Immagini digitali online: non posso fare ciò che mi pare con le foto su Facebook o Google Images

Quali diritti di utilizzo sono associati alle immagini che trovo su Facebook o tramite Google Images? Posso scaricarle e usarle? Posso condividere online, sul mio blog, immagini prese da Instagram? O copiare articoli di un blog e inserirli nel mio giornale? E se scatto una foto a uno sconosciuto, posso tranquillamente postarla su Instagram?

Proviamo a rispondere, partendo dalle basi del diritto, ovvero da una Legge del 1941 (L. 22 aprile 1941 n. 633), nota anche come Legge sul diritto d’autore, per arrivare a ciò che si sta discutendo in sede europea per riformare le norme in materia di Copyright.

Copyright - Immagini - Social Network

Diritti e immagini (o video) in generale

Può una legge scritta quando ancora non esistevano i computer regolare situazioni legate al mondo digitale? Sì. In gran parte ci riesce. Partiamo, dunque, da quel testo per capire di più su immagini (o video) e sui diritti associati. Iniziamo dal tipo di foto o immagini previste dal punto di vista del diritto. Ne esistono tre tipologie:

  • le opere fotografiche (art. 1) con  un “apprezzabile apporto creativo”, che hanno cioè valore artistico e mostrano unicità e creatività;
  • le semplici fotografie (art. 87 – I c.) cioè immagini di persone o cose e fatti della vita naturale e sociale ottenute con il mezzo fotografico o mezzi analoghi;
  • le riproduzioni fotografiche (art. 87 – II c.) ovvero riproduzione di scritti, documenti, disegni tecnici.

Per le prime due tipologie di immagini – anche se in formato digitale – esistono regole che ne limitano l’utilizzo, tutelandone gli autori. In particolare, le opere fotografiche sono coperte da diritto d’autore per 70 anni dopo la morte dell’autore stesso. Le seconde, invece, (semplici fotografie) hanno la stessa tutela, ma per 20 anni. Per le riproduzioni non c’è, invece, alcun diritto associato. Perché si possano rivendicare questi diritti è necessario, tuttavia, indicare:

  • il nome dell’autore o del committente;
  • la data della riproduzione;
  • il nome dell’autore dell’opera d’arte fotografica.

Opere o semplici foto?

Una prima questione da comprendere è che cosa distingue esattamente le opere d’arte dalle semplici fotografie. La spiegazione tecnico-pratica si evince da alcune recenti sentenze del Tribunale di Milano. Per esempio dalla Sentenza n. 12188/2016 pubblicata in data 7 novembre 2016 che ha trattato il caso di un giornale online che ha impiegato una fotografia scattata più di vent’anni fa a Moana Pozzi. Ebbene l’autore ha richiesto danni patrimoniali per l’utilizzo illecito di quello scatto, definito una sua “opera d’arte”. Ma si trattava di una semplice foto – con diritti d’autore decaduti – od opera d’arte, con diritto d’autore ancora vigente? Il tribunale ha rilevato il fatto che, al di là di un’evidente assenza di datazione della foto, risultava assente “uno stile personale dell’autore, né questi aveva indicato gli elementi in base ai quali le stesse avrebbero dovuto ritenersi creazioni artistiche“.

In un altro caso (Sentenza n. 6557/2016 del Tribunale di Milano, pubblicata il 25 maggio 2016), del tutto analogo, il medesimo fotografo ha argomentato la richiesta di risarcimento danni in questo modo: “…nella foto si vede unicamente un pezzo di taxi giallo e, sullo sfondo, un’immagine volontariamente sfocata di una metropoli libera di auto e persone per evitare elementi di disturbo alla persona ritratta in primo piano. L’espressione tranquilla e sorridente suggerita dall’autore, rivela una giovane donna cura di sé ed a proprio agio in città mentre accenna a muoversi. Le foto del servizio non sono foto di moda, ma immagini di una giovane che farà l’attrice e gioca a fare la star seguendo l’indicazione dell’autore in tutti gli elementi necessari alla risultato voluto”.

Per il giudice, tuttavia, questo non determina le caratteristiche di “opera d’arte”, ma ritiene si tratti di una semplice fotografia “di moda, ben riuscita, per la competenza di un fotografo professionista adeguatamente equipaggiato; non si tratta dunque di una rappresentazione originale e creativa del fotografo, volta a esprimere qualcosa di ulteriore e diverso rispetto allo scopo di riprodurre la realtà ritratta“.

Fotografia e diritti di utilizzo

Photo by Seth Doyle on Unsplash.

Fotografare è diverso da pubblicare foto

Scattare foto è un’attività libera, ma ha qualche limite. Poiché non esiste un diritto generale di fare foto “di panorama”, persistono, per esempio, limitazioni legate a zone protette da segreto militare, alla protezione del patrimonio artistico o a diritti d’immagine particolari, come, per esempio, quelli di edifici per i quali i costruttori o gli architetti hanno chiesto di applicare un Copyright. Sapevate, per esempio, che la Torre Eiffel non è fotografabile perché protetta da Copyright?

In  ogni altro caso ciascuno può fare, comunque, gli scatti che desidera e a chi vuole. Attenzione però, perché una cosa è far click con una fotocamera o un cellulare, ben altra è usare questi scatti fotografici nei quali si possano riconoscere le persone ritratterendendoli pubblici, per esempio su Facebook o altri social media.

Fotografare è diverso da pubblicare!

Ogni persona ha diritto di proteggere la propria immagine: nei casi di ritratti di persone (riconoscibili) occorre, di conseguenza, ottenere in maniera esplicita e dimostrabile il diritto alla pubblicazione.

L’autorizzazione a farsi fotografare non equivale cioè all’autorizzazione alla pubblicazione. Sono due cose ben distinte. Se anche ci si mette in posa non significa che si autorizza il fotografo a postare l’immagine su Instagram. La concessione alla divulgazione pubblica va presa in seria considerazione, senza contare il fatto che un’autorizzazione alla pubblicazione potrebbe anche essere revocata nel tempo o (come accade per alcuni contratti professionali) essere legata a determinati media e non ad altri.

Eccezioni alla richiesta di autorizzazione alla pubblicazione

Il consenso alla pubblicazione di foto o video non è sempre obbligatoria: ci sono alcune eccezioni. Queste:

  • foto scattate nell’esercizio dell’attività giornalistica che ritraggano soggetti (persone, fatti, eventi) di interesse pubblico e contestualmente non pregiudichino l’onore, il decoro e la reputazione della persona;
  • quando le persone ritratte non sono riconoscibili;
  • quando le persone ricoprono un ruolo pubblico d’ufficio;
  • quando si tratta di scopi didattici, scientifici o culturali [Nota a parte: la nuova direttiva UE in materia di Copyright vuole escludere i libri scolastici stessi, che a loro volta non possono essere usati liberamente o gli spartiti musicali];
  • per necessità di ordine pubblico (polizia ecc.);
  • quando si tratta di personaggio che gode di notorietà e nei casi in cui l’immagine di questa persona non sia protetta e utilizzata a fini commerciali.

La normativa arriva a regolare perfino l’uso di immagini sostitutive che rappresentano in maniera inequivocabile le persone reali, ovvero l’uso di sosia. Non si possono pubblicare foto di sosia per uso commerciale senza consenso dell’interessato temporaneamente sostituito.

Quale tipo di consenso vale?

Il consenso non può quasi mai essere tacito, fatti salvi i casi in cui il consenso sia desumibile da un comportamento esplicito e inequivocabile. Un esempio, per capire: le foto scattate nei cosiddetti photo booth disponibili agli eventi con un forte impatto social. Si presuppone, in questo caso, che quando un fotografo – incaricato di gestire i canali social e in possesso di una fantastica cornice in cartone con scritto sopra “Facebook” – vi chieda di posare per lui abbia anche il diritto di pubblicare la fotografia che vi ha appena scattato. I casi di consenso implicito, tuttavia, non sono sempre chiari. Bisogna prestare attenzione.

La regola d’oro è infatti quella di avere un consenso scritto o anche orale ma dimostrabile (attraverso testimoni, registrazioni ecc.).

Perché sia valido il consenso occorre inoltre indicare chi è autorizzato a trattare le immagini, eventualmente segnalando i mezzi sui quali sia possibile pubblicare le fotografie e in quali non sia possibile. Caso particolarissimo è quello relativo ai minori per i quali serve sempre il consenso di entrambi i genitori.

Foto dai social: no, non posso usarle come mi pare!

La questione dei diritti d’autore legati alle fotografie e l’equivalente diritto a proteggere la propria immagine sono oggi ampiamente sottovalutati. L’uso indiscriminato di immagini pescate con Google Images o scaricate da Facebook sono comportamenti diffusi e del tutto irriflessi. In realtà, nella maggior parte dei casi, si tratta di violazione del diritto d’autore sulle immagini, che si tratti di semplici fotografie o di vere e proprie opere d’arte.

Per essere ancora più espliciti: usare a piacere fotografie trovate su Facebook e pubblicate dai suoi utenti è illegale. Un giornale non può prendere una foto di un tramonto sul ponte crollato a Genova pubblicata da un utente su Twitter o Facebook per ripubblicarla sul proprio giornale online. Quella foto appartiene al suo autore (e in un certo senso anche a Twitter o Facebook). E se in primo piano ci sono anche persone riconoscibili, che non hanno autorizzato la pubblicazione, la cosa si complica.

Macchina Fotografica - Diario di viaggio

Photo by Glenn Carstens-Peters on Unsplash

Le immagini che si trovano in Rete sono liberamente utilizzabili poiché sono disponibili pubblicamente? No, è un falso! Non sono riutilizzabili, a meno che non sia l’autore stesso ad avere indicato la possibilità di condividerle.

Molti autori, siti di fotografie o altri servizi riportano espressamente questa opportunità. Solitamente avviene attraverso l’applicazione di licenze d’uso particolari, che specificano le condizioni con cui si possono copiare e riusare le immagini. Le licenze Creative Commons, per esempio, sono tra le più note. Consentono – per fare un esempio – nel caso della licenza CC-BY di riconoscere l’attribuzione dell’opera all’autore e l’uso libero delle fotografie, anche per scopi commerciali.

I principi che regolano il diritto d’autore nel mondo digitale sono identici a quelli validi da oltre 70 anni per carta stampata, registrazioni musicali e video produzioni. La L.633/1941 è ancora valida. Da un certo punto di di vista è un bene, per gli autori perché se così non fosse, come ha affermato Maurizio Codogno, intervenuto di recente sul tema durante il convegno “Giornalismo, regole e macchine“, organizzato a Torino da Dig-it, chi crea opere per campare dovrebbe affidarsi unicamente al mecenatismo.

E lo sharing di foto? Quali sono i limiti?

Qui la cosa si complica, perché la condivisione avviene sempre da un punto di partenza (piattaforma online sul quale è stata pubblicata per la prima volta la foto o dal proprio cellulare o da un’altra fonte) verso un’area di “approdo”. Se quest’ultimo si trova all’interno del medesimo social, la questione si sposta alla fonte. Ovvero su chi, per primo ha postato l’immagine o la foto in questione.

Solitamente fa parte delle regole del gioco sottoscritte da ciascun utente in fase di apertura di un account su quel determinato social network accettare anche la postilla che preveda la condivisione dei contenuti (testi, foto, video). Il problema riguarda, invece, l’origine del file multimediale (ma anche dei testi).

Ogni social network e provider di contenuti (da Google Images in giù…) scarica la responsabilità relativa al rispetto del Copyright sugli utenti, intervenendo solo in caso di necessità. In altre parole autorizzano la pubblicazione di qualsiasi contenuto e fanno valere un principio di “presunta innocenza”. Non potendo controllare tutto ritengono, cioè, originale e senza violazioni di Copyright ogni contenuto pubblicato, ma se venisse loro segnalata una violazione dei diritti d’autore e di quelli associati, intervengono per rimuovere il materiale illegale.

In altre parole, Facebook & Co. ritengono gli utenti responsabili in prima istanza di eventuali violazioni. Pur facendo milioni di revenue attraverso un tipo di pubblicità che, guarda a caso, utilizza algoritmi costruiti sui livelli di ingaggio degli utenti dovuto alla condivisione massiva di materiale di ogni genere, non attua alcun controllo preventivo sul Copyright delle immagini che vengono postate. La nuova direttiva UE in materia interviene su questo aspetto e su altre questioni. Vediamone alcune.

La filosofia della nuova direttiva UE in materia di Copyright

A partire dal 2016 è stata approntata la definizione, in sede europea, una nuova direttiva pensata per regolare la materia del Copyright in epoca di social network. Si tratta della “Directive on Copyright in the Digital Single Market“, che si può leggere in italiano sul sito di EUR Lex (e lascio in download qui, in formato .DOC) L’idea è superare la precedente norma del 2001, quando il Web era ai primordi, e affrontare i nuovi modelli di business, armonizzando le regole dei diversi Paesi europei.

Come dichiarato nelle premesse della normativa, la finalità è di contemperare interessi contrapposti: quello di editori e produttori di contenuto, a ricevere adeguato corrispettivo per lo sfruttamento del loro materiale protetto da diritto d’autore, con quello dei fornitori di servizi e dei social network che vogliono continuare a far condividere liberamente materiale online.

Semplificando molto, si può dire che questa norma, ancora in discussione, sia nata anche e soprattutto per recuperare soldi da Google, Facebook ecc., che consentono oggi la condivisione di materiale coperto da Copyright in violazione delle normative nazionali di quasi tutti i Paesi dell’Unione. Non è, però scontato che questo accada, visto l’iter complesso della Legge, che – nel momento in cui stiamo scrivendo – è in discussione in ben tre sedi diverse: Commissione, Parlamento e Consiglio della Nazioni.

Se dovesse andare in porto, e per come è formulata oggi, interverrà a gamba tesa nel mondo dei social e di Google: porrà a carico dei provider e dei social network (Cfr. Art. 11) l’onere di remunerare gli editori per l’uso delle loro pubblicazioni.

Tale remunerazione avrà ricadute sugli autori, che potranno a loro volta far valere i diritti per lo sfruttamento delle loro opere nei confronti degli editori, anche nel caso particolare in cui la pattuizione iniziale dei compensi non prevedesse l’uso delle opere online o sui social network o gli introiti degli editori fossero sproporzionati (in eccesso) rispetto al valore previsto in fase di negoziazione proprio perché non contemplavano esiti legati al Web.

Remunerazione anche dei link (con testo esteso)

La direttiva europea interviene sulla possibilità di veder riconosciuto il diritto d’autore anche sui titoli degli articoli, o sui link agli articoli, qualora venissero collegati all’originale e accompagnati da una spiegazione o un breve testo. Una semplice parola con un collegamento ipertestuale sarebbe esente da questa “tassa sul Copyright”, ma gli abstract, i sommarietti o i titoli linkati all’originale costituirebbero – senza un’adeguata remunerazione dell’editore – violazioni del diritto d’autore.

Come si può intuire è una battaglia aperta tra gli editori e i grandi operatori del Web: Google, Facebook, Twitter, YouTube, Instagram e altri.

La direttiva UE non porrà (se approvata) il Copyright soltanto su articoli, immagini o video, ma anche sul titolo o sui sommari con un link a testi o a media protetti da copyright. Serviranno licenze ad hoc per citare queste fonti.

Le piattaforme online (come prevede l’Art. 13 della direttiva) dovranno siglare contratti di licenza con i proprietari dei diritti, a meno che questi ultimi non preferiscano bloccarne l’accesso o non sia possibile tecnicamente definire un contratto. In caso di mancanza di un accordo gli stessi fornitori di servizi online dovranno disporre misure appropriate e proporzionate, ovvero filtri, che blocchino l’upload di contenuti senza licenza d’uso.

Eccezioni e il caso Wikimedia

Non tutti i soggetti online che metteranno link a contenuti protetti da Copyright dovranno però pagare le fonti. Saranno esclusi gli utenti che faranno questa operazione in modalità “privata” o per finalità “non commerciali”. Tra questi sono contemplate enciclopedie online o piattaforme che rilasciano contenuti con licenze d’uso non commerciali.

Se non traggo alcun profitto dal link che metto all’articolo del Corriere della Sera sul mio blog personale, potrò liberamente condividerlo. Se, però, lo faccio su Facebook, che guadagna indirettamente dalla mia attività, allora è necessario regolare tale condivisione. RCS e Facebook dovranno cioè parlarsi e definire contratti di licenza.

C’è, però, un piccolo dettaglio che potrebbe ingarbugliare la situazione e su questo punto si sono interrogati, per esempio, i responsabili di Wikipedia. Alcune enciclopedie online operano senza scopo di lucro e pubblicano contenuti con licenze particolari, che consentono sì di usare liberamente i materiali, ma lasciano libertà d’uso sui propri contenuti anche per fini commerciali purché non venga alterata la licenza che consente a tutti di operare in questo modo, anche attraverso l’uso di opere derivate.

Ora la questione (seria) è rispondere correttamente a questa domanda: visto che non operano a fine di lucro, ma consentono l’uso dei contenuti a fini di lucro, queste enciclopedie devono remunerare la citazione o il link ad opere protette da Copyright? Se la risposta fosse positiva, tutto il castello di Wikipidia crollerebbe, con un danno incalcolabile per gli utenti della Rete. Se fosse negativa, tutto continuerebbe come è ora.

Purtroppo l’iter di legge non è ancora chiuso e il testo non è chiaro. La vicenda non ha trovato, cioè, un’adeguata soluzione e andrà certamente discussa. Il rischio è che la fretta di portare a casa la Legge entro la fine della legislatura possa fare più danni (per esempio a realtà come Wikimedia) di quelli che cerca di tamponare.

Ultima modifica: 2018-10-07T21:42:51+00:00 Autore: Dario Banfi

Lascia un commento