Piegarsi al lavoro
La nuova campagna del Comune di Milano. Per fortuna non hanno detto di quanti gradi.

La seconda pausa
Sarebbe interessante applicare taluni modelli dell’informatica alle differenti modalità di lavoro contemporaneo. Per esempio, l’idea di black box – che ha sempre ossessionato gli sviluppatori open source, i ricercatori che si occupano di antivirus o gli appassionati di reverse engineering, ma facilitato la vita a chi deve fare debug o test di ogni tipo – ha una sua logica anche rispetto a taluni strati dell’applicazione lavorativa di ogni giorno.
Come una scatola chiusa, si lavora spesso in termini di input a output. Anche nel lavoro più legato alla produzione intellettuale, non soltanto alle macchine. Una volta certamente era così per tutti i contesti imprenditoriali [in particolar modo in quelli sbilanciati verso il lavoro operaio] e c’erano anche sirene, cancelli chiusi, impianti disattivati per separare le “scatole del tempo”. Oggi, se fate caso, una luce accesa c’è sempre. Internet non chiude mai, così come la posta elettronica o il BlackBerry. Questo blog è always on, per esempio.
L’unica macchina che si può spegnere è il corpo. Le sue pause sono cancelli, la posizione orizzontale è forse l’azione più efficace di disinnesco del sistema.
In questi giorni di superlavoro, giorni in cui mi vergogno persino a guardare le richieste pendenti in posta elettronica (chiedo venia a tutti, indistintamente), ho capito che la scatola si può allargare a piacere. Annullare lo slash tra I/O. Un metodo semplice semplice è quello di ridurre l’efficacia della seconda pausa, la cena, per ricominciare subito dopo, tuffandosi nella black box.
C’è chi definisce i nuovi lavoratori che operano sui processi della conoscenza e sull’elaborazione di informazioni attraverso tecnologie informatiche “operai dei dati”. Beh, diffidate di questa analogia.
Congedo parentale, un diritto importante

Se ne parla poco e se ne usufruisce ancora meno da parte dei papà lavoratori dipendenti, ma il congedo parentale in Italia è entrato in vigore già dal 2000. In sintesi gli aspetti rilevanti della Legge 53 dell’8 marzo 2000:
- il congedo parentale è la possibilità anche per il papà di prendere una pausa dal lavoro per accudire il proprio figlio;
- ha diritto a un congedo complessivo di 6 mesi, liberamente frazionabile, retribuito al 30% se fruito entro il terzo anno di età del figlio;
- il papà può usufruire del congedo in contemporanea con l’astensione sia obbligatoria e sia facoltativa della mamma.
Attendere prego…
Capita un po’ troppo spesso ultimamente. O sbaglio? Pensare che la denominazione esatta è (era) Borsa Continua Nazionale del Lavoro.

InPerfetto equilibrio precario
Nutrirsi di speranze o sperare di nutrirsi? La situazione dei precari in Italia secondo Pietro Sparacino, “Co.Co.Comico”. Da YouTube.
https://www.youtube.com/watch?v=7iyPLooNt4g
Flexibility? Yes, of course
[Quando il dibattito si impadronisce delle parole è difficile trovare spunti freschi e valutare il nuovo. Il termine “flessibilità”, per esempio è nell’uso comune contrapposto alla precarietà. La flexibility, tuttavia, non ha lo stesso significato in Europa e neppure per chi un lavoro lo ha stabilmente. Anche un dipendente cerca flessibilità. Sì, ma in che senso?]
Beyond Boundaries (file .PDF, 980 Kbyte) significa dietro alle quinte, al di là dei confini. E già questo mette in guardia: le aziende sono territori ben protetti. Li ha perlustrati Orange Business Services, con una survey condotta sulla base di 1.440 interviste a lavoratori dipendenti, affrontando il tema della flessibilità, intesa come nuovo modo di interagire con l’organizzazione per trovare soluzioni lavorative adatte alle singole persone. Tempo e luoghi, ma anche responsabilità e livelli di soddisfazione (e stress) sono state messe sotto la lente d’ingrandimento.
Le tipologie di lavoro flessibile nelle imprese del Regno Unito
Queste le evidenze generali [all’interno del “confine” UK]:
– la metà (53%) della popolazione lavorativa del Regno Unito ha già forme di flessibilità (Cfr. grafico), ma il 23% dei lavoratori non ha accordi formali con l’azienda;
– il 50% dei dipendenti afferma che l’opportunità di lavorare in maniera più flessibile è un fattore importante nella scelta del prossimo impiego. Nei 12 mesi a venire, però, soltanto il 24% degli intervistati ha intenzione di cercare realmente un lavoro più flessibile;
– due terzi sostiene che sarebbe un ottimo benefit guadagnare tempo nel viaggio; tre quarti che un lavoro flessibile aiuterebbe a raggiungere una maggiore concentrazione;
– un beneficio che ci si aspetta dal “lavoro flessibile” è nell’85% dei casi quello di poter lavorare “a proprio agio”, poi si scopre però che tra chi ha già modo di lavorare in maniera flessibile il 45% svolge attività lavorative durante il tempo libero, alla sera e al week-end;
– chi guadagna di più sembra avere un maggior controllo sulle ore lavorate in confronto a chi ha retribuzioni più basse.
In altre parole, la reale flessibilità è più un desiderio che una certezza. Sebbene diffusa come formula, rischia di riempire spazi vuoti più che crearli e invade il tempo libero, la sera e i fine settimana. Soprattutto nelle fasce medio basse di lavoratori.