L’effetto scarroccio

Per chi non fosse mai stato su una barca a vela (non io che abbia tirato cime – perché questo è ciò che ho fatto – per molte volte… ) e non sapesse, lo scarroccio è un effetto invisibile che sposta l’imbarcazione dalla sua rotta: le forze esercitate dal vento sulle vele fanno spostare lateralmente l’imbarcazione, disallineando la direzione della prua e la reale direzione del moto della barca.

Subisce questo effetto principalmente chi viaggia controvento. Chi ha vento in poppa non deve preoccuparsi, l’effetto svanisce.

Effetto ScarroccioNel mercato del lavoro, area liquida (per mantenere la metafora di Zygmunt Bauman) che registra forti venti, momenti di secca, spintarelle da dietro e annovera imbarcazioni con livelli di cabotaggio differenti, esiste un effetto simile. Anche in questo caso lo incontra chi deve andare controvento, non certo chi ha un buon vento “alle spalle”. E’ la deriva generata da forze non previste.

Poniamo che si desideri arrivare là, sì là dove c’è una boa, un porto, un faro. Più sarà diretta la forza che si oppone al moto, più elevato sarà lo scarroccio. Cerchi di raggiungere un obiettivo, ma devi necessariamente andare per vie traverse. Non lo scegli. Ora, fuor di metafora, guardando al fenomeno di chi ha percorsi di carriera e di vita così forzosamente contrastati, controvento, difficili, mi chiedo: fino a quando è corretto aggiustare la rotta? Qual è il limite dei sacrifici accettabili per arrivare al punto X in Rosso quando tutto spinge verso la meta Verde?

La letteratura che sta sugli scaffali di chi si occupa professionalmente di orientamento al lavoro è concorde nel sostenere che la flessibilità sia necessaria per il ragiungimento degli obiettivi. Il problema è che esistono forze che spostano la direzione molto lentamente, al punto che diventa quasi impercettibile il moto. Un esempio: accettare temporaneamente alcuni compiti che non sono esattamente i tuoi all’interno di un ufficio. Ok, siamo flessibili. E bravi, diciamolo. Svolgendo correttamente tale funzione temporanea, presto si diventa però il referente per nuove aree di attività impreviste e forse neppure troppo gradite.

Questo accade anche nei percorsi con cui si costruiscono le posizioni lavorative e le carriere. Per ovviare a situazioni precarie, temporanee, poco remunerative ecc. si trovano come “ammortizzatori temporanei” nuove e diverse occupazioni. Lo richiede il mercato, l’azienda, il mutuo da pagare. Oggi, domani, dopodomani. E, come nella crisi di mezz’età, ti trovi a metà del guado con la prua rivolta verso un’altra destinazione.

Senza citare il classico “Ti laurei in storia e poi finisci a lavorare al call center” si può benissimo guardare a tutte quelle professioni specialistiche che registrano una domanda scarsa, che sono soggette a cooptazioni o sono vere piccole caste. Qual è il limite accettabile dell’effetto scarroccio sulla propria vita professionale e personale?

Ultima modifica: 2008-05-07T12:21:36+02:00 Autore: Dario Banfi

2 commenti su “L’effetto scarroccio”

  1. o bhe’, in un’azienda sono entrato come progettista grafico, ne sono uscito due anni dopo come: progettista grafico, commerciale, htmllista, responsabile informatico interno, responsabile dei server in farm, palchettista, impiantista, imbianchino… tutto ovviamente col compenso pattuito inizialmente di progettista grafico e basta.

    alle volte tocca strambare e di brutto per evitare di perdere il focus, il problema e’ che, ad ogni virata, si rischia di perdere quel minimo di sicurezza costruita nel bordo precedente.
    grazie a dio posso ancora permettermelo, dal momento che non ho responsabilita’ verso altri se non me stesso, ma ogni virata sta diventando sempre piu’ pesante :D

    diciamo che invece di una bolina, sembra misteriosamente di girare in tondo… sara’ il vento che gira in continuazione ed io son sempre controvento per “missione”?…

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