Nothing, that was my job

Un gran bel sentire quello di ieri al Collegio San Carlo di Milano, dove si sta svolgendo il convegno internazionale Coirag di tre giorni dal titolo “Psiche Affetti e Techne“. Un Umberto Galimberti in ottima forma e un Carlo Formenti altrettanto bravo hanno dato vita a un dibattito di alto profilo sul tema della psiche e del pensiero sociale nell’epoca della tecnica. Dall’ampia esposizione di Galimberti estraggo qualche spunto che interessa anche noi, perché mette in relazione tecnica e lavoro.

La tesi più interessante prende le mosse da alcune riflessioni di Gunther Anders (marito di Hannah Arendt), che ringrazio Galimberti di avermi fatto conoscere [prossimo libro sul comodino: L’uomo è antiquato!] ed Elena Pulcini di avere così ben presentato nel saggio L’homo creator e il mondo post-umano, pubblicato in “La Psiche nell’Epoca della Tecnica” (Vivarium, 2007), letto ieri notte al volo, rapito dalla bellezza del tema.

La domanda di Galimberti: “E’ l’uomo che usa la tecnica o la tecnica che usa l’uomo?“. La risposta è articolata, ma in sostanza si avvalora la seconda ipotesi:

“La tecnica modifica radicalmente il nostro modo di pensare perché le macchine, anche se ideate dagli uomini, ormai contengono un’oggettivazione dell’intelligenza umana che è decisamente superiore alla competenza dei singoli individui. La memoria di un computer è decisamente superiore alla nostra memoria. E anche se si tratta di una memoria ‘stupida’, frequentandola, essa modifica il nostro pensiero, traducendolo, da ‘problematico’ come sempre è stato, in ‘binario’, secondo lo schema 1/0, che ci rende idonei a dire solo Sì o No, al massimo Non so. La tecnica non è più un mezzo a disposizione dell’uomo, ma è l’ambiente, all’interno del quale, anche l’uomo subisce una modificazione, per cui la tecnica può segnare quel punto assolutamente nuovo nella storia, e forse irreversibile, dove la domanda non è più ‘Che cosa possiamo fare noi con la tecnica?’, ma ‘Che cosa la tecnica può fare di noi?'”.

Questo è vero anche nell’organizzazione del lavoro, così permeato da relazioni basate sulla tecnologia. E qui entra in gioco la riflessione di Anders, secondo il quale, a partire dalla seconda guerra mondiale si è assistito a un radicale cambiamanto antropologico dovuto al potenziamento della tecnica. Rifugiatosi in America a causa delle persecuzioni naziste Anders trovò lavoro in una fabbrica della Ford. Riporta Galimberti una frase del filosofo tedesco, tratta da L’uomo è antiquato:

“Il mio maestro Heidegger mi ha insegnato che l’uomo è ‘il pastore dell’essere’. Qui però mi pare di essere ‘il pastore delle macchine’ che esprimono una competenza, una precisione, un’intelligenza talmente superiori alla mia da farmi provare una certa ‘vergogna prometeica’ nei confronti dell’accadere macchinale”.

Il cambiamento radicale di mentalità per Anders è un fatto “più tragico dei sei milioni di ebrei trucidati”: è il passaggio dall’agire al puro e semplice fare. Io agisco quando compio delle azioni in vista di uno scopo, mentre faccio quando eseguo bene il mio mansionario, prescindendo dagli scopi finali che non conosco o, ipotizzando che li conosca, non ne sono comunque responsabile. Una visione che (aggiungo io) non sarebbe stata distonica all’interno del Manifesto contro il lavoro del gruppo Krisis.

Sempre Günther Anders scrisse una lettera di 60 pagine al pilota americano che sganciò la bomba su Hiroshima per cercare di capire da dove avessse tratto forza e motivazione per fare una cosa del genere: sganciare una bomba atomica su un popolo che non conosceva e mai aveva frequentato, sapendo gli effetti che avrebbe prodotto. Il pilota non rispose direttamente alla lettera, ma, tempo dopo, nel corso di un’intervista a un giornale in cui gli si chiedeva che cosa avrebbe potuto rispondere ad Anders, la sua risposta fu “Nothing, that was my job. (Niente, quello era il mio lavoro). Dice Galimberti:

In altre parole si considerava un buon pilota perché sapeva quando e come il bottone doveva essere schiacciato. Ciò che gli si richiedeva era solo una competenza tecnica. Quello era il suo “lavoro”, di altro non era responsabile. La parola “lavoro”, così carica di considerazioni positive, nell’età della tecnica è molto pericolosa, perché limita la responsabilità alla buona esecuzione degli ordini, quindi una responsabilità nei confronti del superiore, senza alcuna considerazione in ordine agli effetti della propria azione.
Se ci dovessimo recare dove si fabbricano mine anti-uomo come dovremmo chiamare chi presta la sua opera: delinquente o operaio? Alla fine bisogna decidersi, in qualche modo bisogna pur definirlo.

Ma Galimberti aggiunge anche che forse sarebbe più opportuno chiamarlo “operaio” perché se gli si offrisse il doppio dello stipendio per andare a lavorare in un’industria alimentare ci andrebbe volentieri. E poi riporta il caso della BNL che anni fa fu coinvolta nello scandalo della fornitura di armi a Saddam. Quelli che lavoravano in quella banca erano colpevoli? Evidentemente no. E quelli che lavoravano in un’azienda telefonica americana che oggi sappiamo aver concorso al colpo di stato in Cile e quelli che possedevano azioni di quell’azienda erano colpevoli o no? Anche per loro bisogna dire di no. E quando investiamo soldi in Borsa, siamo responsabili degli scopi finali delle industrie che finanziamo? No, perché la tecnica obbliga a occuparsi soltanto di quel piccolo settore che copre il rapporto tra l’investimento e il relativo profitto. Lì finisce la responsabilità.

E questo significa passare dall’agire al puro e semplice fare. Questa, spiega Galimberti, è l’età della tecnica come ci ricorda lo stesso Presidente degli Stati Uniti ogni volta che dice che resteranno in Iraq fin quando avranno finito il loro “lavoro”, quasi si trattasse di un semplice “mansionario” privo di responsabilità finali, all’insegna di una completa deresponsabilizzazione di quanto realmente sta accadendo.

Ultima modifica: 2007-06-09T12:42:03+02:00 Autore: Dario Banfi

0 commenti su “Nothing, that was my job”

  1. Leggo da alcuni mesi questo blog e lo trovo sempre più interessante, forse perchè è un luogo in cui si uniscono le due “attività” della mia vita, l’informatica (e quindi le macchine) e l’impegno in un associazione socio-educativa per giovani lavoratori (le persone).
    Questo post però ha centrato più di altri la grossa difficoltà che trovo nel far “convivere” questi due elementi, spero di riuscire a leggere qualcosa al riguardo, anche se credo che Gunther Anders sia troppo per me!

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  2. Grazie andrea per l’interesse, ma in fondo sono cose che mi appassionano e che mi piace raccontare. Tecnologia e lavoro è un binomio a mio giudizio ancora ampiamente sottovalutato, perché da una parte gli appassionati di hi-tech dimenticano spesso la pervasività della tecnica, mentre dall’altra chi segue le tematiche di lavoro è rimasto indietro di dieci anni e crede ancora che sia una trattativa sull’orario a fare la differenza e non l’assegnazione di palmari e cellulari aziendali a scompaginare in realtà ogni forma corretta di rapporto con la vita privata… Sono necessarie delle sintesi e racconti nuovi sul nuovo lavoro, quello che è legato sempre di più alle tecnologie e a nuovi diritti.

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