Ambiente di lavoro
I primi effetti dell’amministrazione Obama sul mercato del lavoro si stanno registrando in relazione alla cosiddetta green economy. I 300 milioni di dollari stanziati per programmi legati all’acqua e i 150 per quelli legati all’energia hanno messo in moto una lunga catena che arriva come sempre fino a Internet dove stanno nascendo i portali di recruiting online dedicati proprio a questo segmento.

Contemporaneamente le sfide ambientali italiane, che il recente terremoto in Abruzzo ci hanno ricordato in prima pagina per lungo tempo, sono l’ennesima occasione per il nostro Presidente del Consiglio, in conferenza stampa ieri, di raccontare al Paese quanti fiori e piante il Governo ha seminato da qualche parte in vista del G8. Vista l’innata “passione ambientale”, Berlusconi ha voluto snocciolare i numerosi dati sulla flora governativa come il più affabile dei giardinieri. Poi candidamente ha ammesso: “…forse interessa solo me…”. Intanto l’occupazione cala.
Pensioni, donne e universal cargiving
Dall’Europa ci fanno sapere che è arrivato il momento di mettere a registro l’età pensionabile delle donne e che:
Italy had the highest public pension spending of OECD countries… Legislated changes that would have increased the pension age and reduced benefits to reflect increased life expectancy have been postponed…
Chi fosse interessato alla questione c’è un’ampia disponibilità in Rete di materiali sul tema delle pensioni, a partire dal Rapporto OECD (qui il Summary in italiano) o dalla piccata replica di noiseFromAmeriKa a un articolo di La Repubblica. Basta cercare su Google News le voci “donna + pensioni” per capire quanto caldo sia il tema.
Per discuterne con i rappresentanti della politica ACTA ha organizzato invece un incontro specifico dal titolo “Età pensionabile e nuovo welfare” (lunedì 25 , ore 9:00 a Milano, via Melloni 3), dove porterà la proposta “Età pensionabile delle donne e riconoscimento del lavoro di cura”, una proposta di riforma a cura di Marina Piazza, Anna M. Ponzellini e Anna Soru. La formula indicata vuole rispondere direttamente a una cultura imperante nel nostro Paese secondo la quale le donne debbano “lavorare con pochissimi aiuti fintanto che si hanno i bambini piccoli e smettano di lavorare abbastanza presto per potersi occupare degli anziani o per fare le nonne, surrogando le notevoli carenze dei nostri servizi all’infanzia e non solo“. Perché continuare su questa via, assurda?
La proposta, ben strutturata, che verrà discussa da Pietro Ichino, Giuliano Cazzola e altri, chiede:
lo spostamento graduale di un paio d’anni dell’età minima per il pensionamento femminile, all’interno di una manovra di reintroduzione del pensionamento flessibile per tutti;
il contemporaneo riequilibrio del sistema di welfare tra produzione e riproduzione, che stabilisca cioè che i diritti sociali possano derivare oltre che dal lavoro retribuito anche dal lavoro di cura.
Se ci pensate il concetto è semplice: visto che si offre un servizio sociale come “caregiver” è giusto che questo impegno sia ricompensato, come avviene in Olanda, Germania, Francia, Austria e nei Paesi scandinavi. La proposta (e qui mi si è allargato il cuore) dice “senza distinzione tra uomini e donne“.
Digital working tax e i commons del lavoro

Il sottotitolo di questo libro recita “Idee plurali per uscire dall’angolo“. E ben si addice ai temi affrontati, che per quanto riguarda il lavoro, vedono contributi di Tito Boeri sul Merito o il bel saggio di Sergio Bevilacqua sul Popolo delle partite IVA, qui liberamente scaricabile. in formato .PDF.
Molto interessanti sulle questioni tecnologiche sono anche i contributi di E. “Gomma” Guarneri sul tema dei commons e quello di Raf Valvola Scelsi sulle questioni della gratuità in Rete.
Ed è dal suo saggio, diffuso con licenza CC Not Commercial 2.5, che riporto un brano piuttosto interessante:
D’altro canto il software è necessario nel lavoro. Per lavorare, infatti, bisogna conoscere gli strumenti informatici. Pagare per imparare a utilizzarli è una vera e propria tassa di ingresso sul mercato del lavoro. è come se si pagasse una percentuale al governo britannico ogni qual volta si imparasse l’inglese. In entrambi i casi siamo di fronte a precondizioni lavorative imprescindibili. Ecco perché la definizione di strumenti e di software “free” oggettivamente contribuisce a democratizzare il mercato del lavoro.
Se ci pensate questa “tassa” è tanto più salata quanto più si deve pagare in proprio. I costi di formazione non sono interamente deducibili da un freelance, così come l’acquisto di software si ammortizza in quattro anni, quando oramai è già passato il momento di acquistarne altro.
Se è vero che oramai tra tecnologia e produzione intellettuale autonoma esiste un vincolo strettissimo, la questione è aperta e dovrà in futuro trovare una soluzione concreta da parte del legislatore, da un lato, che dovrebbe rendere sostenibile questa “tassa” (i metodi sono centomila, dagli incentivi per l’autoimpiego, alla detassazione della formazione ecc.) e, dall’altro lato, da parte dei lavoratori indipendenti, che dovranno fare fronte comune per condividere soluzioni aperte.
Un’idea è quella di creare kit di base con i tool gratuiti per la produttività individuale, un po’ come in Rete già si è sviluppata la comunità open per lo sviluppo di O.S. e in questi anni dei CMS e relativi framework.
Credo sia arrivato il tempo di affrontare anche “i commons del lavoro digitale”.
IVA per cassa, qualche istruzione
Consigli ai Freelance. Se desiderate mettere in chiaro con i vostri clienti che conviene anche a loro pagarvi con tempi ragionevoli esiste oggi un piccolo espediente tecnico e si chiama “esigibilità differita”. Dopo l’approvazione della normativa sul pagamento IVA per cassa (ovvero soltanto quando incassata), si può fare così:
- produrre la fattura;
- apportare questa dicitura: “operazione con IVA a esigibilità differita ex art. 7 D. L. 185/2008“;
- spedirla;
- attendere fiduciosi, come sempre.
Poiché l’IVA ora è vincolata alla liquidazione periodica del primo periodo successivo al momento dell’effettiva riscossione/pagamento del corrispettivo, e non più con riferimento all’emissione della fattura, un’impresa che ricevere una fattura con tale dicitura obbliga l’azienda a pagare immediatamente la fattura per poter procedere alla detraibilità dell’IVA. In caso contrario dovrà attendere, alla pari del fornitore. In precedenza, come noto ai freelance pagati a babbo di morto, che dovevano ingiustamente fare credito allo Stato e regalare interessi alle aziende, l’IVA diventava immediatamente detraibile anche se i pagamenti erano concordati a giorni 30, 60, 90, 120 ecc.
Oggi non più. Vediamo che cosa succede.
In calce ai blog una postilla
Illa Postilla si dirà tra qualche tempo, pensando appunto a illa tempora quando si scrivevano post sui blog… Quando anche i professionisti scesero in campo per pubblicare articoli in una blog community per professionisti. Su Postilla, appunto, attiva da ieri. Benvenuta online!
Papi, il mondo del lavoro e le virtù deboli
Ogni fatto istituzionale ha rilevanza sociale e un impatto anche sulle relazioni di lavoro. Mi sono chiesto: quali conseguenze potrebbe avere il caso “Papi” sulla cultura del lavoro e sul tema del merito in Italia? Senza speculare troppo sui fatti di cronaca, vi propongo al contrario di fare epochè dei mille dettagli pruriginosi, e leggere questo bel testo di Pier Luigi Celli del 2007 che a mio avviso pare azzeccato per la situazione odierna. Si intitola “Le virtù deboli“.
Il brano è un po’ lungo (lo metto in download in coda), ma a mio avviso questi sono i passaggi principali che mostrano i legami possibili tra politica e mondo del lavoro:
Se è nell’impresa che si verificano le condizioni più problematiche per perseguire i canoni del rispetto, nel senso che la razionalità strumentale prevalente non considera rilevanti virtù modeste (deputate al riconoscimento personale, indipendentemente dalle posizioni, dai ruoli e dalle funzioni esercitate), è il contesto sociale, interpretato dalla politica, che finisce col mettere in crisi i canoni della dignità.
Succede che i meccanismi di selezione gerarchica e di cooptazione, puntando sulle affinità, i valori di adesione e di appartenenza, premiando gli adepti e puntando sulla fedeltà senza discussione, hanno progressivamente legittimato comportamenti conniventi, la rincorsa a farsi riconoscere e benedire; la voglia straripante a togliersi dai margini per entrare nel gioco a qualsiasi prezzo.
Quello della dignità in particolare.
E ancora:
Si è andato perdendo un principio fondante la correttezza dei rapporti all’interno degli organismi di interesse collettivo: e cioè che la dignità delle persone è un bene “individuale” che ha una qualche valenza sociale, nel senso che è spendibile in via allargata e qualifica positivamente l’organizzazione in grado di esprimerlo. […] In impresa è oggi particolarmente difficile ottenere rispetto. Si dice, e si invoca, una rivoluzione meritocratica nella promozione delle persone; poi, da un lato, si cercano solo quelli che possono garantire una fedeltà senza sbavature e, dall’altro, si esasperano connotazioni che tendono (anche per via stipendiale) a marcare le differenze e le distanze. È straordinario come gli uomini di impresa rimproverino alla politica esattamente quello che loro stessi affermano nei fatti quasi ogni giorno.
Al fondo c’è ancora il concetto (e la pratica) del rispetto dei valori, come riconoscimento reciproco di azioni e comportamenti coerenti con le dichiarazioni e con le aspettative. Non c’è merito nel clan, peggio, nella corte.
Qui il brano intero, tratto da Pier Luigi Celli, Le virtù deboli, Apogeo, 2007.
