Il professionismo anche senza la P maiuscola

In attesa dell’incontro in Università Bocconi dedicato al libro, vi segnalo qualche nuova recensione di Vita da freelance. Un grazie davvero agli autori!

  • I solitari della consulenza aziendale Iriospark, 5 maggio 2011
  • Universo freelance, i lavoratori della conoscenza di Fabio savelli, Generazione Pro Pro, Corriere.it, 18 maggio 2011 
  • Vita da freelance. Come sopravvivere all’incubo di Elisabetta Ambrosi – Vanity Fair, 24 maggio 2011

Riporto di seguito la bella lettura di Elisabetta Ambrosi, forse una delle più aderenti al senso del testo finora pubblicate, che trovate anche sul sito di Vanityfair.it:

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Vanity FairVita da freelance. Come sopravvivere all’incubo
Lo racconta un libro scritto da Sergio Bologna e Dario Banfi per Feltrinelli. La Bibbia dei lavoratori autonomi di seconda generazione

di Elisabetta Ambrosi – Vanity Fair

Home-Office Hell: così la redattrice di un webmagazine americano dedicato ai professionisti indipendenti raccontava ironicamente il rischio, per chi lavora in proprio, di vedere la propria casa trasformarsi in un girone dantesco. Fatto di pigiama fino a tardi, sgranocchiamento continuo e telecomando in mano.

Per non rischiare la sindrome dello «slipper-worker», il lavoratore in pantofole, il webmagazine in questione suggerisce di chiudere a chiave la porta dello studio, allontanare cibi e bevande, spegnere radio e tv, evitare il postino e (aggiungiamo noi) calzare fin dalla mattina vere e proprio scarpe. D’obbligo poi, quando si esce a pranzo, «prendersi un po’ di tempo per guardare il mondo com’è fatto e lasciarsi guardare dal mondo».

Pellizza da Volpedo…sul web

Al di là delle loro farsesche rappresentazioni in tuta o pigiama, ormai l’universo del «quinto stato», quello che va dai cocopro alle partite Iva ai lavoratori a cottimo, è sempre più popolato, in Italia e nel mondo. Nel nostro Paese si tratta di almeno tre milioni di persone, anche se le statistiche ufficiali le ignorano. Eppure, come ci racconta un libro a dir poco eccezionale, Vita da freelance, scritto da Sergio Bologna e da Dario Banfi per Feltrinelli, non dovrebbero. Non solo per i numeri crescenti, ma soprattutto perché questi nuovi lavoratori incarnano una vera e propria rivoluzione antropologica, che prefigura in concreto il mondo del lavoro che verrà.

La Bibbia del freelance

Né vaga richiesta di libertà, né individualismo estremo: i valori che ispirano la scelta di chi decide di mettersi in proprio sono altri. Ad esempio, il rifiuto delle gerarchie, specie se soffocanti e insensate, la valorizzazione dell’autonomia e della responsabilità, l’assunzione del rischio, infine la preferenza per l’egualitarismo e la solidarietà invece che per la competizione. Perché gran parte dei nuovi freelance se ne infischia di ogni forma di sacro rispetto per il Professionista con la P maiuscola, per il Consulente o l’Esperto, che in genere sono tali solo perché qualche casta o ordine li ha investiti sì questa carica. E preferisce andare al sodo, alla relazione con i clienti, alla produzione di idee e progetti.

Ci sono anche altri tratti che, secondo i due autori caratterizzano i lavoratori autonomi di seconda generazione: la curiosità intellettuale, una certa umiltà di fronte alle cose e alle persone, la rinuncia a un’idea standard di carriera e forse persino all’idea stessa di carriera. Una descrizione troppo idilliaca? Sì e no. Perché talvolta questi aspetti più che di una scelta, sono frutto di necessità, quindi in parte inevitabili. Di fronte al guadagno difficile, ai committenti che pagano con ritardo, all’assenza di ogni forma di welfare (in particolare di ammortizzatori sociali e di contributi previdenziali), l’unico modo per portare avanti i propri progetti è buttare a mare lo scetticismo. E inventare soluzioni nuove e fantasiose. «Inutile piangerci sopra», scrivono di due autori, «è andata così, invece di portare il lutto occupiamoci piuttosto di una fastidiosa eredità che quel modello ci ha lasciato: l’archetipo del lavoro a tempo indeterminato».

La lente miope del lavoro «tipico»

Il vero problema, spiegano Bologna e Banfi, è proprio il modo con cui gli altri guardano al mondo del lavoro atipico. Continuando a concepirlo come una devianza dal modello “normale”, appunto. Un errore che travolge tutti, anche quelli che vorrebbero tentare, anche se con ritardo, come i sindacati, di introdurre qualche forma di protezione. Ma sempre sulla falsariga del lavoro dipendente e senza comprendere i cambiamenti che hanno travolto il mondo del lavoro. Un esempio emblematico è l’aumento della quota contributiva per i Co.co.pro. Fatta per scongiurare l’abuso di questi contratti, finisce per schiacciare ancora di più le fragili spalle del collaboratore.

Oltre i geronto-sindacati

Meglio dei vecchi sindacati sono allora le nuove associazioni che si stanno formando per rispondere al desiderio di protezione, ma anche di socialità, di questi nuovi lavoratori (che pure utilizzano le nuovi reti sociali, dai blog ai social media, per comunicare e raccontarsi). La più nota è la Freelancers Union, un sindacato di seconda generazione per i freelance che ha fatto e vinto molte battaglie simboliche. Cominciando a fornire una serie di servizi, come una polizza assicurativa. In Italia c’è l’Acta, l’Associazione dei consulenti del terziario avanzato, che proprio qualche giorno fa a Roma ha presentato il Manifesto dei lavoratori autonomi. E poi c’è un forum europeo che si occupa di promuovere e valorizzare il lavoro indipendente in Europa visto che, gli italiani potranno forse consolarsi, i problemi sono abbastanza simili in tutto il mondo.

E sempre in Rete nascono i siti per far incontrare la domanda delle imprese con le figure professionali. Solo per citarne alcuni: Elance e oDesk, Guru.com, Freelancer.com, iFreelance.com, vWorker.com, peopleperhour.com. In Italia, ci segnalano i due autori, sono arrivati neoLancer.it e la tedesca Twago ad affiancare Link2me.it. Il committente mette on line il progetto, i collaboratori rispondono. Nuove opportunità, insomma, ma anche vecchi rischi, sempre dietro l’angolo. In particolare, quello che il proprio lavoro venga nuovamente ingabbiato in logiche commerciali antiche o in regole che appartengono a vecchi modelli. Ad esempio quelle che stabiliscono un rapporto preciso tra ora lavorata e guadagno, magari con il controllo del lavoratore seduto di fronte al Pc. Un incubo per chi ha scelto di lavorare, e vivere, diversamente.

Dal via..al traguardo

Insomma, reinventarsi propria geografia è difficile e ogni lavoratore autonomo è ogni giorno a caccia della propria Atlantide. La concorrenza non solo è alta, e spesso al ribasso, perché moltissimi lavorano sottocosto (oppure persino gratis, una scelta che i gli autori considerano miope). Ma in più è falsata, perché oggi la vera battaglia sta soprattutto nella dialettica che separa in e out, tutelati e non tutelati, «neolaureati portatori di nuove conoscenze e raccomandati che si scambiano un posto con un voto politico». Eppure, i due ne sono certi, ne vale sicuramente la pena. Tanto che, come fa notare Dario Banfi sul suo blog Humanitech.it, dove ha di recente pubblicato il “gioco dell’oca del freelance”, quando si tratterà di andare in pensione il vero problema dei freelance non sarà tanto l’esiguità dell’assegno. Ma soprattutto il dolore di lasciare un lavoro molto amato.

Ultima modifica: 2011-05-25T11:58:36+02:00 Autore: Dario Banfi

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