It’s not about place, it’s about people!

Coworking Conference 2011

Dalla Cina all’Egitto, passando per le grandi città americane, le capitali europee e i nostri piccoli centri abitati. Il fenomeno dei coworking – aree attrezzate dove i freelance possono trovare una scrivania e lavorare, incontrarsi, svolgere riunioni con clienti, collaborare e organizzare eventi – non può più essere considerato una moda passeggera. È un fatto strutturale, che si consolida insieme alla crescita dei knowledge worker e del lavoro indipendente. “Non è semplicemente una questione di spazi, ma riguarda le persone e il loro modo di lavorare e fare nuove esperienze di condivisione e collaborazione”, spiega Jean-Yves Huwart, l’organizzatore della Coworking Conference 2011 di Berlino, un meeting internazionale che ha visto la partecipazione di oltre 300 coworker provenienti da 24 Paesi e quattro continenti. La stima elaborata da Deskmag e presentata nelle giornate berlinesi è di 1.129 spazi di coworking al mondo, 531 soltanto negli Usa, 467 in Europa, un’area dove raddoppiano ogni anno, e 70 in Italia.

In Cina sono soltanto cinque. Lo spazio Xin Dàn Wèi di Shangai è il più vecchio, si fa per dire, avendo soltanto due anni di vita, ma ospita oltre 6.000 freelance. Come racconta la proprietaria Liu Yan, per non destare sospetti in un Paese dove per fare il lavoro del consulente bisogna prima convincere i familiari dei clienti, il coworking mette in mostra ai passanti che cosa accade negli “uffici di gruppo” attraverso grandi finestre. E cosa si fa realmente in Cina, negli oltre 30 coworking di Berlino così come a San Francisco, Firenze, Pamplona? Ci si sveglia con un caffè al bar, si lavora da soli o in gruppo, si creano eventi per la comunità di freelance e si sviluppano relazioni. Niente di rivoluzionario dopo tutto. L’idea di associarsi può nascere nel box di casa o nel sottoscala dell’Ateneo, e diventare perfino un incubatore di piccole imprese con nel caso di Venture Garage, partito grazie a 20.000 euro assegnati dall’Università di Aalto ad alcuni studenti per aprire un coworking che oggi, oltre all’immancabile sauna, ospita sei start-up ogni sei mesi.

I coworking non sono comunque zone franche soltanto per giovani, ma aperte a tutti, lavoratori nomadi, ospiti temporanei e anche disoccupati, in cerca di impiego e orientamento. “Oltre a lavorare, aiutiamo chi cerca un nuovo percorso professionale, in alcuni casi assistiamo anche i suoi progetti di sviluppo commerciale. È un nuovo modo di cooperare e al tempo stesso abbassare le spese comuni, soprattutto in quei Paesi come la Grecia in forte crisi”, spiega Alexandre Kahn di CoCoAthens. Sono spazi in cui giocare il tutto per tutto, invece, quando lo stato sociale non esiste più, come in Egitto, dove gli unici due coworking del Cairo sono nati sulla spinta dell’entusiasmo che ha portato in piazza migliaia di persone. “La rivoluzione – racconta Mazen Helmy di The District-Egyptci ha dato coraggio e fatto riscoprire la forza individuale e collettiva, anche nello sperimentare nuovi modi di lavorare insieme”.

La formula a ogni modo piace anche nel vecchio Continente, dove nascono coworking per iniziativa di privati, piccole comunità di freelance e grazie all’intervento pubblico. È il caso del Belgio che ha stanziato 600.000 euro all’anno, per i prossimi tre anni, per facilitare lo sviluppo di questi spazi in Vallonia. “I freelance che chiedono finanziamenti devono però essere coinvolti in questo tipo d’attività e comunità”, precisa Lisa Lombardi, coordinatrice dell’iniziativa pubblica Creative Wallonia. A Parigi, invece, La Cantine ha già aperto i battenti da tre anni e ricevuto da Comune, Provincia e Regione insieme, la bellezza di 200.000 euro all’anno per sviluppare una rete di coworking, ospitare una media di 50 freelance al giorno e oltre 400 eventi all’anno.

Al di là dell’investimento, la chiave del successo è comunque la forza della comunità attiva che vive e lavora insieme. “Nel nostro caso – racconta Ramon Suarez di BetaGroup Coworking di Bruxelles – il progetto è partito da una base di 350 lavoratori digitali, dal popolo di Internet”. Lo conferma anche il caso di Lab121 di Alessandria, sostenuto da investimenti pubblici, che ha puntato prima alla costituzione di un gruppo motivato di freelance, poi alla messa a punto dei servizi. “È difficile stare sul mercato come lavoratore indipendente”, testimonia anche Alex Hillman del celebre IndyHall di Filadelfia. “In un coworking, tuttavia, ognuno cerca di aiutare gli altri. Sono posti dove andare, essere se stessi, condividere tempo e a volte lavoro. Non conta lo spazio, contano le persone”.

Alcuni grandi operatori, come TheHUB, hanno aperto sedi nelle maggiori capitali europee e americane, ma non mancano esperienze di network tra piccole realtà, come l’italianissimo Coworking Project di Massimo Carraro che conta oggi 58 affiliati. “Condividiamo strumenti di promozione e comunicazione – spiega Massimo – e permettiamo ai coworker di circolare tra gli spazi della rete presenti in Italia. èLavoroOgni coworking è indipendente, siamo cioè una comunità di comunità, in cui ognuna di esse gode dei vantaggi di tutte le altre.” All’appoggio offerto ai lavoratori autonomi il fenomeno dei coworking somma anche nuove opportunità di lavoro diretto per designer di interni, coworking coach, community manager e sviluppatori di servizi online, come nel caso di Enrico Cassinelli ed Enrico Icardi, i giovanissimi inventori di Shared Desks, nuovo motore di ricerca dei coworking nel mondo.

Dario Banfi, Avvenire, 9 novembre 2011, p.21 (èLavoro).
Scarica l’articolo “Coworking. Lavoro 2.0: libero e condiviso” in formato .PDF.

Senza tetto né legge

Un mio approfondimento sulla Manovra Finanziaria, pubblicato sulle pagine di èLavoro – Avvenire, 6 luglio 2011.

Freelance Senza Tetto Né Legge

Il pericolo sembra scongiurato, nella Manovra Finanziaria 2011 passata al vaglio del Consiglio dei Ministri è scomparsa la voce che prevedeva l’aggravio dei contributi previdenziali per collaboratori e partite IVA iscritte alla Gestione Separata. La sola ipotesi di un innalzamento dell’aliquota al 33% (oggi al 26,72%) ha generato una protesta silenziosa di impreviste proporzioni, mobilitando nelle giornate di settimana scorsa migliaia di persone su Internet. Il tam tam è rimbalzato veloce da Facebook a Twitter, passando da siti di associazioni professionali e community di freelance, costringendo lo stesso ministro Maurizio Sacconi a ricordare, prima sul suo canale Twitter e poi in una nota ufficiale, che le notizie riguardanti interventi in materia previdenziale fossero “semplicemente infondate”.

L’associazione ACTA, che riunisce i lavoratori professionali autonomi senz’albo, ha subito annunciato manifestazioni di protesta “a pane e acqua” davanti a Palazzo Marino e al Campidoglio, poi sospese in favore di un incontro pubblico previsto per il 7 luglio, in cui porterà allo scoperto le difficoltà dei freelance italiani. Il problema, infatti, resta sul tappeto, per una categoria che dichiara di pagare già “il più elevato carico di oneri contributivi richiesti al singolo lavoratore in Italia”.

eLavoroPer alcuni anni, a partire dal 1996, venne definito il popolo del 10% perché fu questa fu sua prima aliquota INPS. In 15 anni e dopo un rincaro del 260% ha superato artigiani, commercianti (con contributi al 21%) e professionisti (12-14%), senza ottenere in cambio nulla, una migliore assistenza sociale o condizioni di garanzia per una buona pensione. “Paghiamo più degli altri per avere meno diritti”, dichiara Anna Soru, presidente di ACTA. “Nessun sostegno al reddito, scarsissime tutele per la malattia e nulla per gli infortuni, oltre a condizioni di maternità di gran lunga migliorabili. A questo si aggiunga l’assenza di convenienza nel mettere soldi nel sistema pubblico per la pensione. Sembrano delle imposte più che contributi per i servizi di previdenza e assistenza”.

DDL fermi in ParlamentoTraduttori, formatori, informatici, creativi, ricercatori e tutti quei consulenti che lavorano come freelance sul mercato, che garantiscono flessibilità e professionalità alle imprese, sono dimenticati dalle politiche pubbliche ma, come lamentano in questi giorni, vengono chiamati in causa quando serve fare cassa. In realtà non se la passano troppo bene in periodo di crisi. Lo testimoniano, in parallelo, due recenti indagini di Ires-CGIL e Aaster dedicate alle partite IVA. Il 70% dichiara, infatti, di ottenere compensi inadeguati rispetto alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, al punto che sei su dieci affermano di non avere un reddito soddisfacente per esigenze individuali e della famiglia. Soltanto in pochi (20%) si sentono al riparo dalla crisi, i più hanno dovuto cercare nuovi clienti e mercati, riducendo al contempo il tenore di vita. Più che sugli interventi di solidarietà sociale, hanno dovuto fare affidamento su qualità professionali e personali: un sapere specialistico sempre aggiornato, capacità relazionali, anche di tipo internazionale, e un forte bagaglio culturale e tecnico.

Non è una strada semplice da percorrere: molti la considerano sinonimo di precarietà, ma così non è per molti freelance. Irregolarità e forzature non mancano, in particolare tra i giovani e i neolaureati, ma soltanto una minoranza, si legge nell’analisi della CGIL, si considera “dipendente mascherato”. La politica fatica a rispondere alle necessità che esprimono, adottando spesso soluzioni e rappresentazioni inadeguate. Il paradigma del lavoro alle dipendenze, per esempio, ha portato per lungo tempo a considerare il lavoro autonomo con partita IVA una forma da scoraggiare attraverso l’innalzamento dei suoi costi, come è avvenuto con il Protocollo sul Welfare nel 2007 e come hanno predicato CGIL, CISL ed esponenti del PD negli ultimi anni. I freelance non cercano, però, la stabilizzazione, né si considerano imprese di piccolissime dimensioni o capitalisti individuali, come dice qualcuno.

In questo, sostengono i lavoratori autonomi, neppure il Centrodestra sembra avere centrato il problema. La bozza di nuovo Statuto dei lavori, prodotta in maniera congiunta tra sindacati e Governo (e ancora tutta da scrivere nella sua reale estensione), ha messo infatti al centro dei nuovi diritti universali soltanto i lavoratori dipendenti e i collaboratori con un unico committente prevalente. Una restrizione che sta nei percorsi di riforma del diritto del lavoro proposti dallo stesso Pietro Ichino. Ciò che chiedono, al contrario, è una maggiore estensione dei diritti e delle protezioni sociali. La stessa revisione del regime dei contribuenti minimi, definita nella manovra finanziaria e di cui potranno beneficiare soltanto gli autonomi sotto i 35 anni, non sembra avere trovato gradimento tra chi si è avvalso finora di questa formula per semplificare la tenuta dei conti e pagare meno tasse. Chi ha bassi redditi dovrà arrangiarsi diversamente, probabilmente con regimi ordinari, alzando così la parcella del commercialista e peggiorando le sue già precarie condizioni di lavoro.