Dire di no

C’è chi ne ha fatto una teoria articolata e ben documentata (cfr. “Il No Positivo“, Corbaccio, 2007, 16,40 euro), come William Ury – che anni fa ho anche avuto l’occasione di intervistare – ma c’è anche chi, scovato con un search molto causale tra i vecchi feed dei siti per freelance, ha raccolto qualche tempo fa in maniera più empirica una serie di motivazioni, più o meno condivisibili, per dire di no mentre si lavora come freelance.

Ecco alcune domande (generalizzate da me) di un cliente alle quali un lavoratore indipendente dovrebbe rispondere negativamente:

1. potresti mostrarci un nuovo esempio (leggi “prodotto”) affinché noi possiamo decidere meglio che cosa fare?
2. puoi applicare questo tasso di sconto?
3. puoi svolgere le pratiche iniziali, acquisendo servizi per conto nostro, slegati dalla tua produzione, in modo da avviare il lavoro che ti abbiamo assegnato?
4. potresti copiare questa idea di un altro consulente?
5. accetteresti un compenso esclusivamente vincolato al successo delle mie vendite?
6. ho un’idea geniale, me la svilupperesti?
7. mi lasceresti il tuo instant messenger così raffiniamo la lavorazione in corso d’opera?
8. posso pagarti tutta l’attività svolta soltanto a fine lavori?
9. puoi fare questo lavoro per domani o nel week-end?
10. mi assicuri che tutto quello che fai per me non costituirà fonte d’ispirazione per altri tuoi lavori?

Fonte: WakeUp Later.

La formula della domanda è comunque segno di cortesia. Ci sono, però, anche atteggiamenti e affermazioni che vanno fermate (e discusse) sul nascere. Formule piuttosto note ai freelance, di questo genere:

1. inizia a lavorare al progetto, poi valutiamo quanto quotare il tuo impegno…
2. aggiungi pure queste altre attività nel budget che abbiamo fissato…
3. anticipa tu queste spese che vediamo a consuntivo come comportarci con l’amministrazione..
4. non credo ti costi nulla una mezza giornata in più…
5. presentati pure a nome nostro
(a terzi), senza dire che sei un consulente…
6. non ti preoccupare, le idee che ci hai proposto in un modo o nell’altro verranno utilizzate…
7. non mettiamo un termine esatto, perché è possibile che l’attività si prolunghi…
8. mentre sono in ferie, non pensare soltanto alla tua parte di lavoro concordata, ma coordina pure tu il progetto al posto mio…
9.  fatto uno, fatti cento, non credo sia un problema irrisolvibile…
10. il capo ha apprezzato moltissimo l’idea studiata insieme negli ultimi tre mesi, ti giro l’ultima e-mail che mi ha mandato ieri…
11. non posso farci nulla, gli altri mi impongono queste condizioni per te e non credo sia il caso di farti parlare con loro, sono intrattabili…
12. lavora soltanto per me, non ascoltare nessun altro in azienda che ti offre lavoro, sono inaffidabili…
13. per fare partire questo progetto devi prima spiegarmi nel dettaglio come farlo, perché io possa proporlo al mio capo.. se poi verrà stanziato il budget il lavoro sarà certamente tuo…
14. il vantaggio maggiore per te è quello di lavorare con una grande impresa come la nostra…
Ecc.

Credete che siano punti chiari, oppure come le barzellette sui carabinieri, vadano anche spiegate a qualcuno?

Ultima modifica: 2009-02-17T11:41:10+01:00 Autore: Dario Banfi

4 commenti su “Dire di no”

  1. Credo vadano spiegate a più di una persona :-)
    Hai dimenticato la casistica sui moke-up, ben nota ai grafici pubblicitari, su chi chiede l’ennesima versione “di prova”..

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  2. Hai ragione Elisa. Se ti interessa c’è un interessante racconto su come chiudere con clienti del genere… Molto bella l’intuizione dell’autrice del blog che dopo l’ennesima richiesta di modifiche di una prova si chiede: “Am I wasting my time? More importantly, am I wasting my clients’?” In both cases, I knew that it wasn’t anything I, nor the client, was doing wrong. We were just incompatible, stylistically speaking“. L’errore è credere di dovere a tutti i costi trovare una soluzione che vada bene al cliente. Spesso è più utile perderlo quel cliente.

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  3. Luca condivido in pieno! L’anello debole deve diventare forte, negando sistematicamente a chi intende approfittarsene o, più semplicemente, agisce nella completa ignoranza delle dinamiche del lavoro autonomo, la possibilità di avanzare pretese che non rispettino il lavoro e la professionalità altrui.

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  4. un giorno qualcuno mi citò questa, senza una fonte precisa però: “in ogni new business ci sono due vincitori: quello che porta a casa il lavoro e quello che esce per primo”. dire di no è veramente solo un modo per non perderci alle volte, anche tra aziende enti etc.. però nei tuoi esempi (e anche nella giostra dei mock-up di cui parla elisa) c’è di peggio: l’arroganza del committente verso il freelance preso solo come anello debole della catena. non so come se ne esce onestamente, ma la somma delle due cose fa sì che la regoletta sopra nel caso del freelance si applichi sec me ancora di più

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