E Polis ultima chiamata

La crisi di EPolis

Brutta vicenda quella di E Polis, soprattutto per i giornalisti coinvolti (ai quali esprimo la mia solidarietà!), dopo che lo stampatore ha fermato le rotative visto il debito accumulato da Niki Grauso. Ne parlano Ciro Pellegrino, Chicco Merdez, The Magician, L’AltraVoce.net e Copiascolla.

P.S. Rimpiango ancora una volta di più la chiusura del Barbiere della Sera.

Il capitalismo cognitivo

Documento d’eccezione quello segnalato da Chicco e riportato sul sito LSDI dal titolo “Freelance, tra assenza di diritti e desiderio di autonomia” (file .PDF). Il capitolo 3, dal titolo “Capitalismo cognitivo”, è molto bello e ricco di spunti su un tema a me caro. Riconosco qualche tratto di penna alla Sergio Bologna e Aldo Bonomi.

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Farina di un pessimo sacco

Tre rapidi scatti sul giornalismo nostrano:

1. L’ordine nazionale dei giornalisti ha radiato (finalmente) uno dei suoi iscritti per “spionaggio” e porcherie varie. Tempo otto secondi netti e Silvio Berlusconi e tutta la squadra subito lo hanno riabilitato con parole di stima. Così Berlusconi: “Esprimo la mia solidarietà personale e a nome di tutta Forza Italia a Renato Farina, che ha sempre difeso i valori della libertà“. E a seguire Gabriella Carlucci: “Forza Italia deve fondare una propria scuola di giornalismo e nominare Farina rettore, perchè è un giornalista vero e un modello per i giovani“;

2. Il patrono delle cause sociali, del governo dei cittadini, difensore della trasparenza e bla bla bla Beppe Grillo, ha licenziato uno dei suoi collaboratori giornalisti per una questione di banale rinoscoscimento economico del lavoro svolto e quando gli è stato chiesto dal diretto interessato una spiegazione ha risposto che non si cura degli aspetti manageriali del suo blog;

3. Per Luca Cordero di Montezemolo, a capo della Fieg, editore di tutti gli editori, la carta stampata dovrà fronteggiare sempre più lo sviluppo di mezzi come Internet, con i motori di ricerca e la telefonia mobile, “attori che prendono senza dare, che non producono contenuti ma poggiano la loro forza sulla tecnologia. Con software che somigliano a parassiti, hanno bisogno di un muro per arrampicarsi, cioè le informazioni dei giornali, ma poi lo distruggono prosciugandone le fonti pubblicitarie“. Qualcuno gli spieghi qual è l’importo annuo della pubblicità online e che anche gli editori nostrani hanno siti Web. Di che parlava, di Google News?

Ho sempre pensato che le tre piaghe del nostro giornalismo fossero la commistione col potere, l’assenza di correttezza nella valorizzazione del lavoro, la scarsa visione strategica degli editori. 

Cattivi pensieri sul lavoro giornalistico

Libro Bianco sul Lavoro NeroQui non c’entrano i blog, Internet e tutta la vicenda cara agli impallinatori della carta stampata. La storia è ben diversa. Distante anni luce da chi si diverte a trovare refusi su Corriere.it o agenzie di stampa, oppure a pesare il numero di immagini di scosciate messe in home page. Sto parlando del precariato nel giornalismo nostrano, una materia che non sarebbe male che si conoscesse di più, anche tra chi scrive online.

Per lavoro ho dovuto leggere e recensire (leggi il .PDF) di recente il “Libro Bianco sul Lavoro Nero”, pubblicato dal Centro di Documentazione Giornalistica e mi sono sentito in forte imbarazzo. È regola diffusa infatti che i giornalisti non parlino mai di se stessi sui media. Si sono ritagliati da anni uno splendido spazio di riflessione, ma è prassi comune evitare di portare sul tavolo delle redazioni notizie sul mercato giornalistico. Troppo naive l’autoreferenzialità. La conseguenza? Il sottobosco del mercato del lavoro giornalistico è diventato oramai una selva oscura, dove si trova di tutto, ai limiti della legalità e rigorosamante taciuto al pubblico.

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Una professione che va a fondo

La fonte dell’annuncio è nientemeno che il sindacato lombardo di categoria. Degli unici due annunci pubblicati, uno è questo [lo scopo del servizio Web, dichiara l’ALG, è di “creare un punto di incontro qualificato per la condivisione delle informazioni e delle esperienze“].

Cercansi giornalisti che sappiano andare in profondità nei servizi, evitino articoli all’acqua di rose, magari siano i grado di aggiornare un sito con la tuta da palombaro addosso. Strano che non siano richieste competenze in comunicazioni wireless dal largo del Pacifico o la disponibilità a scaricare al porto. E poi lo si chiama lavoro sommerso…

Giornalista Subbbbacqueo

Molto forte, incredibilmente vicino

Molto forte, incredibimente vicinoSono un convinto assertore dell’efficacia delle tecnologie digitali per lo svolgimento delle professioni intellettuali. Dopo avere scritto “Liberi professionisti digitali“, continuo a ripeterlo: servono, velocizzano, raggiungono un pubblico più vasto, aumentano la produttività individuale. Ma sono anche un inguaribile realista. Prima di ogni teoria, c’è il mondo circostante che si tocca con mano. I fatti sono là, prima dei giornalisti. Le notizie vengono prima dei commenti e il mondo prima della sua rappresentazione.

Prima non significa “senza”, ma per intenderci continuo a credere che la telefonata alle proprie fonti, l’incontro con le persone, la presenza sui luoghi dove le cose accadono e vengono dette, sarà sempre più importante della ricerca su Google, quando si tratta di trovare, scoprire, capire. E credo che se qualcosa cambierà nell’editoria sarà per una questione di costi, non per la mancanza di efficacia della tattilità o per la fisicità di un supporto, che conserva un sostrato di realtà molto forte, incredibilemente vicino. Conta più il costo del lavoro e della carta in questa vicenda, più di qualsiasi teoria del revanchismo dei blog o della rapidità delle informazioni. E non mi convince per niente la centralità di talune competenze per lo svolgimento dei nuovi lavori.

Non voglio sapere oggi quando (e se) veramente sparirà il New York Times cartaceo. Ma chi scriverà più brani come questo, tratto da Molto forte, incredibilmente vicino, di Jonathan Safran Foer, [che consiglio di leggere, sempre se non preferite gli e-book]?

[..] “Papà mi rimboccava sempre le coperte e mi raccontava delle storie bellissime e leggevamo il New York Times insieme e qualche volta fischettava anche I Am the Walrus, perché era la sua canzone preferita anche se non riusciva a spiegarmi cosa voleva dire, che mi dispiaceva. Una volta davvero fortissima è stata quando ha trovato sbagli in tutti gli articoli che abbiamo guardato, ma proprio in tutti. A volte erano errori di grammatica, altre di geografia, o sulle cose successe, e qualche volta era semplicemente che l’articolo non raccontava tutta la storia. Io ero contentissimo di avere un papà più intelligente del New York Times, e mi piaceva da matti sentire sulla guancia i peli del suo petto attraverso la maglietta, e il profumo di schiuma da barba che aveva sempre, anche alla fine della giornata. Stare con lui mi calmava il cervello. Non dovevo mai fare invenzioni.

È il racconto di un bambino newyorkese di nove anni, che ha perso il padre l’11 settembre 2001.