Il diritto al contratto

Ieri Pietro Ichino con l’editoriale “Il contratto impossibile” (pubblicato sul Corriere della Sera) ha ricordato come metà dei dipendenti italiani stia attualmente lavorando con un contratto di lavoro scaduto. Tema forte, sul quale interviente con questa nota:

I sindacati protestano denunciando la violazione del “diritto dei lavoratori al contratto”. Ma con questo slogan essi eludono il problema. In un sistema basato sul principio del contrattualismo un “diritto al contratto” non esiste proprio. 

Il giuslavorista cita il caso dei giornalisti. La risposta della FNSI non si è fatta attendere. Questa è una parte dell’intervento di Serventi Longhi:

Ricordiamo le parole pronunciate in questi mesi dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha sottolineato ripetutamente «il diritto primario dei giornalisti ad un contratto di lavoro regolarmente rinnovato». Concetti simili hanno espresso i Presidenti del Senato e della Camera. Nelle loro affermazioni abbiamo colto un riconoscimento del valore del lavoro – giornalistico e no – che poco traspare dalle tesi di Ichino.

E questa è la controreplica di Pietro Ichino. Nel frattempo gli editori hanno abbandonato l’ennesimo tavolo delle trattative voluto dal Ministero del Lavoro. Uno dei nodi irrisolti resta quello del lavoro autonomo, ovvero di chi una certezza del contratto proprio non ce l’ha. E non ce l’ha da anni. Questo deficit di trasparenza genera oggi danni ben visibili, lavoro nero, irregolarità, precarietà, percorsi di carriera irrisolti. E’ un fatto reale, non di mera visione giuslavoristica.

Porre la questione soltanto sul piano giuridico è l’anticamera del declino e d’altra parte non è un caso che moltissimi lavoratori del giornale sul quale pubblica lo stesso Ichino (e molti altre testate, beninteso) abbiano ottenuto un contratto regolare soltanto dopo avere fatto causa alla RCS. Il fatto che non esista un diritto al contratto è una verità, ma affermarlo senza porre anche la questione opposta (“Perchè le parti non firmano?“), entrando soprattutto nel merito, non fa altro che accellerare un processo di deregulation che è già in atto e spinge verso il basso la parte più debole, una parte che lo sciopero oggi non tutela più abbastanza.

Non si fa cioè un favore alle parti [soprattutto a quelle più esposte alla precarietà] sostenere che nessuno obblighi ad arrivare a un accordo o che la negoziazione si possa portare a casa soltanto nel distretto X o nel comparto Y. Per i giornalisti non è una questione di metodo, ma soprattutto di merito. Anche e soprattutto perché si è portato allo scoperto per la prima volta nella storia della contrattazione nazionale il tema del lavoro autonomo! C’è poi una questione che non capisco. Chi si disinteressa allegramente di un tavolo ministeriale ascolta forse con maggiore attenzione un Rsa, un Comitato di Redazione o un’associazione di lavoratori locali? E’ soltanto “spacchettando” i poteri che si portano a casa gli accordi? Non è sempre avvenuto il contrario, che sia l’unione a determinare le soluzioni migliori?

Ultima modifica: 2007-06-14T18:39:26+02:00 Autore: Dario Banfi

0 commenti su “Il diritto al contratto”

  1. Visto che parliamo di mettere sul piano, allora mettiamo Ichino a 90 gradi…
    Il suo commento sul Corriere mi fa venire in mente quelli che a suo tempo non volevano lo Statuto dei lavoratori adducendo motivazioni sofistiche. Se uno sviluppo in Italia c’è stato, lo dobbiamo anche e proprio al cosiddetto “diritto” al contratto. Che, guarda caso, trova difficoltà di applicazione da quando è stata introdotta la flessibilità spinta nel lavoro.
    Ovvero: qui c’è qualcuno che ci marcia. E non sono certo i lavoratori. Se avere “una visione comune del contesto economico complessivo” vuol dire continuare a estendere la precarietà usa-e-getta del lavoratore come piacerebbe agli industriali e agli imprenditori, allora Ichino se la può anche andare a prendere in quel posto. Senza se e senza ma.

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  2. Accidenti Chicco che memoria, lo Statuto è del 1970 :-) Condivido in pieno il fatto che c’è qualcuno che ci marcia.. ma non credo che si volesse estendere la precarietà selvaggia con quel commento. A mio avviso è soltanto un pessimo esempio di considerazione secca sul metodo che evita il merito delle questioni, che invece dovrebbe sempre stare al centro della negoziazione e dei suoi commenti..

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