Jobsite fuorilegge e il caso Borsa del Lavoro

La tesi di Michele Tiraboschi pubblicata lunedì sul Sole 24 Ore (articolo “Il collocamento in Rete ha bisogno di trasparenza“, file .PDF) non ha sortito alcun effetto. Eppure il giuslavorista non è andato molto per il sottile, definendo tutti i siti Internet che consentono lo scambio di domande/offerte di lavoro come “abusivi”. (Per la precisione, Monster.it un’autorizzazione ministeriale l’ha ottenuta, per cui direi meglio “tutti, tranne uno”…).

Per i non addetti, il riferimento è agli Artt. 4-7 del D.Lgs 276/03 (Legge Biagi), che spiegano come i soggetti che svolgono intermediazione si debbano accreditare all’Albo del Ministero e avere determinati requisiti di Legge.

Così scrive Tiraboschi: “.. la rete è inquinata da operatori che, pur non avendone i requisiti, assorbono una quota rilevante del mercato sostenendo un’ingente business che alimenta ed è reso possibile proprio grazie alla scarsa trasparenza del mercato del lavoro. Non crediamo tuttavia, per come è fatta la rete, che la soluzione del problema possa essere ricercata in un (seppur importante) bonifica e repressione da parte degli organi ispettivi“.

Da Infojobs in giù, sono tutti abusivi. Esercitano senza autorizzazione! Che cosa rispondono a questa denuncia?

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IL CASO BORSA DEL LAVORO

Il professore se la prende poi con il mancato decollo della Borsa del Lavoro, che non ha oggi “finalità di promozione e incentivazione del mercato “, ma, come si evince dalla nuova normativa sulle comunicazioni obbligatorie, si basa su una “visione totalizzante, monopolistica e pubblicistica del mercato del lavoro“. A parte la leggera contraddizione con la critica precedente al mancato accreditamento dei jobsite (non è questa una visione statalista?), Humanitech condivide soltanto in parte questa denuncia. Non perché sia falsa, ma perché mette a fuoco le questioni sbagliate.

La Borsa Continua Nazionale del Lavoro non è decollata per queste ragioni:

  1. è troppo complicata da usare per un utente inesperto di Internet. L’interfaccia generale fa schifo. A volte pure si inceppa. Presenta più di un problema, confonde. L’architettura delle informazioni è un labirinto. Il tutto poi si basa su un application server della famiglia IBM (Websphere) che ha complicato parecchio la creazione di servizi funzionali;
  2. ha deciso di basare la classificazione delle professioni sui codici Ateco invece di lasciare fare, come nel mercato reale, al linguaggio comune (cercate la voce “giornalista freelance“, se riuscite…);
  3. non ha implementato maschere di ricerca libera, semplificando i passaggi. La logica del Web 2.0, ovvero di ripulire le interfacce invece di renderle barocche (si veda il successo dei metamotori, che hanno soltanto due moduli!) è stata completamente snobbata;
  4. ogni Regione è entrata in competizione con le altre nella creazione del proprio portale. La sinergia è stata resa praticabile soltanto con la definizione di requisiti tecnici di interoperabilità pubblicati molto tempo dopo che partì il nodo lombardo;
  5. l’offerta sussidiaria del Ministero (ovvero la piattaforma già bella e fatta per chi non se l’è fatta da sola) ha replicato in sostanza, nelle Regioni che l’hanno accettata, le medesime complicazioni che si trovano su quella nazionale (punti 1, 2 e 3);
  6. gli operatori privati non hanno riversato nel database nazionale della Borsa un accidente di niente, come previsto per Legge (Art. 15, comma 3, del D.Lgs 276/03) lasciando spoglio il sistema;
  7. i Centri Pubblici per l’Impiego sono andati in ordine sparso nell’uso della strumentazione Web. In molti casi basandosi su tool di specialisti come, per esempio, ETT Solutions (salvaguardando vecchi pezzi del SIL), oppure implementando pezzi [per esempio, per fare bilanci di competenze] della prima release della Borsa Lavoro costruita dal Ministero e mai inseriti nella parte online pubblica. Hanno cioè mantenuto la Borsa e il vecchio SIL locale separati.

 

In definitiva, la linea programmatica presente negli articoli della Legge Biagi è stata ampiamente inefficace per la costruzione della Borsa. E di questo ha colpa il legislatore e i suoi consulenti, che forse si intendevano più di diritto che di Web. In secondo luogo, è prevalsa la politica dell’orticello regionale. In un ambito (Internet) in cui le geografia non c’entra un bel niente, si è messo in mano a conferenze Stato-Regioni, giunte regionali e potentati locali, che ingaggiavano i superconsulenti di Web a spese folli, lo sviluppo di un servizio che doveva servire alla trasparenza. Tralsciando la cosa più semplice: la funzionalità. E’ fin troppo evidente che l’inghippo sta nella mancata analisi delle dinamiche di Internet (semplicità, rapidità, disintermediazione) prima di quelle politiche e di competenza negli sviluppi dei servizi.

Senza contare la discontinuità tra Maroni e Damiano sulla fiducia posta nella Borsa Lavoro. Il primo contento principalmente di evere fatto decollare prima di ogni altro nodo quello lombardo. Il secondo di tradizioni sindacali, forse le più distanti dalla filosofia della disintermediazione tipica del Web. Rimetterla sul piano politico, come fa Tiraboschi, non serve a niente.

Come Italia.it, va posta prima di tutto una questione tecnica. La bontà cioè del servizio dal punto di vista dell’efficacia dei sistemi di ricerca, pubblicazione, consultazione e informazione. Poi c’è l’interoperabilità e la sinergia con gli operatori pubblici e privati (chi li striglia se non cedono parti dei loro database?). Poi c’è il marketing, come per ogni servizio Web che entra nella dimensione pubblica di Internet e che si rispetti. Ecco perché gli altri siti (abusivi) hanno maggiore successo. Investono in tecnologie e pubblicità.

Non serve avere i Punti Borsa sul territorio se l’interfaccia del servizio Web non funziona. E smettiamola con tutto questo politichese sulle visioni vincolistiche. Qui ci sono in ballo un algoritmo di ricerca in Asp o Php che fa schifo; strumenti senza porte di dominio interoperabili [punto 6]; un labirinto di link; mille testi inutili contro moduli di ricerca impraticabili. Non è più facile dire: “La vogliamo dare una ripulita come si deve ai meccanismi e alle interfacce utente della Borsa?”

Ultima modifica: 2008-01-23T16:43:16+01:00 Autore: Dario Banfi

2 commenti su “Jobsite fuorilegge e il caso Borsa del Lavoro”

  1. Da tecnico mi permetto di dissentire sul tuo approccio alla questione.
    In questo come in altro cento esempi di presunti servizi web al cittadino le questioni da affrontare sono due.
    In primis, un problema di obiettivo del committente: finchè i politici continueranno a considerare il lancio di servizi web come una opportunità di visibilità (a volte controproducente, vedi Rutelli che parla in romanish al lancio di Italia.it) infischiandone dell’efficacia del servizio nessun consulente si preoccuperà mai degli aspetti di fruibilità del servizio, perchè, nella sua ottica, la soddisfazione di chi lo paga viene prima, molto prima di quella del cittadino.
    In seconda battuta vengono i problemi che tocchi al punto 6): i famigerati contenuti sono spesso visti come proprietà e fonte di potere di chi li detiene che si guarda bene dal condividerli.
    Anche qui non se ne esce finquando qualcuno non li convince, con le buone o con le cattive, che nell’era di internet è la condivisone a pagare e non i walled garden.
    Passati questi 2 punti la risoluzione dei problemi tecnici è una passeggiata di salute.

    Carlo

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  2. Concordo pienamente sul punto 4.
    Ogni regione ha buttato via una marea di soldi per implementare un portale. Ma non solo, anche le province e i comuni.
    Una montagna non quantificabile di denaro dei contribuenti gettato al vento per portali malfunzionanti.

    Si poteva implementare un template comune, tutte le province avrebbero avuto la possibilita di inserire offerte di lavoro e le funzionalita’ desiderate.
    La personalizzazione del sito tramite CSS sarebbe costata per ogni singolo caso poche decine di euro.

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