Biglietti da visita, referral e legami deboli

Due vicende, due casi. Come cambia la prospettiva sull’uso dei biglietti da visita.

Primo caso. Questa mattina, a colazione da BNI Italia. E’ la giornata degli ospiti, cioè di quelli nuovi, come me, che vogliono capire qualcosa di come funziona il sistema di referral messo in piedi dall’americano (manco a dirlo) Ivan Misner (ora mappato su Twitter). BNI è un’associazione per lo scambio di referenze. Funziona così: vai, prestissimo, ore 7.30, a colazione e ti presenti (in sessanta secondi), poi ci si scambia i biglietti da visita, poi un (solo) socio (ogni volta) ha 10 minuti per raccontare che cosa fa e quali sassi riesce a togliere dalle scarpe dei suoi clienti. Finale con scambio di referenze: tipo che su un foglietto un socio passa all’altro il nome di alcuni suoi conoscenti/clienti che potrebbero essere interessati al suo business. Tutto avviene davanti a una buona colazione, con giornali a disposizione. E’ uno scambio piuttosto fisico, fatto di zuccheri, sali (per chi sceglie la colazione salata) e carta. I biglietti volano come piccioni in piazza Duomo. Poi ci si saluta. Se vuoi partecipare, entrando nel vivo dello scambio referenze per tutto l’anno, dando continuità al sistema, partecipando alle attività del tuo Capitolo di appartenenza, devi versare la quota di iscrizione piuttosto salata per un freelance, ovvero di 800 euro all’anno. Chi lo ha fatto dice essere un buon investimento: la forza del legame, fisico, verbale ed economico, invita a non sprecare occasioni, da raccogliere prima possibile. Sei forzato ad avere fiducia, poi magari diventa reale, intanto devi metterci qualcosa di tuo, anche soltanto su un pezzetto di cartoncino.

Secondo caso. Passo a trovare i coordinatori del servizio di coworking di The Hub, a Milano, zona Paolo Sarpi. E’ fine luglio, fa caldo. Poche persone sono sedute a lavorare, la maggior parte a prendere aria nell’area di ingresso e all’esterno, attrezzato con sdraio e tavolini. Cerco qualcuno dello staff: sto lavorando a un capitolo del nuovo libro dedicato ai servizi di coworking, vorrei raccogliere storie, esperienze, motivazioni. Abbiamo (siamo due autori) già informazioni su Londra e Berlino e vorremmo raccontare qualcosa di Milano. Per non “aggredire” direttamente le persone che transitano da The Hub, cerco prima di spiegare a qualcuno che segue le normali attività dello spazio milanese le necessità. Incontro Nicolò, facciamo due chiacchiere, capisce, ma non del tutto. Altri giornalisti sono passati di lì e crede sia l’ennesimo inviato di Santoro o simili, in realtà il nostro testo è di sociologia. “Ok, dice. Mandami una richiesta via e-mail che la giro alla nostro community“. Ma come, dopo un’ora che parliamo devo riscrivere tutto? Vabbè. Se questo è il metodo di referral interno, ok. Farò così. Saluto. “Ti lascio un mio biglietto da visita, posso averne uno tuo?“, azzardo alla fine. “No, non usiamo biglietti da visita, soltanto e-mail“, e mi restituisce il biglietto. La sera scrivo una cortese e-mail, alla quale non riceverò mai risposta. Il libro esce tra breve: abbiamo fatto in tempo ad aggiungere l’esperienza di New York. Dal legame debole, dove si perdono persino i nomi nel tempo, ricavo soltanto un’idea: per trovare informazioni occorre il tempo della frequentazione e “a secco” non si ottiene nulla. Meno tracce fisiche si lasciano e più bit spargi, maggiori chance (non è certo) potresti avere (condizionale).

Ultima modifica: 2011-03-09T15:16:00+01:00 Autore: Dario Banfi

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