Etica del buon vicinato

In questi giorni ho seguito qui e là la vicenda Luttazzi, sulla quale, tra gli altri, si è espresso anche Aldo Grasso. Senza entrare nel merito della questione giusto/sbagliato (che lascio agli amici degli amici degli amici..), mi ha colpito questa frase del critico del Corriere della Sera:

[…] si aggiunge un vizio tipicamente italiano, da basso impero, la mancanza di etica aziendale, di spirito di appartenenza: non si attaccano le persone con cui si lavora. Non prima almeno di aver dato le dimissioni.

In altre, parole se lavori per qualcuno non devi pestare i calli al collega che ha lo stesso datore di lavoro. Un logica un po’ retrò, che può avere una sua dignità se le persone in questione non hanno visibilità pubblica. Se il tuo vicino di scrivania è un povero tapino come te, è inutile che ti metti a fare le battaglie pubbliche quando vivi nel castello di Kafka (pensate per esempio al caso della blogger Heather Armstrong, alias Dooce, che ci ha rimesso il posto). Ma se i soggetti in questione hanno un ruolo che non è soltanto “aziendale” vale lo stesso discorso?

Pensare Luttazzi e Ferrara “colleghi” poi è ridicolo. Sono professionisti con contratti a termine. In una vecchia comprensione del mercato è vero, basta servire lo stesso Pantalone, per eliminare le differenze, ma è una visione da sindacalismo anni ’30, che male si addice al mondo del lavoro di oggi. E poi perché ci si dovrebbe licenziare? Fortunatamente (per lui) Grasso si occupa di cinema e TV. Che cosa accadrebbe se gli capitasse di recensire pessimi libri della Rizzoli?

Ultima modifica: 2007-12-11T15:17:45+01:00 Autore: Dario Banfi

2 commenti su “Etica del buon vicinato”

  1. non fai una piega e hai detto meglio di come avrei mai potuto fare io ciò che ho pensato confusamente alla lettura di quel passaggio

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