Emozionarsi per il codice (e trovare lavoro)

Coding Emotions

Si può mettere in relazione il mestiere di chi costruisce algoritmi con la passione e il sentimento? Si può provare trasporto, commozione o suggestione per il coding, ovvero per quei linguaggi artificiali che nascono in maniera assolutamente razionale?

Per chi è stato di recente all’evento battezzato anni fa con il fortunato titolo di Codemotion o partecipa attivamente a meetup o incontri Hi-tech tra professionisti delle nuove tecnologie, è difficile non chiedersi se sia davvero possibile associare il codice, ovvero l’opera della nostra parte più razionale, alle emozioni più profonde.

Codemotion

Si tratta evidentemente di un paradosso che, volendo, si può sciogliere con facilità. Basterebbe riconoscere che si tratta di un lavoro come gli altri e si può amare e odiare, come avviene per tutti i mestieri e da tempo immemore. Non è, però, così: costruire oggetti logici, mondi virtuali e linguaggi o comandare macchine che interagiscono con l’uomo non è esattamente un lavoro come gli altri. 

Code is not a poetry

Produrre codice è un mestiere faticoso, richiede moltissime ore (di studio e di esecuzione) che si bruciano davanti a un dispositivo disumano. Il coding ti assorbe e ti consuma. Ti mette costantemente alla prova e ti sbatte davanti al naso, senza pietà, i tuoi errori. Ti lascia solo in un mondo complesso di regole, senza contare che si tratta di un mestiere che si apprende quasi esclusivamente da soli. Pochissime scuole ti preparano a scrivere buon codice. E anche quando hai imparato, metà del tempo lo passi a dialogare con una macchina. Che cosa c’è di così entusiasmante? È un processo fondamentalmente disumanizzante. Perché allora?

Chi ne ha fatto una professione risponde in maniera diversa: la possibilità di creare qualcosa; l’idea di poter contare su regole certe; esser sempre proiettati verso il futuro; far parte di una comunità di persone che sta cambiando il mondo; essere padroni di un set di regole linguistiche per comandare macchine (e forse comportamenti altrui); rendere possibile o facile ottenere qualcosa prima impensabile o impossibile. Per alcuni, in particolare nel mondo open source, c’è anche una motivazione etica: poter contribuire a realizzare i progetti degli altri.

L’emozione deriva principalmente dai risultati che si possono ottenere più che dall’esercizio in sé di un’arte. Questa è la ragione che spinge così spesso i programmatori a condividere soluzioni, codice e consigli. Solidarietà (e un pizzico di orgoglio) nella fatica. Come quando si indica la via in parete a chi sta scalando una montagna o si piantano chiodi nella roccia per chi verrà dopo.

L’opera completa oltre il linguaggio

Il gusto che si prova a compilare correttamente il codice, del tutto simile all’emozione che si prova risolvendo problemi di logica o matematica, o trovando la soluzione a problemi tecnico-pratici, è soltanto l’aspetto più superficiale. La vera soddisfazione deriva dal disegno completo, non dalla parte. E questo si evince proprio nei momenti di condivisione, ai convegni Hi-tech. Si svela il risultato, affinché sia giustificabile lo sforzo di giorni e notti, settimane e mesi dedicati a programmare. Lo si vede negli occhi di chi spiega come è arrivato a un punto fermo, dopo lunga sperimentazione.

A Codemotion (e in ogni altro evento simile, dai WordCamp ai TED talk ai seminari gestiti dalle mille community di coder) l’etichetta che classifica questo tipo di talk è “inspirational“. Che tradotto significa: “ti racconto come ho realizzato le mie aspirazioni e aperto una nuova strada tecnologica per altri usando soltanto codice“. E se quando ascolti provi la stessa emozione, beh, significa che sei sulla stessa lunghezza d’onda. Un fatto positivo, perché significa che potresti metterci la stessa passione e – a parità di competenze –  ottenere risultati simili.

Emozioni e mercato

Oggi questa formidabile combinazione di passione e coding è un’arma potentissima, che a differenza del passato, quando servivano mastini alla Steve Ballmer e convention aziendali per agitare le masse dei programmatori, oggi trova linfa vitale nelle retrovie delle community, su spazi di condivisione dal basso, a partire da GitHub e altre forme autogestite di scambio di conoscenza.

Chi diventa ambasciatore di questa filosofia – la passione per il codice – o riesce a esprimerla portando allo scoperto un contributo di alto valore professionale è figura ricercatissima sul mercato. Perché non soltanto ha trovato la formula magica (coding+emotion) con cui tenere testa alla fatica di programmare, ma è in grado di comunicarla e trasmetterla ad altri.

Non è un caso che durante gli eventi Hi-tech di questo genere si assista a una vera e propria caccia ai talenti. È impressionante come ogni sponsor presente a Codemotion con uno stand avesse in bacheca almeno 10-15 posizioni aperte per ogni tipo di programmatore e si inventasse modalità innovative (dal videogioco anni ’90 alla gara di freccette su competenze Hi-tech) per ingaggiare i programmatori, spingendoli a lasciare un curriculum.

Hey Programmer, We Are Hiring
La passione è il primo motore del lavoro. Changing world of work needs new job strategy dice l’OECD ma in pochi, in Italia, si sono accorti che il primo cambiamento sta proprio nella libertà che dovrebbe essere concessa a figure di questo tipo, ai programmatori e agli esperti di tecnologie. Passione ed emozioni si alimentano soltanto in contesti aperti, dove esiste un continuo scambio di suggestioni e possibilità di crescere, sperimentare e perfino giocare con il codice.

Libertà, programmazione e futuro delle imprese

A guardare i dati più recenti elaborati da Assintel (Cfr. Osservatorio Competenze Digitali 2018) si percepisce al volo che la competizione nella caccia di programmatori è diventata altissima. Chi desidera portarsene a casa uno bravo oggi non deve più soltanto pagarlo bene, ma continuare a fargli vivere emozioni.

Gli annunci di lavoro per i profili ICT è cresciuto del 7% in tre anni con 88.000 posti di lavoro in più rispetto al 2017. Non male. Gli specialisti però scarseggiano, servono più laureati, più esperti di tecnologie Web e sviluppatori. Il lavoro cioè non manca: il 49% degli annunci riguarda proprio i programmatori. A seguire gli ICT Consultant (17%) e sta crescendo anche la quota di nuove professioni: Service Development Manager, Big Data Specialist, Cyber Security Officer ecc. Dove pescarli?

Nord Ovest e Lombardia sono in testa con il 48% delle posizioni aperte, ma nessuno ha il coraggio di dire la verità su questi numeri: non sono più le grandi imprese in quanto tali a fornire le opportunità più golose, ma le start-up, le società che offrono reali sfide di frontiera sul mondo Hi-tech, quelle che lasciano spazio per sperimentare e aggiornarsi. Il mercato è aperto: sembra davvero che a comandare sia per la prima volta l’offerta, non la domanda.

Vista dal lato delle imprese, si può dire, invece che vincerà la partita delle competenze soltanto chi saprà alimentare la parte emozionale del programmatore, coinvolgendolo nel progetto più ampio di cui sarà l’artefice. Senza questo “accorgimento” è poco ma sicuro: i migliori inizieranno a fare da sé, abbandonando le imprese stesse.

Strumenti, risorse, linguaggi e tecnologie: in questo momento storico c’è tutto quello che serve per intraprendere strade di business anche da soli. Cari programmatori, non fatevi dunque fregare: non rinunciate ad alimentare la parte emozionale del vostro lavoro e a insegnare alle imprese che se vogliono trattenervi devono imparare a lasciarvi liberi.

Ultima modifica: 2018-12-09T20:56:03+01:00 Autore: Dario Banfi

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