Humanitech – Il mio blog dal 2006

Il cliente sbagliato

Fidarsi è bene, ma avere un contatto scritto è meglio. Sempre.

Fate attenzione ai clienti inaffidabili

Il fatto che non sia obbligatorio (per legge) stipulare accordi scritti quando si tratta di lavoro autonomo è, da un certo punto di vista, una vera maledizione per i freelance. È un errore comune, infatti, lasciarsi trasportare dall’entusiasmo e portare a casa il lavoro per iniziare subito. Per muoversi in fretta e offrire soluzioni buone e rapide che la maggior parte delle imprese e le grandi agenzie non sono in grado di offrire. Tutto questo, però, non ha conseguenze se i committenti hanno solide finanze e buone intenzioni: si emette fattura e i compensi – prima o poi – si incassano. Ma non è sempre così. Ci sono casi del tutto diversi, che possono trasformarsi in un vero e proprio calvario se non, addirittura, in un buco nero senza ritorno. E diventano un incubo professionale.

Sto esagerando? Forse perché non avete ancora toccato con mano.

Babbi di morto e filibustieri: imparate a riconoscerli

Mi è capitato spesso di incappare in furbi di ogni sorta che pagano a babbo di morto. Dopo sei o perfino otto mesi. Quasi sempre si è trattato di grandi aziende o enti pubblici, multinazionali, blasonate, con comparti amministrativi tanto carrozzati quanto incapaci di distinguere un lavoratore autonomo da un copertone d’automobile. Società che trattano i fornitori come il toner delle stampanti, da pagare al chilo e quanto più tardi possibile. Non mi era mai successo, invece, fino a dicembre 2018, di incappare in veri e propri farabutti.

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Basterebbe cancellare

‘St’amore è una gabbia a matita,
basterebbe cancellare
facci quello che ti pare.

Achille Lauro, Mamacita

Ci sono momenti nella vita in cui vorresti soltanto dimenticare. Con maggiore o minore intensità, ma desideri rimuovere i fatti, le persone, le conseguenze. Togliere i residui scomodi, le interpretazioni o i danni, i brutti ricordi o semplicemente il dolore che provi.

È una necessità, quasi un’urgenza, che provi quando la pressione diventa insopportabile. E finché non eravamo connessi a Internet riguardava soltanto noi e la nostra memoria, le nostre intenzioni o il nostro inconscio. Oggi il lato oscuro, silenzioso, che lavora nella rimozione dei fatti e delle loro interpretazioni, non lavora più soltanto sul sostrato immateriale che chiamiamo coscienza, ma deve confrontarsi con un nuovo mondo, quello digitale.

A volte ti trovi a dover cancellare per liberare spazio, per respirare. Altre perché lo vuoi. Perché hai deciso di non rivedere mai  più il tuo passato. Si tratta di scelte consapevoli, più o meno efficaci. In alcuni casi non sei tu a decidere, ma il demone che ti controlla: rimuove per ragioni di sopravvivenza o perché non sei più in grado di sopportare te stesso o accettare la rappresentazione che altri si sono fatti di te.

Cancelli qualcosa perché hai deciso di distruggerla,
di non rivederla mai più.
Cancelli qualcosa perché hai bisogno di liberare spazio,
perché non la vuoi più.
Ormai non ha più  valore.

Elliot Alderson, MrRobot (Terza Serie, VIII episodio)

Come nella scrittura, nella raccolta dei dati o nella loro archiviazione in una memoria di massa o in una memoria vivente esistono tecniche più o meno consapevoli ed efficaci, così accade anche nella cancellazione.

In maniera approssimativa, credo siano queste le modalità più diffuse.

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Sport, competizione ed età evolutiva

Capita spesso di ascoltare talk di personaggi dello sport che intervengono pubblicamente in materia di teamwork o di trovare coach, nella sala riunioni di grandi imprese, che raccontano come fare squadra. Julio Velasco, per esempio, è un grande oratore, ma anche Xavier Zanetti, altro buon esempio, è stato davvero ispirante al recente World Business Forum.

Ci sono mille casi di ottimi sportivi che insegnano fuori dai banchi dello sport. Questo perché esiste una forte contiguità tra quei mondi – sportivi, aziendali, associativi, politici e altro – che puntano al successo sulla base di un gruppo ben affiatato e sulla capacità di stimolare crescita e competizione in maniera sana e leale, come nello sport.

La riflessione che segue non riguarda, però, soltanto lo sport, sebbene da qui nasca, per fatti contingenti legati alla mia vita e allo sport che praticano i miei figli, ma intende costruire una metafora di mondi possibili, dove c’è competizione, qualcuno vince e qualcuno perde, e dove si costruiscono team per ottenere questi risultati.

Fare sport agonistico nella minore età

Lo sport è competizione, ma anche e soprattutto divertimento. Quale debba essere il corretto bilanciamento tra queste due anime è difficile da stabilire ed è per questo che la cultura sportiva ha deciso di fissare un paletto, chiamandolo “agonismo”. Oggi con questa etichetta si identificano alcuni percorsi e valori: il superamento del puro momento ludico dello sport, la necessità di interpretare il corpo anche come uno “strumento” di lavoro, la volontà di competere e vincere, la tendenza a creare percorsi professionali, selettivi e possibilmente ben remunerati a lungo termine.

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La materia del Web design

Più di dieci anni fa ebbi la fortuna di incontrare per lavoro l’amministratore delegato di Landor Italia. Per chi non conoscesse Landor può tranquillamente guardarsi intorno a 360 gradi, sapendo che l’80% dei marchi che vede è assai probabile che li abbia disegnati proprio questa società. Design e brand sono la linfa vitale del suo business, ma ciò che ricordo, a distanza di tempo e con piacere, è un aneddoto relativo a un clamoroso fail, un perfetto fiasco, che mi raccontò questa persona durante un’intervista.

A memoria non so dire se riguardasse la società o la concorrenza: la vicenda mi colpì indipendentemente dal protagonista. Chiamata a disegnare un nuovo marchio e tutto il sistema di branding associato, la società di consulenza di questa storia venne ingaggiata da una grande compagnia aerea che voleva rifarsi il look, per così dire. Dopo poco tempo l’agenzia presentò il suo progetto. Si trattava di un avveniristico marchio, sfavillante e geniale su fondo nero. Per illustrare meglio il risultato vennero costruiti prototipi di aeroplani con il nuovo marchio, ma senza neppure iniziare il meeting, il cliente, vedendo i modelli piazzati in bella vista sul tavolo in sala riunioni, impallidì e ritirò immediatamente il mandato alla società di consulenza.

Che cosa accadde? Un fatto semplicissimo, che si può intuire contando quante compagnie aeronautiche al  mondo dispongono di velivoli neri. Il nero, notoriamente, attrae la luce, che assorbe calore e a sua volta, per velivoli che stanno nel 98% del tempo sopra le nuvole, significa surriscaldamento e possibilità di generare malfunzionamenti di impianti elettrici. L’errore, di conseguenza, fu di tipo ingegneristico, non prettamente estetico.

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Elogio dell’introversione

Introversi, timidi, asociali, nerd di tutto il mondo… non unitevi! Siete l’ultimo baluardo di resistenza possibile, gli anticorpi globali alla più virulenta malattia contemporanea diffusa via social network.

Quanti amici hai su Facebook?

Standing Alone
Photo by Yiran Ding on Unsplash

Circolano da tempo numerosi studi sugli effetti negativi dei social network. Ce n’è per tutti i gusti. Si va dal semplice consumo di tempo sprecato nel consultare contenuti spazzatura (un fatto ben noto a chi ha figli adolescenti) alle più complesse sindromi generate da immagini costantemente positive, come accade su Instagram, che ritraggono un mondo sempre felice, anche quando non è così, fino ad arrivare a stress, ansia da notifiche, fenomeni d’interazione violenta, sessismo, bullismo e razzismo.

Abbiamo deciso, come esseri umani, di non farci mancare nulla nello spazio della brutalità dei rapporti digitali. E più frequentiamo i social network più rinforziamo l’idea che sia proprio in questo modo che possa crescere la nostra personalità e la nostra capacità di rapportarci con gli altri.

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Ultima modifica: 2018-04-02T18:23:15+02:00 Autore: Dario Banfi