Conte, Giorgetti e i pennivendoli di mestiere (in senso non offensivo)

Mi è capitato di recente, per lavoro, di seguire il 53° Congresso Nazionale del Notariato, un territorio ben nutrito di occasioni, dove numerosi rappresentanti della politica praticano da anni scorribande e ben studiate comparsate di fronte a una platea particolarmente appetibile. Quest’anno sono arrivati a corte il Presidente del Consiglio dei Ministri, il suo Sottosegretario, il Presidente del Senato, il Guardasigilli e altri ancora.

I soliti discorsi, le solite dinamiche. Una noia mortale sotto il profilo dei contenuti. In sala stampa c’era chi giocava a Candy Crash, chi cercava il ristorante per la sera, chi si esercitava con il monopattino. A un certo punto della giornata, però, capita l’imprevisto: tutto accelera e diventa assolutamente interessante! Diventa un piccolo caso di studio, soprattutto per chi si occupa di scrittura e lavora con le parole.

Giuseppe Conte Giancarlo Giorgetti

Quando l’avvocato cita la Legge sbagliata

Che cosa è successo? Un errore del Presidente del Consiglio. Un particolare minimo, insignificante, ma che – come tutti i veri lapsus – nascondeva sottotraccia qualcosa di curioso. Una verità.

Per seguire il discorso di Conte il nostro gruppo di lavoro si era diviso in due: il primo, in sala congressi, per gestire i live sui social media, affiancato da chi, prendendo appunti, avrebbe fatto in seguito i resoconti da pubblicare sul giornale; il secondo invece, bello comodo, in sala stampa, per seguire la diretta su uno schermo. Il tutto coordinato via WhatsApp.

Ore 16.24. Arriva il messaggio del direttore del giornale, che avvisa la redazione: l’articolo di Legge citato da Giuseppe Conte sul palco non c’entra nulla con quanto sta raccontando!!

Si tratta dell’art. 2465-ter del Codice Civile. Conte accenna a trust e vincoli di destinazione, ma l’articolo citato non esiste. Al massimo il numero 2465 (non “-ter”) parla di conferimenti di beni in natura. Il discorso, per chi lo segue dal punto di vista tecnico, va in corto circuito. In pochissimi se ne accorgono.

Come è prassi, però, in una sala stampa quando vengono fatte dichiarazioni pubbliche, ma c’è qualcosa di sbagliato, si avvisano anche gli altri presenti, in modo che l’errore non venga replicato da chi, per esempio, sta battendo agenzie stampa o scrivendo il pezzo in diretta. Dal giornalista dall’ANSA si leva, però, un domandone, ad alta voce: “Ma Conte sa che cosa sta dicendo?“. E in effetti appare strano che un avvocato, con un profilo istituzionale così alto, faccia uno svarione proprio sulla materia di Legge.

Che cosa fare? Battere la notizia su Conte che non sa di che cosa stia parlando? Sul fatto che abbia scambiato la trascrizione di un vincolo di destinazione con il conferimento di beni a una società, facendo la figura del pessimo avvocato? Ad alimentare il dubbio su come comportarsi c’è pure la brutta figura rimediata soltanto dieci minuti prima, quando – salendo sul palco e non informato a dovere su chi avesse di fronte a presentarlo (che per inciso è una figura piuttosto conosciuta a livello istituzionale, essendo alla guida di tutti i notai d’Italia…) – scambia l’ospite chiamandolo con il primo nome in elenco nel programma cartaceo che gli hanno messo in mano.

Un errore di sbaglio (ma di chi?)

L’infima manica di pennivendoli presenti in sala stampa cerca di capire a questo punto se veramente Conte volesse parlare di qualcosa di diverso. Si discute. Arriva alla fine la spiegazione. L’articolo che riguarda i trust e le destinazioni d’uso è il 2645-ter del Codice Civile, non il 2465-ter. Conte ha invertito le due cifre centrali, leggendo. Una svista.

Poveraccio – si mormora – è soltanto un errore di sbaglio. Non infieriamo, ha già fatto una figura con il presidente dell’Ordine Nazionale del Notariato, di cui non conosceva il nome“. Scelta condivisa. Sarebbe stato “accanimento terapeutico”, quando invece si trattava (forse) di presbiopia.

Congresso NotariatoPassa qualche ora. Le Agenzie di stampa e i grandi giornali sbaraccano dalla sala stampa, vanno a cena nel posto prescelto e la smettono con Candy Crush.

Nel frattempo, arriva in chat, nel nostro gruppo WhatsApp, un nuovo messaggio che ha più o meno questo significato: “Guardate che l’errore è ancora lì, in bella vista, nel discorso ufficiale, pubblicato da poco sul sito di Palazzo Chigi“.

Il testo ufficiale è stato cioè messo online [NdR. Per sicurezza ho salvato qui una versione .PDF della pagina Web] e si capisce ex post che non si è trattato di una svista, durante la lettura, ma di un vero errore di scrittura.

A questo punto entra in gioco la mia curiosità professionale. Sapendo che il discorso comunque non se lo fosse scritto da solo, mi sono chiesto: ma chi diavolo gliel’ha messo nero su bianco? E perché Conte non l’ha riletto o qualcuno l’ha verificato?

Si tratta pur sempre del Presidente del Consiglio, che è pure un avvocato, e parla di Legge davanti a una platea di 3.000 notai. Un contesto rischiosissimo per cadere su una norma. Un po’ come sbagliare a citare l’anno dei mondiali da parte di un presidente FIGC o azzoppare un congiuntivo su un manuale di grammatica.

Il pennivendolo di fiducia

In questa vicenda il vero nodo, alla fine, è la precisione del copywriter di Conte. La capacità di un pennivendolo di mestiere – se vogliamo rimanere sui temi di stretta attualità – che viene pagato per scrivere quanto dovrà uscire dalla bocca del rappresentante politico di turno. Se veramente fosse stato suo l’errore, in qualche modo l’avvocato sarebbe stato scagionato.

Meglio pensar male della tecnica di un “negro”* che dell’ignoranza di un Presidente del Consiglio, no?

[NdR. Il termine “negro” in questo contesto non ha connotazioni offensive, ma viene usato per definire, in un altro modo, tecnicamente, i ghost writer. Cfr. Javier Marias, Domani nella battaglia pensa a me, Einaudi, 2005.]

Ma come essere certi che quel discorso non fosse farina del sacco di Conte? Che la sua lettura stentata e roca fosse dovuta più al fatto di non essere il vero autore del testo che alla sua nota e pessima dizione?

Come saperlo? In verità la conferma che questo Governo si faccia scrivere senza troppe vergogne i contenuti dagli altri non arriva soltanto da vicende già note – per esempio legate alle manine sui fogli bianchi di Di Maio che ha scopiazzato nel suo programma sul lavoro molto materiale di casa CGIL o di Piergiovanni Alleva, curiosamente già membro del PCI e candidato recente di LeU (!!) –  ma è stato ammesso, il giorno seguente, durante il Congresso, candidamente, proprio da un rappresentante di Governo.

Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, salendo sul palco ha esordito in questo modo:

“Buongiorno a tutti, beh, vediamo che cosa mi hanno scritto per oggi”.

Un’ammissione spettacolare, che ha lasciato tutti a bocca aperta. Formulata con un tono come se parlasse tra amici.

Personalmente non ho mai avuto modo di registrare in nessun altro contesto istituzionale una captatio benevolentiae così sgangherata e una presentazione di sé così inopportuna. Mai.

L’incipit di questo discorso non era certamente scritto sul foglio e questo è stato forse l’unico errore di Giorgetti. Quello di non limitarsi a leggere. Un errore che ha messo in chiaro molto della politica di questi anni “del cambiamento”.

I takeway di questa storia

Che cosa portare a casa da questa vicenda, da parte di chi, in qualche modo e a vario titolo, fa il mestiere di pennivendolo (vero o falso che sia)? A mio avviso almeno queste considerazioni:

  • produrre un errore grave in un testo ha lo stesso effetto del famoso battito d’ali di una farfalla che genera uno spostamento d’aria sempre più grande fino a diventare un uragano. Da un piccolo baco nella scrittura può venir fuori una voragine in termini di comunicazione;
  • quanto più elevata è la responsabilità di chi parla tanto maggiore dovrebbe essere l’attenzione al contenuto dei suoi interventi perché il pubblico potenziale è così vasto che nessun errore passerebbe inosservato. E’ una questione matematica. Lo stesso si può dire se l’audience è di dimensioni limitate, ma con delle competenze estremamente elevate (più o meno è la stessa cosa di prima, cambiano solo i pesi delle variabili proporzionali);
  • i copy del mondo politico sono i veri artefici del successo di chi non ha più neppure il tempo di chiedersi che cosa stia dicendo. Manovratori consapevoli e complici del politico, sono oramai pedine ineliminabili nel Risiko della vita politica e della comunicazione istituzionale.

Chi di pennivendolo ferisce

In ultimo una questione più generale. Non esiste stretta causalità, ma forse è per tutte queste ragioni che a furia di farsi imbonire dai copy e consulenti di comunicazione, molti politici non distinguono più il livello di libertà che potrebbero avere soggetti classificati come scrittori, giornalisti e blogger: l’errore è dovuto alle sostanze a base d’inchiostro, di Web, Social Media e mille altre diavolerie, che assumono e che sono filtrate dai propri collaboratori.

Abituati ad avere contenuti a comando dal pennivendolo di fiducia, dall’azienda politica che gioca con i loro canali social, dal bravo soldatino con la qualifica di social media manager che suggerisce loro perfino come mettersi allo specchio, alla fine non vedono, tristemente e di riflesso, altro che mercenari in un mondo di prostrazione e prostituzione intellettuale.

Ultima modifica: 2018-11-15T00:45:19+00:00 Autore: Dario Banfi

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