta di Pietro Ichino (l’ipotesi che anche altri possano essere nel mirino non è da escludere), ma perché si ripete una storia vista già troppe volte, che ripropone un’idea assurda di civiltà e di scontro sociale basato sulla violenza e l’eliminazione fisica dell’avversario politico. L’unico vero modo di formare un’opinione pubblica – ricordiamolo ancora una volta – è quella del dialogo, sulle riforme o controriforme come le si voglia chiamare.

Vale la pena a questo proposito rileggere la “Lettera aperta ai terroristi” che Pietro Ichino firmava nel 2003 sulle colonne del Corriere della Sera. Questa una delle parti salienti:

Fra voi terroristi e noi vostre vittime designate, più o meno protette, basterebbe anche molto meno per fare un passo avanti importante: basterebbe smettere di considerarci reciprocamente come idee astratte, come alieni. Dateci un segno, anche solo per dirci che tutto questo discorso vi fa schifo. Guardiamoci negli occhi, anche soltanto per un attimo.

Sul Corriere della Sera di oggi, invece, si legge, nell’articolo “Un mestiere così pericoloso” a firma del giuslavorista:

Il lavoro è materia che scotta e lo studioso che fa bene il suo mestiere, in questo campo, è costretto troppo sovente a dire cose che urtano contro dei tabù, contro un modo fazioso e non pragmatico di affrontare le questioni, tipico del dibattito italiano su questi temi. Chi non si rassegna a omologarsi con il «pensiero corazzato» dell’un campo politico o dell’altro rischia di trovarsi isolato e schiacciato tra le opposte faziosità. Viene temuto come il demonio dalle vestali di quel «pensiero corazzato», perché il suo discorso problematico squalifica i loro slogan facili, le loro scorciatoie concettuali; quindi finiscono col demonizzarlo, nel tentativo di chiudere il dibattito prima ancora che esso si apra. Solo a parole, si intende. Ma nel nostro Paese c’è ancora qualcuno che la «chiusura preventiva del dibattito » la intende in un altro modo.

L’autorità dei fannulloni

Pietro Ichino ha colpito ancora. A torto o a ragione le sue proposte continuano a far discutere. Dopo il periodo “rosso” in cui dipingeva le questioni sindacali come viziate da un’arretratezza culturale invalicabile, freno irremovibile per lo sviluppo delle relazioni industriali e della trattativa delocalizzata, siamo entrati nella fase del “fannullonismo”.

Serve un’Authority che controlli la Pubblica Amministrazione, dice. I fannulloni sono troppi e appesantiscono la PA. Tempo due ore dopo la formulazione di un disegno di legge in materia da depositare in Parlamento per interposta persona che i sindacati l’hanno subito messo in croce.

La questione è delicata visto che i 4 milioni di pubblici impiegati gestiscono il 46% del nostro PIL. Oggi McKinsey usa termini più sofisticati, parla di recupero della produttività, ma il concetto è uguale. Nessuno ha obiettato. Questo significa che hanno ragione tutti, era soltanto una questione di linguaggio. Si continuerà come prima.