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Fantastica segnalazione di Fondamenti sul servizio predisposto da DDI per creare un boss a misura, bravo, efficiente e soprattutto riconoscente. Ovviamente virtuale.
L’autorità dei fannulloni
Pietro Ichino ha colpito ancora. A torto o a ragione le sue proposte continuano a far discutere. Dopo il periodo “rosso” in cui dipingeva le questioni sindacali come viziate da un’arretratezza culturale invalicabile, freno irremovibile per lo sviluppo delle relazioni industriali e della trattativa delocalizzata, siamo entrati nella fase del “fannullonismo”.
Serve un’Authority che controlli la Pubblica Amministrazione, dice. I fannulloni sono troppi e appesantiscono la PA. Tempo due ore dopo la formulazione di un disegno di legge in materia da depositare in Parlamento per interposta persona che i sindacati l’hanno subito messo in croce.
La questione è delicata visto che i 4 milioni di pubblici impiegati gestiscono il 46% del nostro PIL. Oggi McKinsey usa termini più sofisticati, parla di recupero della produttività, ma il concetto è uguale. Nessuno ha obiettato. Questo significa che hanno ragione tutti, era soltanto una questione di linguaggio. Si continuerà come prima.
I pagamenti dei professionisti
Il maxiemendamanto alla Finanziaria ha differito gradualmente gli obblighi di tracciabilità dei compensi di artigiani e professionisti. Ha mantenuto il principio, ma vigliaccamante dilatato i tempi di applicazione. Posto che sono a favore della imposizione per legge dei sistemi elettronici di pagamento per talune tipologie di rapporti di lavoro, per esempio quelli business to business o per i compensi elargiti dalle Pubbliche Amministrazioni, c’è ancora una cosa che non capisco.
Sulle modalità ci si accapiglia, ma sui tempi tutti tacciono.
Da quattro anni esiste una normativa [D.Lgs del 9 ottobre 2002 n. 231, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 249 del 23 ottobre 2002] che chiarisce il principio del pagamento delle prestazioni lavorative dei professionisti fissandolo entro 30 giorni dalla data di emissione della fattura. Eppure tutti se ne infischiano allegramente.
Ben vengano i pagamanti via Web, gli assegni e tutto quello che desiderate.. Ma se arrivassero per tempo, sarei anche più tranquillo visto che la Legge già esiste senza maxiemendamenti.
Un pensionato, un lavoratore
Il rapporto è certificato dall’Istat che il 15 dicembre ha emesso l’annuale indagine sullo stato del sistema pensionistico italiano e sulle prestazioni erogate. Attualmente in Italia lavorano 23.008.000 persone, mentre i soggetti che al 31 dicembre 2005 percepivano una pensione erano 23.257.000.
Il rapporto tra lavoratori e pensionati è dunque di 1:1.
Mi soprendono anche altri due dati, oltre al maggior numero di pensionati rispetto a quello degli occupati: 1) lavorare nel settore pubblico rende mediamente il doppio in termini di pensione percepita (è una media, certo, ma indica pur sempre qualcosa..); 2) il rapporto tra pensioni di vecchiaia e di invalidità è impressionante per talune Regioni italiane che lascio a voi scoprire [Cfr. pag 7 e seguenti dell’ingagine Istat].
Inattivi o precari?
Per rimanere in tema, segnalo questa bella analisi di Maurizio Sorcioni sulla questione della flexecurity delle nuove generazioni. Come non condividere questo passaggio?
“La maggiore flessibilità ha contribuito a far crescere l’occupazione, ma al tempo stesso penalizza i processi di transizione professionale dei giovani. Chi semplicisticamente difende la flessibilità ci dice che i giovani non hanno voglia di lavorare e chi la rifiuta spera di abolire la legge. In realtà, la flessibilità non solo non può essere abolita, ma è necessaria ai processi di innovazione. Ma poiché il mercato del lavoro italiano è rigido, sufficientemente corporativo e strutturalmente squilibrato, la flessibilità si è scaricata sui soggetti meno garantiti dal lavoro stesso, i disoccupati di lunga durata e i giovani”.

