Precarietà e rischi psicosociali

Chi ha letto L’uomo flessibile (il cui titolo originale era “The Corrosion of Character“) di Richard Sennett sa di che cosa si parla quando si mescola il tema della flessibilità/precarietà con quello della salute personale e del benessere psicosociale. L’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro ha deciso di vederci un po’ più chiaro e con l’aiuto dello European Risk Observatory ha concluso l’indagine “Expert forecast on Emerging Psychosocial Risks related to occupational Safety and Health” (2,3 MB .PDF) in cui si mettono in relazione il “rischio per la salute” e le forme di “occupazione precaria”.

I più importanti fattori e rischi psicosociali emergenti, identificati nella ricerca, che possono portare al deterioramento della salute fisica e mentale e all’innalzamento dello stress, sono: 1) le nuove forme contrattuali precarie e l’insicurezza del posto di lavoro; 2) l’esposizione al rischio per la salute dei lavoratori in età adulta; 3) l’intensificazione del lavoro; 4) il forte coinvolgimento emotivo, legato alla possibilità di reiterare o perdere un’occupazione; 5) la scarsa qualità del rapporto tra vita privata e lavoro.

In una scala che vede i valori superiori a 4 come “strongly agreed as emerging”, questi sono i primi dieci elementi di rischio:

Emerging Risk for Health Condition of workers

Qui un mio abstract (.PDF) della ricerca con le questioni di dettaglio più importanti sui primi 4 fattori di rischio. Se ancora ve ne fosse stato bisogno si mette in luce come i lavoratori “in these types of contract (such as temporary, on-call or part-time contracts) are more vulnerable than, for instance, permanent workers. Indeed, they usually carry out the most hazardous jobs, work in poorer conditions, and often receive less training, which increases the risk of occupational accidents“. Inoltre, hanno un rapporto con la famiglia ad alto livello di stress e vivono una condizione emotiva particolarmente logorante.

Le conseguenze sociali di queste tipologie di  malessere non sono certo chiare, si dice soltanto essere rischi emergenti. Oggi, ovviamente. Ma come insegna Michel Foucault, la normalità, anche nel concetto di salute pubblica non è mai assoluta. Forse si tratta soltanto un segno dei tempi, un elemento di frizione [stress, appunto] che nasce dalla nuova domanda (implicitamente nascosta nel dibattito tra flessibilità e precarietà) di essumersi maggiori rischi individuali. E che può rafforzare, alla distanza, la persona intesa come soggetto sociale. Forse, invece, si tratta della decomposizione di un tessuto sociale così come l’abbiamo conosciuto finora. Un movimento di disgregazione della cultura del lavoro che si ripercuote in ultima istanza, negativamente, sulla condizione psicofisica del lavoratore e mina la sua stabilità soggettiva nel rapporto con gli altri.

Certo è – come sostiene l’indagine – che ci si può fare molto male mentre si cerca di capire da che parte guardare il problema.

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P.S. Update. Vedo che proprio oggi La Repubblica – casualmente.. :-) – ha trattato lo stesso tema, ma noto che gran parte della lettura del testo è stata fuorviata da un precedente articolo, da cui si è attinto a piene mani. L’errore: scambiare l’elemento considerato “fattore di rischio” con una “causa effettiva”. I precari sono diventati malati con maggiori patologie conclamate. A mio avviso la questione è ancora aperta e va dunque posta nei termini corretti, ovvero interlocutori rispetto al futuro. Come giustamente cita il documento sono “fattori di rischio e di vulnerabilità”. Come respirare aria cattiva in città dove però può capitare che i non fumatori abbiano magari minori malanni dei tobagisti di montagna. Per questo si tratta di indagine qualitativa, non quantitativa.

Nota polemica: Non basta trovare una fonte su Wikio o Del.icio.us e un pezzo già scritto altrove, poco frequentato, per fare una bella figura su una testata nazionale. I contenuti vanno capiti, masticati, criticati.  Sui blog ancora ancora è accettabile, non lo si fa professionalmente, sui giornali no.

Ultima modifica: 2007-11-06T16:27:04+01:00 Autore: Dario Banfi

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