LinkedIn e LinkedOut

Tutto vero quello che scrive Pietro in relazione a LinkedIn: iscrizione, network, endorsement ecc. Vorrei però fare un passo avanti – con chi ha voglia di leggere questo lungo post – e discutere sulla reale efficacia di questi social network per trovare lavoro.

Linkedin

Bisogna essere onesti e chiarire meglio questo punto perché l’idea (e la concretezza) delle “reti di conoscenze” che solitamente abbiamo in Italia è ben diversa da quella che uno strumento come LinkedIn consente di mettere in gioco. Il tema è ovviamente aperto e questi sono soltanto spunti [migliorabili] di riflessione.

Networking, metodo minore del sistema più diffuso?

Scrive Pietro: “La filosofia alla base di LinkedIn è molto semplice: le conoscenze contano. Scandalizzati? Eppure funziona così da sempre. Se conosci, ottieni il posto più facilmente“. Più precisamente oggi il 75-80% della mobilità lavorativa italiana avviene grazie a conoscenze personali: passaparola, referenze o raccomandazioni. Gli altri devono la propria fortuna a 1) società di selezione [nel caso dei livelli più alti agli head hunter]; 2) annunci pubblicati sui giornali; 3) agenzie per il lavoro; 4) centri pubblici per l’impiego; 5) siti/servizi Internet.

Dove posizionare LinkedIn, tra gli strumenti online oppure tra i meccanismi che hanno a che fare con le “conoscenze personali”? Va cioè sussunto nel sistema del passaparola? No. Imho, LinkedIn è considerato (ancora) uno strumento di pubblicazione più che un meccanismo funzionale all’agevolazione delle relazioni. Non è cioè ancora sufficientemente “invisibile” come si suol dire di una tecnologia che veramente funziona. Il motivo è presto detto.

Reti senza paracadute: chi investe?

La dematerializzazione delle reti sociali è un processo che si è verificato soltanto in parte nella società italiana. Là dove ha raggiunto uno stadio più avanzato riguarda le competenze di tipo informatico e soltanto recentemente le professionalità legate al marketing. In due contesti dove paradossalmente il concetto di rete reale/virtuale [cavi, host, Web] e di vendita [persone, territorio, presidi] ha una tangibilità e visibilità concreta, quotidiana. Fanno eccezione i professional con contatti internazionali: sono una minoranza e per fortuna “subiscono” la cultura del networking tipica del mondo anglosassone. Ci sono poi i professionisti digitali, lavoratori della conoscenza che fanno della tecnologia l’ambito principale attraverso cui sviluppano le attività quotidiane. Fatte le somme, comunque, siamo in pochi.

Maven, connected e mondo reale

C’è poi l’aspetto emotivo/reale con cui si vivono le relazioni di lavoro. “Conosco tizio” significa ancora sostanzialmente “ho condiviso con lui esperienze concrete” e non di Rete. Parlare di qualcuno in maniera trasparente [e uguale nei metodi, come consente un software condiviso] non è perciò molto appealing perché non intercetta motivazioni e vissuti condivisi. Fattore positivo o negativo? Non saprei. Sta di fatto che sussite un principio intangibile nei meccanismi di passaparola: l’inclusione di posizioni sociali e di vissuti reali. Spostare il mondo delle correlazioni su Internet comporta il rischio di azzerare ogni percorso [storia, spazio, tempo] con cui è maturata la fiducia professionale. Senza dimenticare le valutazioni economiche delle competenze. Chi si espone oggi nel far spendere a un imprenditore migliaia di euro per una risorsa con cui ha maturato un rapporto simpatetico unicamente immateriale e “Web based”?

Essere maven o connected aiuta, come suggerisce Gautam Ghosh, ma non è dunque sufficiente per trovare lavoro in Italia.

Qualcuno però il rischio lo corre. La dinamica è virtuosa infatti là dove il saper fare è indistinguibile dal conoscere e contempraneamente là dove il network è alla base del lavoro svolto. Le due parti devono sommarsi perché il mix funzioni. Le professioni intellettuali sono in prima linea, ma anche quelle basate sulla rete Internet, sulla consulenza, sul lavoro autonomo di seconda generazione. LinkedIn è efficace per queste tipologie di lavoratori perché per loro è più facile bypassare le gerarchie e mostrare il valore. Chi è costretto a inseguire carriere ufficiali ed è un co-worker riduce spesso la segnalazione di conoscenze a un gioco vuoto, di vuoti e pieni, come in una raccolta di figurine: celo-manca-celo. “Guarda chi conosco e ti dirò chi sono” sottintendono spesso i falsi net-worker. Alla fine però scopri che non lavorano realmente con il sistema del networking.

Chi conosco sono affari miei, la malattia del dipendente

Terzo elemento, la cultura del lavoro e la valutazione del talento personale.

Che cosa accade quando un capo chiede apertamente in ufficio: “Conoscete qualcuno che può occuparsi di questa attività per noi?“. La prima reazione non è per nessuno di noi iscritti a LinkedIn quella di aprire il proprio account per chiarirsi le idee o cercare un profilo adeguato. Guardiamo prima alla cerchia ristretta di amici/conoscenti. O no? Questo è un riflesso condizionato più o meno evidente e consolidato nella valutazione delle professionalità.

Perché avviene? Mille ragioni, ma una cosa è certa. Ogni vantaggio portato all’organizzazione del lavoro da nuove risorse deve offrire benefici prima di tutto a chi seleziona, propone, scopre i nuovi talenti. Per chi condivide tale mentalità LinkedIn non è di conseguenza uno strumento per cercare lavoro e lavoratori, ma al massimo un sistema (neppure troppo efficiente, direi) per creare visibilità, posizionarsi sul Web e guadagnare punti nel meccanismo di costruzione di un’identità digitale. Non è esattamante un social network bensì una bacheca.

Questione Pizzaballa, ovvero dell’introvabile

Dopo una valutazione dei profili che ho avuto modo di incrociare credo esistano almeno queste tipologie che si confrontano con i social network come LinkedIn:

LinkedOUT Non accedono per diversi motivi: 1) non hanno necessità di rinforzare la propria identità digitale; 2) temono di mostrare la propria identità reale; 3) scambiano i social network per servizi intrusivi.
Random Optin people Dicono: “Ci sono, ma per sbaglio. Pensavo fosse una specie di gioco!”. Altro caso: si profilano ma non curano l’evoluzione del proprio status online.
Forced adopter Il loro pensiero prevalente: “Non potevo mancare, ne parlano tutti… Fossi matto però a far saper che oltre a essere un affermato ‘qualcuno’ nel contesto digitale lavoro in tale o talaltro posto realmente, con questo o quest’altro profilo..”
“Azzicca-link” Collezionisti di referenze o collegamenti, ma puramente tecnici, non reali.
Professional people Sono la maggioranza. Si presentano quali sono, allegando conoscenze, competenze, endorsement e disponibilità. Tutte verificabili.
Fake Soggetti che presentano un profilo professionale falso, non corrispondente al vero, per pura “speculazione digitale”.

Come si può notare è la riproduzione digitale dei classici approcci alla questione “curriculum vitae” con in più un elemento tipico del Web: la trasparenza. Volendo si potrebbe costruire un grafico e posizionare i profili nello spazio, dove X = trasparenza e Y = necessità di presentarsi con un’identità digitale. C’è chi mistifica, chi diventa un genio introvabile, chi traspone esattamente la propria esperienza professionale. Ma come già detto, questo è soltanto il primo livello. Passando al secondo grado di separazione, dalla bacheca al network, conoscere e far conoscere non significa essere disposti a presentare qualcun altro a terzi.

Software, cooptazioni e “vera copertura”

Come anticipato, perché un link vada a buon fine ciò che conta è la condivisione profonda di un vissuto professionale e questo difficilmente si concretizza soltanto online. Un vissuto, si badi bene, non deve necessariamente essere tangibile, ma sicuramente monetizzabile [non soltanto in moneta corrente, ma anche secondo la maturazione di posizioni/vantaggi di lavoro]. In questo senso hanno una buona forza alcuni “collanti” come i livelli retributivi, i costi (sociali e non) affrontati da determinate categorie per rimanere sul mercato, la tipologia di inquadramento [i manager solitamente si confrontano con manager], la formazione di livello superiore ecc.. Si considerino, per esempio, le comunità degli ex studenti dei MBA. Corsi pagati anche 70-80.000 euro/dollari. I network di questi professionisti hanno una potenza in termini di reciprocità decisamente più elevata della mera riproduzione tecnica di relazioni vuote come avviene in LinkedIn.

E non è questione di interfaccia [a Granieri piace di più Neurona, bah], ma di rappresentazione: 1) dei progetti o delle esperienze condivise nel passato (che poi è quello che si racconta in fase di colloquio con un selezionatore o nei casi di joint venture anche nominali tra professionisti); 2) delle reali ragioni che spingono a scrivere endorsement; 3) dell’interazione che esiste con il proprio network.

Queste azioni e motivazioni sono rappresentabili? Mmmm.. nutro più di un dubbio. Non è un caso che Pietro citi Europass. Chi conosce come è fatto veramente il curriculum europeo sa anche che è uno schema condiviso soltanto per parlare la stessa lingua e far circolare tra Paesi un profilo quasi burocratico, accettato a livello comunitario, ma che è poi nella selezione che ci si giocano i posti di lavoro, as usual.

Certo per un vero net-worker (= colui che trova nuove opportunità di lavoro grazie al passaparola via Web) la prima regola è “get Internet covered“. Va da sè. Mai dimenticare, però, che c’è anche chi la rete non la usa nella vita per cercare, ma per affermare un primato [una copertura] e non desidera rendere chiaro come questo accada. Oppure c’è chi vive la rete come un sistema di protettorati e di cooptazioni. A loro LinkedIn non srve per farsi strada.

Ultima modifica: 2007-01-14T20:14:58+01:00 Autore: Dario Banfi

8 commenti su “LinkedIn e LinkedOut”

  1. Dario, la tua analisi è molto interessante. Ma la mia preferenza per Neurona attualmente si spiega con la sensazione che un ambiente più informale e friendly, meno razionale e persino (soprattutto) con profili meno curati (non a caso lo definivo vagamente un incrocio con Flickr) sia più propenso a far girare le connessioni. Magari mi sbaglio, ma mi pare che la Rete abbia sempre premiato ambienti meno strutturati. E in ogni caso Tra alcuni mesi potremo verificare l’efficacia e la capacità dei signori di Neurona di seguire la linea di sviluppo che oggi a me pare di intravvedere.
    Oltre al fatto che nell’ambiente italiano (poco propenso all’inglese, se non tra early adopters) il semplice fatto che l’interfaccia sia in Italiano rappresenta un grande apertura.

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  2. Mah, il punto fondamentale, che tu indichi, mi sembra il fatto che sia Linkedin sia Neurona hanno senso per i networker ovvero per quella classe di lavoratori in cui il vissuto lavorativo e le eventuali condivisioni emergono in maniera trasparente.
    Certamente per i lavori in aziende “brick & mortar” diventa difficile prendere in considerazione una conoscenza di rete visto che in quel caso la rete dice poco o nulla sulla effettivo capacità professionale. Per quanto un blog tematico potrebbe essere più significativo di un colloquio di 20 minuti senza approfondimenti, come accade in alcuni casi.

    OT: non avevo ancora aperto il feed reader per cui la mail (ad [email protected]…) è partita ignaro che eri già oltre la mia immaginazione ;-)

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  3. Questo, anche se riguarda ancora un lavoratore dell’ICT, è l’esempio a cui mi riferivo di blog tematico utilizzato anche come succedaneo di Linkedin.

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  4. Un approfondimento interessante e dovuto, che condivido in larga parte. Soprattutto per quel che riguarda la tabella della valutazione dei profili che purtroppo è verissima e mi fa sogghignare. A chi fa determinati tipi di lavori non serve né LinkedIn né Neurona, bensì una buona botta di… :-)
    Nel migliore dei mondi possibili tutti troverebbero lavoro grazie a servizi come LinkedIn, ma questo non accadrà mai (o accadrà solo per una minoranza di persone). A mio avviso l’utilità molto più modesta ma ugualmente “chiave” di LinkedIn è quella di spulciare in network dei propri contatti ed eventualmente “farsi presentare” a qualcuno che lavora in un posto per noi appetibile. Dopodiché sta alla bravura personale e al classico colloquio faccia a faccia il fatto di poter cambiare lavoro o meno…

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  5. grazie Giuseppe hai ragione l’italiano facilita e così pure la destrutturazione dell’interfaccia ma quello che mi premeva sottolineare è che esiste un livello di mondo e di esperienze che non si traduce [afferma?] in Rete non tanto per una questione di meri algoritmi ma perché a monte, in generale [tranne le eccezioni che ricorda anche Ubik] comprendiamo le dinamiche di networking in un certo modo..

    grazie Ubik per la segnalazione e il link x neurona

    pietro, che dirti? il migliore dei mondi possibili oggi è questo

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  6. Forse sarà un commento tardivo e stupido ma io non penso che questo tipo di reti sociali attecchiranno nei paesi latini a bassa cultura ICT (Italia?) come surrogati di recruiment and so on.

    Piuttosto come anbienti naif dove chi è più IT trendy sa come fare e cosa fare :-)

    Io lavoro nel pubblico, e un giorno ho cercato quanti manager o funzonari della PA si fossero iscritti a LInkedin….bhe provate anche voi!

    p.s. Aggreg8.com un po più network, un po più space un po più Microsoft ok, ma non male come Linkedin esteso, perchè unisce alla rete i progetti dove aggregarsi.

    Ecco a me piacerebbe aggregare la rete sociale su progetti….di certo non cerco i partner o i consulenti su Linkedin

    Ciao

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  7. Dimenticavo, quando ho portato presso la mia amministrazione il curriculum formato europeo, si son messi a ridere”
    Mancanza di cultura, presunzione, aria in pancia!
    Quest è l’Italia

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  8. Complimenti Dario, è un articolo molto interessante veramente.

    Per l’argomento di base, “sulla reale efficacia di questi social network per trovare lavoro”, posso dire dalla mia esperienza personale, che con LinkedIn ho avuto tante occasioni per conoscere Decision Makers direttamente, bypassando gli head-hunters e HR-junior. Sai che funziona mooolto meglio quando hai possibilità di parlare direttamente con il tuo capo potenziale, invece di semplicemente mandare il tuo CV via Web, aspettando poi un paio di mesi per una risposta negativa :) Qui le Reti online sono molto utili!

    Per il resto, è tutto chiaro, lo strumento ci aiuta ma è semplicemente uno strumento.
    Cosa manca a LinkedIn? LE EMOZIONI. Avete visto una COMMUNITY dentro LinkedIn? Community non è un NETWORK, è molto ma molto di più. Direi di no, LinkedIn è uno strumento “secco”, ma per fortuna esistono i progetti-gemelli, come Milan-IN in Italia ) – il Club Italiano degli Utenti LinkedIn, che fanno incontri anche nella vita reale. E grazie al Social Networking portato dalla Rete nella vita reale, la cosa che oggi si chiama “Social Networking 2.0”, gli strumenti in Rete diventano ancora più efficaci – insieme con gli incontri veri.
    Se volete conoscere il progetto Milanese Milan-IN, il Social Business Networking Club di Milano – siete i benvenuti: .

    P.S. e come una conferma di tutto questo, ecco un articolo di Enzo Riboni in Corriere della Sera, Economia & Carriere: “Network e contatti giusti. La carriera prende il volo.”

    Cordiali Saluti,
    Andrey Golub

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