Non basta avere buone idee

Ideas Versus Execution

In epoca post due puntozero le idee di business basate su Internet hanno raggiunto il prezzo storico più basso al chilo. C’è chi sostiene si vendano al mercato dell’ortofrutta, chi abbia trovato bigliettini come nei cioccolatini, ma infilzati sugli ombrellini dei cocktail alle apericene milanesi.

–  “Perché non facciamo un’App per incentivare la danza del ventre? Si potranno iscrivere gli appassionati, i proprietari di palestre, le danzatrici che insegnano. Poi faremo questo e poi faremo quest’altro…
–  “Sto pensando di aprire un negozio online per vendere le mie creazioni in cartongesso. Pensavo di mettere in home page uno slider a tutta pagina con alcuni dei miei pezzi migliori: il calco di un vecchio carburatore del mio Garelli Ciclone, la riproduzione 1 a 1 di uno spartitraffico e altri. Fico, no? 

Mi capita in media una volta ogni tre settimane di ricevere telefonate o messaggi, indicazioni velate o battute semiserie di qualcuno che conosce qualcun’altro che avrebbe una tale idea rivoluzionaria da sconvolgere il pianeta. Senza contare le improvvisazioni dirette, senza filtro, di numerosi amici e conoscenti.

Il consumo di servizi digitali ci ha talmente rimbambito, a causa della loro facilità d’uso, da non farci più riuscire a distinguere l’idea dalla sua realizzazione. Il maledetto inghippo sta nella scatola: non ci hanno insegnato o, più sottilmente, permesso di guardarci dentro. Il pollice opponibile e il suo amico indice sono diventate armi di distrazione di massa. E le stiamo usando senza troppe opposizioni. Click, tap, click.. pausa. Click. E via di nuovo.

Oggi non è più una buona intuizione a fare la differenza, ma la sua messa in opera. A cambiare il mondo non è il tempo in cui si discute come realizzare un progetto digitale, ma la sua volgare, pesante, difficile, faticosa lavorazione giorno per giorno, notte per notte, riga di codice su riga di codice.

Quelli bravi la chiamano execution.

Il valore dell’esecuzione e il tempo dedicato sono il cuore dell’innovazione. Non le idee. Di queste ne trovi a mazzi, ovunque.

Non è un caso che le maggiori rivoluzioni in ambito digital siano nate dal basso, nella modesta stanza di uno studente o nella cantina di qualche nerd, in circoli ristretti o in zone franche dove trafficare dati, codice, aprire scatole per vedere che cosa c’è dentro. In alternativa, in ambienti o spazi di tempo ritagliate dentro grandi imprese che hanno capito quanto sia importante lasciare campo libero a chi desidera sperimentare e che guarda a caso riproducono ambienti e spazi di libertà individuale per la gestione del tempo e soprattutto della fatica. Qui sono state spese ore e ore di scrittura di codice senza eguali. Soggetti che di cocktail ne bevono ben pochi, ma investono 18 delle 24 ore delle proprie giornate, tutti i giorni a mettere a punto codice.

L’esecuzione è il vero jolly, non l’idea. E costa moltissimo perché include, sotto traccia, la dedizione di una vita, il sacrificio e l’investimento a perdere di ore spese davanti al proprio computer. Può essere programmazione, può assumere la forma di promozione e marketing, può significare la costruzione parallela di servizi a supporto del prodotto affinché abbia il giusto ciclo di vita rispetto ai suoi destinatari. Le forme di dedizione ed esecuzione sono molte, ma resta solo e soltanto execution.

Certo, ma senza un’idea guida, dove vuoi andare?” è la classica obiezione di chi non ha mai pestato la testa sugli spigoli del codice.

La risposta è semplice: inizia a guardare dentro alla scatola, quella che usi tutti i giorni senza sapere come è fatta, poi ne riparliamo.

La teoria dell’innovazione che prescinde dal consumo di tempo e fatica nella costruzione, è carta straccia. E’ il tempo perso a trovare le soluzioni tecniche migliori a fare la differenza. E spesso è tempo personale, non remunerato.

La semplice idea di pagare qualcuno per realizzare i vostri sogni e i vostri progetti è sbagliata in partenza. L’impegno di esecuzione ossessiva, costante, a testa bassa, orientata all’obiettivo non è quasi mai eterodiretta. E’ nel DNA dell’innovatore, che si espone in prima persona, senza sbandierare troppo le sue idee geniali perché non ha il tempo di raccontarle, visto che le sta realizzando.

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