Freelance future is now?
Citando la frase di The Atlantic, “The future of America is freelance“, Solvate presenta graficamente così la sua lettura dell’evoluzione dal mondo fordista del lavoro allo sviluppo del freelancing, passando dalla crescita di Internet e dalla diffusione di Hotspot Wi-Fi e spazi di coworking:
Se la cultura corporate diventa museale
L’idea è di un freelance, Leonard Boothes, lavoratore “devoted 30 years to climbing the corporate ladder before being laid off during the recession“, che ha dato vita al progetto The American Museum of Corporate American History (AMCAH, http://www.museumofcorporateamerica.org). Tra il serio e (soprattutto) il divertito ha deciso di conservare alcuni cubicoli per il lavoro in open space, con annessi alcuni cimeli aziendali (vedi la foto) e immagini a testimonianza dell’evoluzione della cultura corporate d’America, soprattutto sul fronte della tecnologia. Il personaggio improbabile dei filmati creati da AMCAH è uno sbarbato in versione Mr. Bean all’americana, quello che dalle nostre parti assomiglierebbe a uno stagista alle prime armi. In background, rovesciando il segno irriverente dell’esibizione di Boothes, c’è il messaggio più volte ricordato da uno dei più grandi giornalisti del lavoro in America, Steven Greenhouse: il lavoro alle dipendenze diventa sempre più a big squeeze; i rapporti di lavoro un inferno.
Meglio archiviare il tutto, magari in un museo?

Fonte: American Museum of Corporate America History Collection.
Con il contributo economico di Solvate, uno dei maggiori portali Usa per freelance e consulenti, il sito AMCAH ha lanciato anche il contest via Twitter per l’assegnazione del titolo di “World’s Best Freelancer”, appoggiato per gioco anche dalla Freelancers Union. Hashtag per segnalare via Twitter chi secondo voi è il miglior freelance, best ever: #solvatecontest. Sono indeciso tra Houdini, Spinoza (il filosofo, non il blog) o Dexter Morgan.
Stephen King in difesa dei lavoratori
Un inedito Re che spara a zero contro Tea Party, repubblicani, Ronald Reagan e tiene un improvvisato comizio in difesa di lavoratori, insegnanti, veterani e pompieri, tirando qualche stoccata pure all’amministrazione Obama… (e diamine, nel Maine paga soltanto il 28% di tasse !).
Tecnolibertari e posti di lavoro
Ogni tanto qualche interessante analisi che esce dal coro dei soliti tecnolibertari, fan dell’avvenirismo tecnologico e figli minori di Marcel Mauss, e affronta insieme due temi quasi mai accostati (almeno in Italia, oltreoceano A. Ross ha invece fatto da apripista da tempo): il mito della piazza globale di Internet e la decostruzione del mercato del lavoro, così come lo abbiamo conosciuto finora:
La diffusione di Internet ha prodotto un’accelerazione talmente radicale nella trasmissione di informazioni anche complesse da averne prodotta una altrettanto impressionante nella finanziarizzazione dell’economia, creando le condizioni per il trasferimento di capitali ingentissimi in tempo reale da una piazza finanziaria all’altra (con relativa facilitazione della speculazione). Altre conseguenze problematiche si rinvengono nella sua capacità di sostituire la mano d’opera sul fronte dell’offerta dei servizi, scaricando lavoro sul fronte della domanda, quella appunto dei consumatori. Chi acquista un biglietto ferroviario via Internet svolge personalmente un lavoro che sarebbe altrimenti stato a carico dell’offerta (bigliettaio) o che comunque sarebbe stato intermediato da una persona fisica (agente di viaggio). Non solo quindi, come diceva Jean Baudrillard, il consumatore diviene sempre più qualcuno che paga per lavorare al servizio del capitale (nel caso dei libri su Amazon.com facendo autonomamente ricerca senza aiuto del venditore e perfino scrivendo piccole recensioni a uso dei succesivi acquirenti) ma la tendenza alla riduzione dei posti di lavoro del capitalismo tecnologico-cognitivo è sotto gli occhi di tutti.
È chiaro che la globalizzazione e l’ampliamento dei mercati distributivi resi possibile dal Web produce una serie di effetti collaterali solitamente sottostimati che comunque presentano costi sociali non indifferenti. Non solo posti di lavoro persi, ma anche tendenza alla spedizione da grande o grandissima distanza che inquina l’ambiente e si colloca in tendenza radicalmente opposta rispetto al modello «a Km 0» raccomandato dagli ambientalisti. Inoltre, Internet rende tutti dipendenti dalla tecnologia informatica e dalle grandi imprese delle telecomunicazioni che gestiscono l’ accesso alla rete. Infatti l’accesso alla piazza è precluso a chi non ha un collegamento via cavo o celluare, cosa per nulla scontata in molti contesti disagiati.
Da “Beni comuni, pratiche egemoniche nella rete“, Ugo Mattei, Il Manifesto, 1 marzo 2011.
Perdere il posto per avere ceduto l’uso del PC
Tu accendi il PC (login + password) in azienda poi lo fai usare ad altri, non autorizzati. Sei in banca, per esempio, e viene fuori un casino… Che cosa succede? Semplice, perdi il posto. Il tuo licenziamento è legittimo, lo dice la Corte di Cassazione (Ordinanza n. 205627 gennaio 2011). Se “soggetti terzi” usano una postazione informatica a sessione avviata con tue credenziali il motivo soggettivo per mandarti via esiste.
P.S. Ricordatelo.