ABC dell’employer branding
Un video di Think Communication sul tema. A parte la definizione sbagliata di “talento” fornita da Stefano Epifani (ma parzialmente recuperata da Luigi Mazzotta di Poste Italiane che tra le righe parla di performance e potenziale..), il resto del documento è una sintesi semplice semplice di che cosa vogliano dire questa parolaccia e altri termini inglesi.
Tigri, telescopi e salario
Massimo Gramellini su La Stampa di ieri.
“Questa è la storia più avvincente del mondo. Dieci ricercatori italiani hanno realizzato un telescopio rivoluzionario che la Nasa manderà in orbita mercoledì prossimo da Cape Canaveral. A Houston lo chiamano Tiger Team, Squadra della Tigre: ragazze e ragazzi intorno ai 30 anni, laureati a Pisa in Fisica nucleare. Giovani, ottimisti, consapevoli di aver scelto un mestiere stupendo e di esportare la faccia sorridente dell’Italia. Il loro stipendio? 950 euro al mese. Questa è la storia più avvilente del mondo. Un mondo dove un fisico nucleare che realizza telescopi per la Nasa guadagna 950 euro al mese, mentre quel manager telefonico che parlava per frasi fatte confondendo Waterloo con Austerlitz ne prende cento volte tanto. Il problema contro cui si sta inchiodando il liberismo è che non collega il salario al talento e all’impegno del lavoratore, ma alla commerciabilità del prodotto. E’ giusto che i compensi li faccia il mercato. Ma in questo mercato senza regole prevalgono sempre le pulsioni più basse: sesso, calcio, tv, cellulari. Il fisico dei telescopi guadagna cento volte meno del manager dei telefonini o del centravanti della Nazionale perché voi e io usiamo i telefonini e guardiamo le partite della Nazionale, mentre dei telescopi non sappiamo che farcene. Il giorno in cui quegli aggeggi servissero a scovare petrolio nel sistema solare o a rintracciare terzini sperduti nelle galassie, immediatamente il loro valore di mercato si impennerebbe, trascinando al rialzo anche lo stipendio del Tiger Team. Torno a leggere le notizie di calciomercato sul telefonino, ma mi sento un verme.”
P.S. Chissà quanto pagano a La Stampa un buon giovane collaboratore…
Qualche motivo in più
Con pomposa boria anglosassone li definiscono motivational workspace che tradotto significa spazi/uffici che facciano venire voglia di lavorare. A questo proposito può essere utile leggere “50 Ways to create a motivational workspace“, dove si possono trovare consigli per togliere muffa dalle scrivanie, soprattutto se lavorate da soli.
Belle le idee di mettere dell’acqua (in vaso ovviamente) sul piano di lavoro o creare zone corrispondenti a compiti differenti. Meno praticabili, per me, i propositi “Always clear your desk” e “Never use your workspace for storage“. Quanto alle piante, ho scelto quelle elettriche.
Della sicurezza sociale
Quanti saggi non si avrà mai il tempo di leggere. Questo di Zigmunt Bauman (qui una bella recensione) vale la pena di scorrerlo anche velocemente perché ha la dote profetica di creare un file rouge tra temi all’ordine del giorno oggi in Italia: spazzatura, profughi (ora clandestini) e mercato globale del lavoro e delle merci.
Due spunti che vale la pena di ripensare in questo periodo, suggeriti da Bauman: a) esistono anche “vite di scarto”, non soltanto rifiuti inorganici. La metafora va ben oltre l’intuizione letteraria, ma ha radici sociali ed economiche; b) quando il welfare state non è in grado di esaudire le promesse, presto si sposta l’attenzione dalla sicurezza sociale a quella della persona. Una nota triste, che a me ricorda sempre l’ascesa del totalitarismo in Germania, quando alla forte disoccupazione seguì un’ondata xenofoba.
Scrive così Z. Bauman, in Vite di scarto (Laterza, 2007) a pag. 112:
Lo «Stato sociale», coronamento della lunga storia della democrazia europea e sua forma dominante fino a poco tempo fa, è in smobilitazione. Esso fondava la sua legittimità e le sue pretese alla lealtà e all’obbedienza dei suoi cittadini sulla promessa di difenderli e assicurarli contro l’eccedenza, l’esclusione e il rifiuto, come anche contro i colpi imprevisti del fato – contro l’essere consegnati ai «rifiuti umani» a causa di inadeguatezze o rovesci di fortuna individuali – in breve, sulla promessa di introdurre certezza e sicurezza in vite in cui altrimenti avrebbe dominato il caos e la contingenza. Per ogni infelice che inciampava e cadeva, vi sarebbe stato qualcuno pronto a prenderlo per mano e ad aiutarlo a rimettersi in piedi. Le condizioni erratiche di lavoro, alle mercè della concorrenza di mercato, erano e continuano a essere la principale fonte dell’incertezza del futuro, e dell’insicurezza dello status sociale e dell’autostima, che affliggono i cittadini. Fu soprattutto contro quell’incertezza che lo Stato sociale intraprese il compito di proteggere i suoi cittadini, rendendo più sicuri i posti di lavoro e meno incerto il futuro. Ma non è più così. Le istituzioni statuali contemporanee non sono in grado di mantenere la promessa dello Stato sociale e i loro politici non la ripetono più. Le loro scelte presagiscono una vita ancor più precaria e irta di rischi, che richiede una politica del rischio calcolato e, al contempo, rende quasi impossibili i progetti di vita. Invitano gli elettori a essere «più flessibili» (cioè a prepararsi a un’insicurezza ancora maggiore nel futuro) e a cercare soluzioni individuali ai disagi socialmente prodotti.
Cronache dal Mgiv/1
[Nasce – e non so se riuscirò a tenere fede a questo impegno – una microrubrica dedicata al Master in Giornalismo Investigativo (Mgiv), modulo Analisi Investigativa, per il quale ho vinto una borsa di studio. Di seguito impressioni, racconti d’aula e altro, che lascio a voi classificare…]

Tornare sui banchi è dura – 12 ore in due giorni! – soprattutto se togli telefono fisso e la tensione di dovere produrre qualcosa entro le prossime due ore, ma se la materia è buona, il docente docet e non si parla di come pettinare le bambole, grazie a dio hai l’impressione di non buttare via il tempo, una sensazione assai spiacevole, che da freelance temi possa assalirti come una scadenza di pagamento dell’Iva quando hai il conto in rosso.

Mgiv/ 1 – Analisi delle fonti aperte su Internet e Sistemi criminali 1
Venerdì 30. Poco, ma era un battesimo d’aula per me. Ho filtrato poco perché in verità, senza falsa modestia su taluni temi, soprattutto tecnici, ne so molto. La parte migliore delle ore di Leonida Reitano dedicata all’Analisi delle fonti aperte su Internet è l’illustrazione di una disciplina assai poco diffusa in Italia denominata OSINT (Open Source Intelligence), intorno alla quale esiste (per me una scoperta) una letteratura sconfinata. Si veda il lavoro di Robert David Steele, per esempio. E’ un mare magnum, che va dalla classificazione delle fonti aperte alla compilazione di piani di information retrieval, portali Internet per condividere documenti, ecc.
L’applicazione strumentale (uso di motori di ricerca, tracerouting, analisi di IP, Whois ecc.) è stata invece deludente, almeno per quanto conosco già di queste tecniche. Assente l’analisi di reti fuori da protocollo http (!), dove si trovano oggi, per esempio, i dati sulle retribuzioni degli italiani o informazioni sulle magagne di Lombardo. Piacevole l’excursus sulla pianificazione del percorso di ricerca e della corrispondente costruzione di mappe concettuali – basate su Cmap – per ricostruire temi complessi, come per esempio le relazioni tra clan mafiosi.

Sabato 31. Persona squisita Enzo Ciconte, che ha recentemente pubblicato un testo sulla ‘Ndrangheta, e che tiene l’aula per sei ore parlando a braccio di sistemi criminali. Parte dalla storia meno recente, per farci capire origini e motivazioni, intrecci politici e sociologici, e approda ai giorni nostri soffermandosi sul periodo 1992-94 forse il più complesso per determinare le successioni del dopo-Riina, dove fanno da sfondo la nomina alla Presidenza della Repubblica, in cui Andreotti (come sostiene anche il film Il Divo) fu bloccato nella sua corsa – complice la mafia che mandò un chiaro segnale con l’uccisione di Salvo Lima – e l’intreccio tra tangentopoli e lotta alla criminalità organizzata. Cita il caso Bellini-Gioè (.PDF), forse il più misterioso, e arriva ad oggi, spiegandoci le ragioni della sentenza Dell’Utri, citando l’eroe Vittorio Mangano e altri.
Perenni outsider
Il commento di Dario Di Vico, sul Corriere della Sera di ieri, alla Relazione annuale sul 2007 (qui .ZIP, 3 MB) del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi:
Stiamo mortificando i nostri giovani. Mai forse nelle Considerazioni finali di un Governatore la denuncia era stata tanto perentoria. Ma ieri Mario Draghi nella consueta cornice dell’assemblea della Banca d’Italia ha voluto dedicare ben due passaggi della sua relazione ad analizzare prima e a stigmatizzare poi la condizione di esclusione — quella che Pietro Ichino chiama, con un termine agghiacciante, «apartheid» — a cui sono condannati i giovani di uno dei grandi Paesi del G8. Una società che sa proporre ai suoi figli solo incertezze di reddito e di prospettiva è assai difficile che possa ritrovare il cammino della crescita duratura. Manca, a giudizio di Draghi, un ridisegno organico e rigoroso delle tutele sindacali, una moderna legislazione del welfare che sappia coniugare — come hanno fatto gli altri — flessibilità ed equità. Il risultato è che i ragazzi sono mortificati da una scuola inadeguata, da un mercato del lavoro che li discrimina a favore dei loro padri, da un’organizzazione produttiva che non premia il merito e non si occupa di valorizzare i talenti. Resteranno perenni outsider.
P.S. Disponibile qui, in download, la parte (.PDF, 300 Kbyte) della Relazione dedicata al Mercato del Lavoro.
