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La nostalgia del presente e il futuro dei lavoratori della conoscenza

Radio PopolareDavvero bella, centrata e stimolante la recensione che Radio Popolare ha proposto sabato di Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro, che ho scritto con Sergio Bologna. La lettura di Aldo Marchetti – all’interno di “Sabato Libri”, bel programma di Bruna Miorelli – sottolinea due punti caldi del testo: la critica al professionalismo e le nuove spinte dei freelance alla coalizione.

Ecco il segmento della trasmissione:


Tecniche di guerrilla freelancing per trovare lavoro

Uno dei nuovissimi metodi – piuttosto interessanti – per cercare lavoro oggi come freelance è di usare Twitter per farsi notare dai clienti (identificati con cura come prospect) usando una semplice citazione del tipo “Mi piacerebbe davvero lavorare con @tizio @caio o con il grandissimo @sempronio“. Nei canali Twitter di freelance americani capita spesso di trovare simili proposte. E’ certo che tizio, caio e sempronio perlomeno noteranno il vostro richiamo e faranno un giro dalle vostre parti per capire chi siete (l’effetto “ammirazione” funziona quasi sempre).

Ancora più geniale è il metodo usato da Alec Brownstein, creativo ed esperto di marketing online, per farsi notare da famosi art director di grandi agenzie, sfruttando l’ego surfing, ovvero il fatto di googleggiare cercando di capire che dicono altri di noi in Rete. Uno cerca il suo nome ed ecco la proposta di collaborazione. Costo? 6 dollari!

(Via Guerrilla Freelancing)


F*ck You. Pay Me

La lezione di Mike Monteiro (Design director cofondatore di Mule Design Studio) ai CreativeMornings di San Francisco. Risponde al problema ricordato nel post di ieri e più in generale alla questione dei pagamenti dei creative jobs.


Tu che lavori per la gloria

Da queste parti lo scriviamo da tempo e pure abbiamo deciso di dedicare un capitolo di un libro alla questione, lavorare gratis è la rovina del freelancing. Su segnalazione della brava Roberta Carlini (che ha recentemente moderato la presentazione di Vita da freelance a Roma), segnalo a mia volta il post “Diciamo no al volontariato: perché non si deve mai lavorare gratis“, della giornalista scientifica Silvia Bencivelli che dice basta al malcostume di redazioni, università & Co. di cercare lavoro gratuito a ogni angolo di strada. Fulminante, stupendo questo passaggio:

Ci sono quelli che  se si risparmiano un biglietto del treno è meglio: già che sei da queste parti, fai un salto da noi così facciamo riunione? Ci sono quelli che non ti pagano e ogni volta ti promettono che lo faranno, e tu continui a scrivere per loro perché in fondo è una buona vetrina. Quelli che ammettono candidamente da subito che non ti pagheranno mai, e tu apprezzi l’onestà. Quelli che ti contattano loro, però poi ti chiedono di fare una prova (una prova?!), ovviamente non pagata, quelli che ti chiamano a un colloquio ma non ti pagano il treno, quelli che ti scrivono chiedendoti consigli o facendoti proposte di lavoro così confuse non ti accorgi nemmeno che non si fa nessuna menzione al vile denaro. Quelli che hanno avuto un’idea, quelli che hanno finalmente capito che cosa fare da grandi, quelli che hanno organizzato il congresso della loro vita. E tutti ti vogliono coinvolgere perché ti stimano un sacco, ma non ti possono pagare.

Credo che sia arrivato il momento di dire no al volontariato. No. Per me, perché anche se è vero che il mio lavoro assomiglia a un hobby, e a volte si tratta di fare cose divertenti che farei anche per niente, non posso svendere quel che faccio. E’ il mio lavoro: me lo sono praticamente inventato da me ed è la cosa più preziosa che ho. Devo rispettarlo, accidenti. E poi no per tutti gli altri. Perché chi lavora gratis rovina il mercato. Se lavori gratis, chi ti fa lavorare sceglierà sempre te solo per questa ragione. E quindi tu non migliorerai e produrrai cose sempre mediocri, la tua professionalità e il lavoro che svolgi saranno svalutati, i tuoi colleghi non riusciranno a farsi pagare e la qualità del lavoro si abbasserà.

(Via Silviabencivelli.it)

Con curiosa corrispondenza di valutazione sull’argomento, nel post di Humanitech.it “Lavorare scrivendo. Marcel Mauss non donava i suoi saggi agli editori!” scrivemmo anche noi, da queste parti:

Il tempo non retribuito e lo scambio mezzi di produzione non propri contro le “opportunità di fare” aumentano il rischio di svalutazione delle proprie opere e più in generale il valore della propria attività. Aumentano i costi con cui andate a intaccare quella riserva acquisita di sapere che trasformate in opere. E poi che cosa avrete da dare? Da donare, al termine del lavoro gratuito?


La crescita e la diseguaglianza

Come ricorda Amartya Sen nel suo libro La diseguaglianza per rispondere correttamente alla domanda di giustizia sociale è sempre necessario circostanziare la risposte al quesito: “Eguali in che cosa?“. Non esiste per il Nobel per l’economia una vera analisi del problema senza ritagliare aree di indagine e circostanziare il modo di mettere in parallelo i valori. L’OECD ha provato a rispondere su un piano semplice, quello del reddito attraverso lo studio “Growing income inequality in OECD Coutries: what drives it and how can policy tackle it?” (.PDF in download).

Aumenta o diminuisce il divario in Italia? Mentre in Paesi fortemente industrializzati la distanza media che separa il lavoro salariato da chi sta nelle posizioni apicali arriva anche a moltiplicatori di 1:100 per l’Italia siamo modestamente a rapporti che separano il mondo operaio da quello dirigenziale con un fattore all’incirca equivalente a 1:4, ovvero cifre e stipendi che si aggirano intorno ai 22/24mila euro lordi contro contro i 104/106mila. Questo non lo dice OECD, ma qualsiasi analisi sulle medie retributive in Italia (relative al lavoro salariato, non al resto). OECD risponde, invece, alla domanda relativa al lungo periodo: le distanza negli incomes dei lavoratori si allarga o restringe? Beh, in Italia si allarga, come in molti Paesi, ma diversamente da quanto avviene per esempio in Francia, Belgio o Ungheria.

Increasing Inequality

Le ragioni sono dovute ai salari, all’occupazione o alle rendite finanziarie? A tutti e tre i fattori. La redistribuzione della ricchezza generata dal lavoro è passata da un 10% di working poor a quel 10% che sta meglio, ovvero nella fascia alta delle retribuzioni. Il fattore della rendita finanziaria, invece, è quella che pare crescere esponenzialmente con maggiore rilevanza negli anni che vanno dal 1980 al 2000. Questo significa, in parole povere, che la finanziarizzazione dell’economia (Finazcapitalismo lo chiama L. Gallino) incide e inciderà sempre di più sulla determinazione di sperequazioni.


Parola d’ordine, coalizione

Benedetto Vecchi, Roberto Ciccarelli e Giuseppe Allegri ieri sul Manifesto:

L’aspetto più problematico è quello del rapporto tra precarietà e lavoro autonomo. I due autori sono molto polemici con le organizzazioni del movimento operaio, perché attente solo a difendere il lavoro a tempo indeterminato. E su questo sono anche fin troppo gentiluomini.

In realtà non sono così sicuro, in qualità di autore, che sia il più problematico. Forse mi sbaglio. Certamente è quello che suscita più interrogativi e più attenzione in seno all’attuale dibattito sul mondo del lavoro e sarebbe utile poter chiarire ancor di più questo tema. Appena il tempo me le permetterà. Intanto vi riporto le belle letture dei tre giornalisti pubblicate sul Manifesto di martedì 26 aprile in questi due articoli, raggiungibili anche online:

  • Cultura&Visioni / Lavori IN CORSO – “La parola d’ordine? Coalizione” – Benedetto Vecchi
  • Cultura&Visioni / Lavori IN CORSO – “Gli orizzonti perduti del freelancing” – Roberto Ciccarelli, Giuseppe Allegri

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Ultima modifica: 2018-04-02T18:23:15+02:00 Autore: Dario Banfi