Algoritmi social, troll e la morte della dialettica

Il mondo dei social media sta uccidendo il sapere. Lo sta sgretolando sotto i colpi di relazioni conflittuali, interventi delatori e falsi, lo sta sbriciolando nella sabbia dell’odio, attraverso scarne contrapposizioni prive di una reale volontà di dialogo e di incontro, di un rapporto “sociale”, appunto.

La volontà di comprendere, condividere sapere o capire gli altri, e dagli altri, sui social tende verso lo zero. Stiamo diventando schiavi di logiche politiche preconcette o di posizioni e sapere pregiudiziali. Sempre di più ci si accontenta di negare, sviare e depistare. Talvolta di creare volontariamente il falso. Non saprei dire la dimensione di questo fenomeno, ma sicuramente è in crescita. Così come cresce di pari passo il disagio che provo aprendo in questi mesi Twitter o Facebook.

Che cosa sta morendo? Semplice: la dialettica! Ovvero la comunicazione a due vie, dove un interlocutore trova spazio per confrontarsi sulla base di argomentazioni. Vengono in mente le più antiche forme di dialogo, che si dividevano in sofismi – messi in pratica per depistare l’interlocutore (oggi Platone userebbe tranquillamente il termine “trollare”) – e dialettica, ispirata, al contrario, alla ricerca del vero. Ebbene oggi prevale la prima, a scapito della seconda.

La capacità argomentativa o dialettica – è bene ricordare – era l’arte di mettere in mostra il sapere nel gioco delle parti. Oggi questo processo dialogico viene annichilito. Sostituito dalla battuta veloce, dalla boutade. I più sofisticati puntano sul motto di spirito (Witz freudiano). Altri sull’iterazione in stile cane pavloviano digitale. Si cerca di essere efficaci nel prevalere, anche sviando. Abbreviare è la regola. Togliere la parola all’altro l’obiettivo.

Chiunque abbia letto in vita sua almeno un dialogo di Platone, sa quale fatica comporti, al contrario, l’argomentazione volta alla ricerca la verità. Tuffandosi nel mondo dei social media ci si accorge subito della volontà di spendere, invece, il minor tempo possibile nell’ascoltare gli altri. Non è un caso che esistano gli emoticons, che vi fanno risparmiare tempo nell’esprimere il vostro gradimento senza lasciarvi però spiegare il perché.

Siamo entrati nell’era dell’informazione rapida e brevissima, del coito argomentativo interruptus, se si può dire. I pochi che cercano di strutturare argomentazioni complesse, per altro, devono utilizzare (per esempio su Twitter) escamotage non standard, come l’appendere risposte ai propri messaggi in modo da estendere il limite dei caratteri al dialogo. Una sorta di aberrazione dal punto di vista della logica software.

La domanda che mi pongo è questa: la “colpa” della rimozione sistematica dei principi della dialettica va rinvenuta nella natura (ovvero nella logica) del mezzo che, senza girarci troppo intorno, è fonte della struttura stessa dei messaggi, o nella scarsa disposizione/preparazione degli interlocutori?

Troll e Social Media

Credo – ma accetto volentieri ulteriori suggerimenti – che la risposta stia in entrambe. L’agonizzante dispersione del sapere è strettamente legata sia a un algoritmo che privilegia le relazioni ai contenuti, premiando le interazioni forti, sia all’incapacità delle persone di trovare risposte adeguate a chi, implicitamente o esplicitamente, pone domande con i suoi interventi online.

Guardiamo il problema dal punto di vista del software. Chi interagisce con maggiore frequenza (che oggi significa purtroppo maggiore veemenza, fino ad arrivare allo scontro) è certamente più “interessante”! La logica contenuta nell’Edge Rank (ma lo stesso si può dire di Twitter o Instagram) lo premia rispetto a chi scrive buone argomentazioni dal punto di vista dialettico, ma è poco seguito o crea basso engagement. Conta il rapporto di forza, non la verità del contenuto.

In secondo luogo esiste, comunque, un fattore umano e la capacità reale di sapere argomentare. E qui chi “ha studiato”, per semplificare, ha qualche carta in più. La questione, però, va vista al contrario: che strumenti restano per interagire a chi non ha argomenti? Il silenzio, direbbe Wittgenstein, nel migliore dei casi. Ma se ti sei preso la briga di aprire un account su Facebook avrai pure i diritto digitale di esprimere un’opinione? O no? Il problema sorge quando dietro questo presupposto diritto non esistono argomenti ben rappresentati, prima ancora che validi. Come vincere una discussione dialettica allora? Con i rapporti di forza, ovvero con meccanismi puramente ripetitivi, vuoti, errati, falsi e con il depistaggio. Ovvero con sofismi.

Il problema sorge quando il rapporto di forza impiega una variabile a elevato costo personale, ovvero il tempo. Se da una parte chi cerca approfondimenti spende tempo nello studiare argomentazioni, ovvero costruisce un sapere fondante o lo ricerca (anche e soprattutto fuori dai social), dall’altra il tempo vien speso nella quantità di interazioni. Non è, però, un gioco a somma zero, ma un annichilimento del valore del tempo e nella messa alle strette di chi preferisce apprendere, capire, condividere, e dunque spende tempo in questa direzione, rispetto a alla cruda messa in campo di un linguaggio asciutto, che prosciuga volontariamente la discussione per arrivare all’incasso, non importa di quale verità.

Il tempo-costo della dialettica è a mio avviso oggi il vero nodo della morte del sapere sui social. La maggioranza degli utenti che potrebbe portare ragioni non ha il tempo di argomentare perché sul fronte opposto la maggioranza di chi non ha ragioni punta a vincere nel dialogo a breve termine. E’ una partita senza equilibrio: un troll non ha alcuna motivazione per studiare argomenti (spesso neppure nel leggerli). Il problema è che il software non soltanto gli permette di intervenire nel brevissimo spazio di tempo senza una verifica della cogenza del suo intervento, ma ne premia addirittura la velocità e la quantità di interazioni! Perché alimentano il networking, fine ultimo dei social.

Un ultimo pensiero riguarda Linkedin, vera eccezione in questo gioco al massacro. Perché su questo social network sono poco diffusi i troll? Personalmente credo che il tempo-costo sia percepito su questo social network molto bene. Si sta su Linkedin per presentare se stessi come esperti e competenti, nel migliore dei casi per arrivare ad acquisire “crediti” ai fini lavorativi. Non ha senso annichilire qualcuno nei suoi argomenti, perché si metterebbero in mostra l’incapacità di valorizzare il proprio tempo, la propria supponenza e lo scarso rispetto verso le persone. Con conseguenze negative sul fronte professionale.

Altrove, su Facebook o Twitter, basta invece un click, una faccina, l’adesione a un trend topic, la condivisione di una fake news, l’avere insultato rapidamente qualcuno per il suo credo politico per avere sbarcato il lunario e avere persino guadagnato posizioni nel rank che definisce timeline strutturate sulla base degli engagement. Questa attività ha un costo-tempo bassissimo. Perché non comporta sforzo di approfondimento e fatica alcuna nel seguire le regole della dialettica. La ammazza, e con essa l’opportunità di costruire un sapere condiviso. Veritiero e più umano.

Ultima modifica: 2018-08-24T16:48:20+00:00 Autore: Dario Banfi

3 commenti su “Algoritmi social, troll e la morte della dialettica

  1. Caro Banfi, ho letto per caso il suo commento e vorrei farle i complimenti. Ha colto con chiarezza un punto nevralgico dello sviluppo della rete, lo ha analizzato molto bene non solo con la competenza di chi conosce il web, ma mostrando in controluce una solida cultura umanistica. Ritengo che lei non sbagli a richiamare la disputa tra Platone e i sofisti. Bravo. Fa riflettere che un intervento di tale qualità oggi sia espresso da un giornalista che svolge autonomamente la professione. Ma incoraggia anche: non tutto nella professione è perduto.

  2. Se permette, aggiungerei una osservazione. Lei usa il termine tecnico dialettica, ma lo usa non tecnicamente. Avrebbe dovuto usare il termine, sempre in senso tecnico, di dialogo. La dialettica, infatti, attraverso i suoi momenti giunge a una verità che diventa assoluta. Qualcosa di simile cioé al fenomeno dei troll. È il dialogo che invece è sempre senza conclusione, arriva a una verità provvisoria, da ri-negoziare, e include la com-prensione dell’Altro, di cui lei giustamente parla. Non a caso il dialogo è il discorso a bocca aperta, che presuppone già la conversazione. Mi scusi, ma nello sfondo che lei delinea che potrei definire ermeneutico, tecnicamente è dialogo e non dialettica.

  3. Grazie Sergio per i complimenti e i commenti a seguire.
    In verità con dialettica ho cercato un riferimento tecnico proprio al metodo argomentativo (per esempio tipico dei dialoghi platonici) che mette a confronto tesi contrapposte con la finalità di indagare – anche senza raggiungere sempre – una verità. In taluni casi (fatti storici, evidenze scientifiche ecc.) è proprio questa che conta e si dovrebbe cercare di portare alla luce contro ipotesi infondate. Per altri ambiti la cosa è ben diversa e significativamente più complessa. Si pensi alla politica. Bertrand Russell la definiva scherzosamente il mestiere di chi offre ai cittadini consigli contrapposti. Ma anche in questo caso alcuni possono essere certamente più validi di altri.

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