Elogio dell’introversione

Introversi, timidi, asociali, nerd di tutto il mondo… non unitevi! Siete l’ultimo baluardo di resistenza possibile, gli anticorpi globali alla più virulenta malattia contemporanea diffusa via social network.

Quanti amici hai su Facebook?

Standing Alone
Photo by Yiran Ding on Unsplash

Circolano da tempo numerosi studi sugli effetti negativi dei social network. Ce n’è per tutti i gusti. Si va dal semplice consumo di tempo sprecato nel consultare contenuti spazzatura (un fatto ben noto a chi ha figli adolescenti) alle più complesse sindromi generate da immagini costantemente positive, come accade su Instagram, che ritraggono un mondo sempre felice, anche quando non è così, fino ad arrivare a stress, ansia da notifiche, fenomeni d’interazione violenta, sessismo, bullismo e razzismo.

Abbiamo deciso, come esseri umani, di non farci mancare nulla nello spazio della brutalità dei rapporti digitali. E più frequentiamo i social network più rinforziamo l’idea che sia proprio in questo modo che possa crescere la nostra personalità e la nostra capacità di rapportarci con gli altri.

Il voyerismo digitale, senza soluzione di continuità, o la digitazione compulsiva e la partecipazione acritica al mondo dei social network stanno sovrascrivendo progressivamente e silenziosamente il grado zero del nostro comportamento intersoggettivo. Ci stanno facendo perdere la solitudine. Stanno levigando, cioè, quel piano d’interazione nulla da cui partiamo, sempre, quando siamo in silenzio. Un livello, però, che viene conservato – per scelta, ma più spesso per carattere – da chi, invece, non ama lo spazio sociale o semplicemente esprime timidezza e introversione. Si tratta di persone rare e, in un certo senso, preziose.

Per restare soli serve talento

Nella comprensione comune un asociale viene considerato spesso anche un soggetto difficile da trattare, se non addirittura potenzialmente scorbutico o pericolosamente bipolare. Essere chiusi e riservati, tuttavia, non è di per sé un deficit. Una persona timida è portatrice sana di numerose qualità che ai tempi dei social andrebbero riscoperte.

Tra i tratti più interessanti di asociali, nerd, introversi o timidi, basti ricordare:

  • la tendenza a coltivare passioni minori (non sono amanti del calcio, per intenderci) o interessi di tipo individuale o legati a piccoli gruppi, come il collezionismo, la lettura, la scrittura di codice o il gioco in ogni sua forma (dai videogiochi a quelli in scatola);
  • la propensione all’ascolto;
  • l’orientamento a eseguire compiti complessi misurando con attenzione ogni passo e studiando premesse e  conseguenze con cautela;
  • la reticenza a esporre opinioni o risultati quando sono privi di argomentazioni o sono incompleti;
  • l’inclinazione a evitare conflitti, risse, situazioni in cui prevale la confusione;
  • l’assenza di interesse per persone che prediligono l’apparenza (sono immuni a chi è famoso, per esempio), verso le classifiche e i trend o per quegli eventi che prevedono ruoli dominanti;
  • la fissazione verso alcuni argomenti, film, linguaggi di programmazione, autori e altro di cui conoscono tutto, ma proprio tutto, meglio di chiunque altro.

Non sono aspetti del tutto negativi. O mi sbaglio?

La scelta di posizioni recessive, marginali e fuori dai riflettori consente a un introverso di lavorare in primis su se stesso, di concentrarsi sui risultati e di escludere il “rumore di fondo”. Una persona riservata non considera un disonore sentirsi fuori luogo e questo di solito mette in crisi il contesto che lo ospita e soprattutto i valori in campo.

Un introverso è come un cartello apposto a una festa con scritto: “Siete proprio sicuri che tutto questo sia divertente?“. E’ una specie di August Landmesser (quell’operaio che, in mezzo alla folla, e solo, non salutò Adolf Hitler durante un raduno, nel 1936) che mette in crisi le decisioni condivise o apprezzate acriticamente.

Grazie per non avermi ucciso. Non c’è di che.

Scena tratta da Virgin Mountain (2015)

Outsiders are more interesting than Superman

Come sostiene Dagur Kári, regista di Virgin Mountain – splendido affresco dedicato a Fùsi, personaggio immaginario, timido e solitario, con la passione per i soldatini da collezione – gli outsider sono più interessanti di Superman. Hanno un potenziale nascosto, che muove passioni silenziose, umane, semplici.

Nelle comunità professionali questo tipo di persone, con forti inibizioni e comportamenti asociali, sono definiti anche nerd. Messe spesso nell’angolo, si rivelano talvolta risolutive nei casi più complessi. L’attributo nerd, dall’etimologia incerta, fu assegnato in passato a persone come Linus Torvalds o Bill Gates, a dimostrazione del fatto che si tratta di un’etichetta pregiudiziale che tende a difendere lo status quo di un gruppo più che un aggettivo realmente qualificativo.

Si è giocato spesso – si pensi ai film – sul risvolto comico di chi rifiuta di esporsi, bere in compagnia, fare sport o veste fuori moda. Oggi nerd, persone riservate e disadattati di ogni genere, sono il bersaglio preferito dei bulli. Online e offline. Eppure nell’inversione (del tutto involontaria, perché semplicemente caratteriale) dei valori ai quali queste persone prestano attenzione rispetto a chi li circonda, ci ricordano un fatto semplicissimo: la prima relazione, in termini di vita sociale, che abbiamo è quella con noi stessi.

Questo certamente è un problema per chi vende valori condivisi, spazi d’interazione, consenso politico o prodotti di massa. Per chi vive di like e di hashtag. Non è, ovviamente, un problema in assoluto. Anzi, è una sorta di antidoto contro l’omologazione. Una resistenza passiva verso la quantità di moto generata dalla maggioranza. E andrebbe, soltanto per un principio formale, guardato con stupore invece di essere rifiutato.

Asociali, timidi, nerd e persone riservate sostengono in solitudine il peso di domande scomode. Come possono oggi fregarsene altamente di Facebook? Come fanno a staccare dalle notifiche del loro smartphone? Come mai non entrano in sintonia con chi condivide felicità a chili? Non ballano alle feste, postano foto del gatto, ridono a squarciagola quando ricevono il video con due Babbe Natale grassocce che parlano in dialetto? Perché non si calano in tutto questo, rimanendo in disparte? Chi glielo fa fare?

Elogio dell’introversione

Un carattere introverso è del tutto anormale oggi. In epoca di social media, coltivare passioni, pensieri o progetti senza renderli pubblici o condivisi può diventare un problema quando le persone che ti circondano comunicano in prevalenza in questo modo. Eppure è un valore che andrebbe difeso.

La conservazione dello spazio soggettivo è una forma di resistenza umana nei confronti della dispersione, dello sperpero di energie nel flusso della comunicazione di massa, un’attività che in gran parte consuma il nostro tempo, sottraendolo a impegni più sinceri nei confronti di noi stessi.

Per quanto estremo, come comportamento, la rinuncia alla spazio sociale può diventare in molti casi un rituale necessario, per rimettere le cose a posto. Semplicemente perché ci mette di fronte a noi stessi.

Se chiedete a qualsiasi pedagogista quale sia un buon rimedio da proporre ai bambini che si annoiano, la risposta sarà sempre uguale: lasciate che imparino come annoiarsi. Il loro tempo non deve essere riempito dagli adulti, ma devono imparare a convivere con il tempo da soli. Oggi troviamo il nostro mondo adulto nello spazio dei social network e questo, in qualche modo, ci sottrae alla responsabilità di imparare a convivere con le nostre difficoltà, la nostra solitudine, e in definitiva con il nostro tempo, che inesorabilmente passa e non sarà una foto su Instagram a renderlo meno volatile.

Ultima modifica: 2018-12-30T11:45:50+00:00 Autore: Dario Banfi

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