News da Humanitech.it
Che neppure La Repubblica
Un’apertura così sul Corriere della Sera non si era mai vista.
Ascoltando Jo Squillo
Oggi la nuova Nuvola del Lavoro del Corriere.it dedica spazio ad alcune iniziative di networking nella vita reale: apertitivi, colazioni ecc. forme di ritrovo che nel mondo dei lavoratori professionali autonomi si deve anche e soprattutto a motivi di forzato isolamento che ogni tanto è giusto rompere trovando persone con cui parlare davvero fuori dagli schemi e dalle misure di Twitter o Facebook.
Aggiungo alla casistica riportata da Ivana Pais la formula delle cene, più classica, ma che il gruppo dei giornalisti freelance di Milano ha da tempo modificato in “incontri con i direttori” al Circolo della Stampa. Una volta al mese chiama giornalisti embedded (da caporedattori in su…) per parlare di come funzionano le relazioni di lavoro tra redazioni e freelance in quel caos chiamato giornali.
Alcune volte, più semplicemente ci troviamo per cenare o scambiarci gli auguri, fare networking ecc. come è accaduto ieri in una piacevole serata dove per una buona parte del tempo mi son trovato a essere l’unico uomo. Non avete idea di che fatica! Quando è arrivato l’amico Enrico De Gennaro - bravo fotografo freelance – ho tirato un sospiro di sollievo anche perché nel più barocco e tradizionale rito di scambio-estrazione dei regali (autoportati) ha fatto da vero catalizzatore di sfortuna, beccandosi contemporaneamente un kit per il trucco e un CD di Jo Squillo. Uno spettacolo.
La seconda cosa buffa della serata è che ho cenato a fianco di Anna Casanova, impegnata oggi nell’editoria elettronica con il Progetto Rosetta, ma che ho scoperto soltanto alla fine essere giornalista freelance che scriveva anni fa sulle stesse pagine in cui collaboravo anch’io, sul Sole 24 Ore. Compagni di firma che dopo anni si vedono in faccia: capita anche questo ai collaboratori esterni.
La vita è come una scatola di cioccolatini, è vero, ma non esattamente come un CD di Jo Squillo. Per la cronca, Enrico l’ha generosamente rimesso nel cesto per una nuova estrazione ed è capitato leggero leggero al secondo uomo a cena, andando ad arricchire – fino al prossimo appuntamento post-natalizio dedicato al Riciclone - i preziosi doni che mi son capitati: un’utilissima custodia per un iPhone che non ho (a proposito, se servisse a qualche amico, sentiamoci pure…) e per fortuna una bella MUG, il vero simbolo dei freelance, come testimonia la foto che ho scattato un mese fa a Berlino nel Coworking Betahaus. A proposito, a mio modesto avviso, tra le forme di networking informale, quella della pausa caffè nei coworking rimane comunque la migliore.
Meeting Sara
Forse mi sbaglio, ma credo che le poche ore passate insieme a Sara Horowitz della Freelancers Union ospiti di Sergio Bologna a Milano rappresentino un momento importante, forse storico, per il dialogo tra il mondo dei freelance italiani e quelli americani. Tra le api (simbolo della FU) che ronzano intorno alla più grande associazione mondiale di freelancer oggi c’è anche la comunità italiana e ACTA, ufficialmente diventati amici.
Insieme a Sara Horowitz (seconda da Sx) ospiti di Sergio Bologna (ultimo a Dx) a Milano.
E non più mille?
Quasi non mi accorgevo, ma dopo anni sono arrivato a quota mille articoli su questo blog.
Manovrare con cura
Ecco il testo integrale (qui nella prima bozza) della Manovra Monti. Me la sto leggendo con calma, ma ho già intercettato un bel po’ di novità interessanti in materia di assistenza e previdenza (Art.24) che riguardano anche i freelance, a partire dal superamento dei limiti di 3 anni per il riallineamento di posizioni previdenziali presso Enti diversi (era ora!); l’applicazione del contributivo per tutti (ok), l’eliminazione dei tempi di interregno tra la fine del lavoro e l’erogazione della pensione (bene), la possibilità che le pensioni sotto il valore di 1,5 volte l’assegno sociale mensile siano riportate come minimo a questo parametro (questione da valutare per singoli casi..) o l’estensione a 50 anni (!) della sostenibilità finanziaria delle Casse di Previdenza private. Giornalisti e medici, siete avvisati… Beh, ora leggo il tutto con cura.
ABC del lavoro freelance per giovanissime partite IVA
Oggi sono al JobMeeting di Milano per parlare di “Partita IVA, tutto quello che i neolaureati dovrebbero sapere“. Ho accettato volentieri l’invito della Repubblica degli Stagisti, per un’iniziativa gratuita dedicata ai giovanissimi e ai neolaureati. Come scrive Eleonora Voltolina nell’articolo “Sempre più numerosi i giovani che aprono la partita Iva: i consigli dell’esperto Dario Banfi a tutti gli aspiranti freelance“ un numero sempre più consistente di laureati a un anno dalla fine degli studi ha aperto una partita Iva: è un dato che fa capire quanto il lavoro autonomo, spontaneo o spintaneo che sia, stia diventando comune per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Chi li orienta? Oggi ci provo, alle ore 16.00 presso i Career Lab del Jobmeeting di Milano al Pelota Jaialai Spazio Funzionale in via Palermo 10 (zona Brera).
Partite IVA nella Repubblica degli Stagisti
Su gentile concessione di Eleonora Voltolina, ripubblico l’intervista che mi ha fatto e messo online oggi sulla sua testata “La Repubblica degli Stagisti“. Argomento di discussione: autonomia e subordinazione, sfide nel futuro dei freelance, contratti e quotazione del lavoro. La questione più complessa: che cosa deve fare un giovane al quale si chiede sempre più spesso di aprire una Partita IVA per lavorare? La voglia era di rispondere “incazzatevi”, “tirate fuori le unghie”, poi in realtà credo che il suggerimento migliore per chi ha poca esperienza di mercato sia di cercare ognuno la propria strada a piccoli passi, sfruttando le occasioni per fare esperienza e consolidare un percorso professionale autonomo, senza sposare chi proprio non vuole prendervi come consorte. Perché dovreste fidarvi a lungo di chi cerca escamotage per pagarvi di meno o mascherare altri rapporti di lavoro? Tenete la furia (direbbe qualche amico) per progettare altro.
Ecco l’intervista:
Sempre più numerosi i giovani che aprono la partita Iva: i consigli dell’esperto Dario Banfi a tutti gli aspiranti freelanceDalla ricerca «Specula» di Formaper, l’agenzia speciale della camera di commercio di Milano, emerge che un numero sempre più consistente di laureati lombardi a un anno dalla fine degli studi ha aperto una partita Iva. Un dato che fa capire quanto il lavoro autonomo, spontaneo o spintaneo che sia, stia diventando comune per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro. Dario Banfi, classe 1971, è un freelance espertissimo di partite Iva: non solo perchè in prima persona è giornalista professionista, copywriter e consulente in comunicazione, ma anche perché è attivo nell’associazione Acta (l’associazione Consulenti terziario avanzato) e insieme a Sergio Bologna ha pubblicato pochi mesi fa con Feltrinelli il bel saggio Vita da freelance, sottotitolo «I lavoratori della conoscenza e il loro futuro».
Alla vigilia del Jobmeeting di Milano, dove alle 16 Banfi terrà il seminario «Partita Iva, tutto quello che i neolaureati dovrebbero sapere», la Repubblica degli Stagisti l’ha intervistato per chiedergli un’analisi della situazione e sopratutto qualche dritta per i giovani che intraprendono una professione autonoma.
Dario Banfi, secondo lei i freelance possono essere considerati una «categoria»?
Certamente. Sebbene appartengano a professioni differenti, hanno in comune l’indipendenza e l’assenza di vincoli di subordinazione. Sono lavoratori professionali autonomi, diversi da commercianti e artigiani, o come si dice di “seconda generazione”. Affrontano rischi legati alla discontinuità del lavoro, alla produzione, alla ricerca di clienti. Hanno in comune l’intraprendenza e lo strumento con cui lavorano, ovvero il sapere. Non hanno capitali o mezzi di produzione, ma si affidano alle conoscenze specialistiche e alla capacità di offrire consulenza per creare innovazione.
Qual è la sfida per i freelance del nuovo millennio?
Da una parte coalizzarsi, dall’altra mantenere viva la capacità di offrire lavoro di alta professionalità in un mercato che punta a declassare questa categoria, abbassando costi e spostando i rischi d’impresa, togliendo spesso dignità al lavoro autonomo. Queste due priorità sono fortemente sentite con la crisi. C’è comunque una sfida più generale che riguarda i cittadini-lavoratori, ovvero la conquista di alcuni diritti sociali e di protezioni all’interno del nostro sistema di welfare che sono stati sistematicamente negati o rimossi per le nuove generazioni e il nuovo lavoro. Dalle coperture per malattia e infortunio al sostegno al reddito a una buona previdenza.
Ritiene che possa essere correttamente inquadrato come freelance anche chi percepisce il 100% del suo reddito, o comunque la parte nettamente prevalente di esso, da un solo committente?
Non è il numero dei committenti che definisce il vincolo di autonomia o subordinazione, ma la relazione con il datore di lavoro, l’uso dei mezzi, il vincolo della presenza e altri fattori che insieme definiscono quando un’attività può essere considerata eterodiretta. L’ha specificato più volte la Corte di Cassazione. Ma se ci pensate ogni freelance percepisce il 100% del suo reddito temporaneo da un solo committente ogni volta che lavora per lui. Un webmaster, per esempio, che crea tre siti in un anno, in maniera consecutiva, ogni 4 mesi percepisce il suo reddito da un solo committente. È soltanto il periodo d’imposta annuale che ci fa pensare al rapporto tra reddito e tempo: ma l’autonomia non c’entra con l’anno solare o con il tempo, ma con la natura del lavoro. Usare soltanto il parametro quantitativo per dedurre la dipendenza è un errore.
A un freelance possono essere imposti orari e luoghi di lavoro, o queste imposizioni cozzano con l’autonomia tipica del professionista?
La Corte di Cassazione lo spiega bene. La subordinazione è l’assoggettamento del prestatore d’opera al potere organizzativo, direttivo e disciplinare del datore di lavoro. Continuità, durata, modalità di pagamento, regolazione di un orario, imposizione della presenza sono criteri distintivi. È su questi elementi che bisogna tenere alta la testa, se si vuole rimanere indipendenti.
Capita sempre più spesso che ai giovani venga proposto-imposto di aprire partita Iva per collaborare da indipendenti anziché con un classico contratto di lavoro subordinato. Quali sono in questi casi i primi consigli da dare?
Stay hungry. Non sedersi su situazioni di primo impiego ma sfruttarle al massimo, facendo esperienza, ricordando che cosa consente di fare una partita Iva. A volte non c’è scelta, è vero, ma bisogna sentirsi liberi di cercare altro, trovare altre consulenze, differenti committenti. Avere una partita Iva permette di sperimentare, fare piccoli investimenti in strumenti tecnologici. Una cosa è certa: questa situazione deve essere vissuta come temporanea, lo stesso lavoratore deve cercare di cambiare. L’altra strada è aprire un contenzioso per farsi assumere come dipendenti, ma spesso è un percorso lungo e improduttivo.
In quali frangenti secondo lei un giovane NON dovrebbe accettare di aprire una partita Iva?
Quando è del tutto evidente che si tratta di un lavoro alle dipendenze, con mansioni strettamente vincolate al sistema di organizzazione interna. Non si lavora con partita Iva come segretaria d’azienda, fattorino o deskista in un giornale. Non dovrebbe poi aprire partita Iva se, avendo possibilità, si può inquadrare il lavoro autonomo in altro modo, risparmiando sui costi di gestione o rispetto a oneri fiscali o contributivi.
Oltre alla partita Iva, quali sono gli altri inquadramenti più frequenti per i freelance e come funzionano?
Sono i contratti a progetto, la cessione del diritto d’autore e le collaborazioni con ritenuta d’acconto. I primi richiedono un accordo scritto che descriva – e presupponga realmente – un progetto, un compenso e una durata. La seconda formula offre un vantaggio fiscale, ma riguarda le opere cedute secondo le norme che regolano il diritto d’autore come per esempio libri, articoli, traduzioni ecc. Il lavoro occasionale, invece, attiene i compensi che non superano i 5mila euro all’anno da parte di un medesimo committente.
Nel libro si fa un accenno a una cifra-chiave, 27 euro, indicata come il limite minimo sotto al quale nessun freelance dovrebbe farsi pagare per nessuna prestazione. Come inquadra il problema della retribuzione dei freelance, spesso troppo scarsa – specie per i giovani?
La capacità di quotare il lavoro autonomo si acquisisce con l’esperienza o secondo alcune regole che ho descritto in un documento disponibile gratuitamente sul sito di Acta. La scarsità dei compensi dipende da molti fattori: sul fronte della domanda, l’errata comprensione del valore e dei costi del lavoro autonomo, a cui si somma la sfrontatezza di chi cerca di fare cassa su chi è senza tutele; sul fronte dell’offerta l’eccessiva disponibilità di manodopera – si pensi al giornalisti che accettano di farsi pagare solo 4-5 euro per i loro articoli. Questo contrasta col principio che dovrebbe essere alla base del lavoro freelance: non svendere mai il proprio lavoro! Quanto alla cifra chiave di 27 euro all’ora è il ricalcolo del costo orario di un lavoratore autonomo prendendo come parametro i 1.000 euro al mese indicati da Veltroni, in passato, come stipendio minimo contro la precarietà. In realtà, però, soltanto alcuni freelance vendono prestazioni su base oraria. Molto più spesso si usano misure forfetarie, che prescindono da quantità o unità e guardano unicamente al valore dell’opera e ai vantaggi offerti al committente.
A livello previdenziale c’è grande preoccupazione per non solo per i lavoratori precari ma anche per gli autonomi o «finti autonomi». Un trentenne che oggi lavora a partita Iva nel 2040 porterà a casa una pensione dignitosa?
No. Con l’attuale sistema contributivo avrà magre consolazioni. È indispensabile introdurre correttivi come quelli ipotizzati, per esempio, nel disegno di legge Cazzola 1299/2008 che giace nel dimenticatoio. È indispensabile eliminare sia le situazioni di privilegio sia di apartheid, come le “Gestioni Separate”, tutte, non soltanto quella INPS. Occorre recuperare la finalità solidaristica della previdenza, prevedendo una pensione base legata al numero degli anni lavorati, indipendentemente dai contributi versati e dalla tipologia di lavoro svolto.
Lei ha quarant’anni e ha scritto Vita da freelance insieme a un grande esperto di lavoro, Sergio Bologna, che ha quasi il doppio della sua età. C’è una differenza «generazionale» nel percepire e concepire questo tema?
No. La cosa più interessante del lavoro svolto con Sergio Bologna è la sintonia di vedute. Abbiamo una convinzione: da soli, giovani, quarantenni o in età adulta, non importa, non ce la possiamo fare. Dobbiamo unire le forze, coalizzarci. La nostra alleanza nella scrittura è una buona metafora, che comunque da anni abbiamo rinsaldato nella partecipazione attiva ad ACTA, “sindacato” dei freelance. Non ci siamo divisi i compiti, ma mescolato la sensibilità su temi diversi. Sergio partendo dalla sua grande cultura storico-politica, per me dal mondo delle tecnologie e dalle problematiche di welfare, diritto e fisco. Alcuni capitoli sono scritti a quattro mani, senza fatica. Non è difficile intendersi tra freelance.
Intervista di Eleonora Voltolina
Fonte: La Repubblica degli stagisti, 30 novembre 2011
Firmato il popolo delle partite IVA
Una lettera aperta per il Governo. Il Consiglio direttivo di ACTA (di cui faccio parte) ha deciso di scrivere a Monti, Fornero e Passera per ricordare le necessità e le speranze di milioni di freelance e lavoratori professionali autonomi italiani in questo periodo di crisi. Qui, in download anche il Comunicato Stampa ACTA.
LA LETTERA
Al Presidente del Consiglio Professor Senatore Mario Monti
Al Ministro del Lavoro e Politiche Sociali Professoressa Elsa Fornero
Al Ministro dello Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti Dottor Corrado Passera
Ill.mo Presidente,
Ill.mi Ministri,
ci rivolgiamo a Voi in forma di lettera aperta nella convinzione che la Vostra azione di governo affronterà nodi strutturali e rigidità corporative che rischiano di far inesorabilmente regredire il nostro Paese e che ogni giorno condizionano, sempre più pesantemente, la nostra attività professionale e la nostra vita di cittadini.
ACTA. Associazione Consulenti Terziario Avanzato.
La nostra associazione rivendica cittadinanza ai diritti dei lavoratori professionali di nuova generazione. Interpreta il loro spirito di libertà e indipendenza. Promuove la loro visibilità sociale e le iniziative che ne difendono i diritti. Vive della partecipazione e del contributo di tutti loro.
Il nostro lavoro consiste nella prestazione di servizi immateriali, cognitivi, alle imprese, alle istituzioni, alle comunità. Una politica di sviluppo fondata sull’innovazione, sulla libera circolazione dei saperi, sulla tutela dei beni comuni, sulla difesa del territorio dal dissesto idrogeologico, sulla responsabilità sociale dell’impresa, sul valore del lavoro professionale che si apre all’Europa e al mondo, in grado di contrastare l’impoverimento delle intelligenze e delle risorse umane, è quella a noi più congeniale e, crediamo, più in grado di produrre occupazione di qualità e progresso.
1. Oltre la rappresentanza degli interessi, per la cittadinanza dei diritti.
Siamo un ceto sociale escluso dalle tradizionali forme di rappresentanza: ordini professionali, sindacati, associazioni imprenditoriali. Siamo il prodotto più visibile del cambiamento sociale: ne siamo l’avanguardia. Oggi, e domani ancor di più, il percorso lavorativo di ciascuno attraverserà varie tipologie di rapporto lavorativo. Non pensiamo ad un improponibile ritorno al passato, ma vogliamo un futuro di pari opportunità per tutte le forme di lavoro. Per questo rivendichiamo un moderno Stato sociale, eguale per tutti i cittadini e frutto di un’equilibrata imposizione fiscale.
Nello specifico proponiamo:
- Una consultazione delle parti sociali che tenga presente l’attuale articolazione sociale e riconosca nuovi interlocutori rappresentativi delle nuove modalità lavorative.
- Riforme strutturali nella direzione di un equo riconoscimento del lavoro autonomo professionale.
- Iniziative legislative bi-partisan volte a ridisegnare lo Stato sociale, con particolare riferimento al sistema delle pensioni e degli ammortizzatori sociali, in modo che sia socialmente equo nei confronti delle nuove generazioni e più in generale delle nuove tipologie di lavoratori.
2. Contro le politiche di cassa, per una nuova Gestione Separata INPS.
Riteniamo insostenibile per la nostra attività lavorativa ed eticamente inaccettabile un sistema previdenziale in cui un professionista con cassa paga il 12-14%, un commerciante o un artigiano il 20-21%, un lavoratore dipendente il 25-26% del costo globale (dato che il 33% di cui si parla è in parte riferito alla sola retribuzione lorda), un professionista senza cassa con partita IVA il 26,72%, ora innalzato a 27,72%.
La Gestione Separata INPS non è mai stata interpretata, da entrambi gli schieramenti politici, come una cassa separata, ma come un serbatoio per fare cassa: dal 10% del 1996 si è arrivati all’attuale 27,72%, producendo attivo per finanziare le passività generate da altre gestioni o gli oneri per ammortizzatori sociali dai quali siamo esclusi.
Noi chiediamo la fine di questa logica e una nuova gestione che garantisca un equo trattamento pensionistico e garanzie di tutela sociale.
Nell’immediato proponiamo:
1) La revisione immediata della norma contenuta nella Legge di Stabilità che innalza al 27,72% il contributo INPS per tutti i lavoratori iscritti alla Gestione Separata.
2) Una omogeneizzazione della nostra situazione contributiva con quella degli altri autonomi (commercianti, artigiani, professionisti con cassa), perché:
- rivendichiamo il nostro status di lavoratori autonomi, superando l’ambigua definizione di parasubordinati, che ci vorrebbe lavoratori dipendenti atipici
- il peso della contribuzione grava interamente su di noi e non sui nostri committenti
- siamo sul mercato insieme agli altri autonomi, che, sostenendo costi contributivi più bassi, risultano più competitivi di noi.
3) L’innalzamento della rivalsa contributiva, da rendere obbligatoria, al 10% (ora ferma al 4% come quando l’aliquota INPS era al 10%), la sua esenzione dall’IVA e dalla ritenuta d’acconto, come avviene per altri professionisti.
In prospettiva siamo favorevoli ad un sistema pensionistico uguale per tutti i lavoratori, dipendenti e autonomi, ma chiediamo che in questo percorso la nostra situazione si evolva in parallelo con gli altri autonomi.
3. Una giusta pensione, per un equo patto generazionale.
Sul fronte pensionistico la nostra situazione è particolarmente critica.
Siamo espressione del nuovo mercato del lavoro, in un sistema di welfare ancorato al passato: non siamo tutelati, non solo in termini di mancato guadagno, ma anche di versamenti pensionistici, nelle situazioni di non lavoro per malattia, disoccupazione e lavori di cura.
Per primi sperimenteremo, e in qualche caso stiamo già sperimentando, gli effetti del sistema contributivo, senza che siano stati previsti interventi di transizione.
Siamo vincolati ad una gestione previdenziale rigidamente divisa e perciò ulteriormente penalizzante. Con impossibilità di trasferire verso altre gestioni quanto versato nella Gestione Separata. E penalizzazioni nel meccanismo delle totalizzazioni.
Nell’immediato proponiamo:
1) La piena trasparenza sulle modalità di aggiornamento dei coefficienti di trasformazione.
2) La comunicazione a tutti i contribuenti di proiezioni aggiornate sulla propria pensione (busta arancione), anche al fine di una verifica della sostenibilità sociale del sistema contributivo.
3) L’eliminazione delle finestre di uscita che non hanno motivo di esistere per chi è soggetto al sistema contributivo e sono ulteriormente vessatorie per i lavoratori autonomi: 18 mesi contro i 12 dei lavoratori dipendenti.
4) L’equiparazione ai dipendenti per quanto concerne i benefici fiscali per il finanziamento del pilastro privato, al fine di consentire anche agli autonomi la possibilità di godere un’analoga pensione complementare.
5) La definizione di misure transitorie per chi va in pensione entro i prossimi 10-15 anni, che rischia di non raggiungere neppure la pensione minima o è soggetto a meccanismi di totalizzazione penalizzanti.
In prospettiva siamo favorevoli alla costruzione di una grande INPS che elimini le situazioni di privilegio e quelle di apartheid (come la Gestione Separata). Chiediamo che anche nel sistema contributivo si recuperi la finalità solidaristica delle pensioni, prevedendo una pensione base (aggiuntiva a quella puramente contributiva) legata al numero degli anni lavorati, indipendentemente dai contributi versati e dalla tipologia di lavoro svolto.
4. Una fiscalità equa, per la tutela dei diritti del lavoro indipendente.
Una prima considerazione riguarda l’emergenza attuale: se si dovesse procedere verso ulteriori aumenti della tassazione indiretta al fine di finanziare una diminuzione del costo del lavoro, riteniamo inopportuno l’aumento dell’IVA sulle prestazioni professionali perché si tradurrebbe in innalzamento del costo del lavoro indipendente. Allo stesso tempo se l’abbassamento del costo del lavoro venisse perseguito con un abbattimento dell’IRAP, per essere equo dovrebbe riguardare anche il lavoro indipendente.
Ci sono poi discriminazioni normative che riflettono un’impostazione che privilegia negoziazioni settoriali piuttosto che riconoscere diritti universali: su questo sollecitiamo un intervento perequativo.
Nell’immediato proponiamo:
1) Esenzione delle prestazioni professionali da qualsiasi aumento dell’IVA: il lavoro non è una merce.
2) Estensione dell’eventuale abbattimento dell’IRAP e/o di altre imposte sul lavoro anche al lavoro indipendente, nel caso in cui sussistono i presupposti per l’applicazione delle imposte stesse.
3) Equiparazione ai lavoratori dipendenti in fatto di detrazioni per familiari a carico.
4) Revisione del sistema di spese deducibili inerenti l’attività, in linea con le esigenze del nuovo lavoro professionale autonomo: in particolare evidenziamo la necessità di prevedere la totale deducibilità delle spese in formazione.
4) Semplificazione burocratica e superamento di misure nate per le imprese: IRAP, anticipo IVA e interesse per IVA trimestrale.
5. Contro elusione ed evasione, per una simmetria di diritti.
Siamo favorevoli ad ogni misura che favorisca la trasparenza e la tracciabilità e che permetta il controllo di evasione ed elusione. Come avviene già oggi per chi come noi eroga servizi ad aziende ed enti pubblici, con fatturazione regolare di tutte le prestazioni.
Chiediamo allo stesso tempo un confronto più equilibrato con l’Agenzia delle Entrate e simmetria di diritti fra cittadino e Stato in tutte le pratiche di accertamento.
Nell’immediato proponiamo:
1) la convocazione del contribuente da parte dell’Agenzia delle Entrate prima dell’applicazione di sanzioni pesanti;
2) il rimborso delle spese sostenute dal contribuente in risposta a contestazioni fiscali o entro un contenzioso con l’Agenzia delle Entrate, quando dimostra di essere stato corretto;
3) l’utilizzo degli studi di settore e del redditometro esclusivamente come strumenti indicativi, senza scaricare sul contribuente l’onere della prova, non di rado impossibile da fornire.
6. Un’equa protezione, per malattia e degenza ospedaliera.
Oggi i lavoratori indipendenti non hanno alcuna copertura della malattia domiciliare e hanno diritto ad un’indennità modesta in caso di malattia ospedaliera
La nostra proposta è quella di incentivare il ricorso allo strumento dell’assicurazione con società di mutuo soccorso, per garantire un’equa copertura della malattia, sia domiciliare sia ospedalizzata.
Proponiamo:
1) Opting out dall’INPS per la malattia, quindi riduzione del contributo INPS dallo 0,72% allo 0,25%, quota stimata per la copertura della maternità (attualmente versiamo lo 0,72%, l’INPS restituisce tra malattia e gravidanza lo 0,33%).
2) La stipulazione di una convenzione assicurativa facoltativa con società di mutuo soccorso che garantisca un’indennità in caso di malattie che comportino un’inabilità al lavoro superiore a 8 giorni (o per periodi più brevi e ripetuti, legati a patologie molto gravi e opportunamente dimostrate) a tutti gli assicurati, proporzionalmente a quanto versato annualmente. Con deducibilità fiscale di tali oneri.
Nella certezza che la Vostra azione di governo vorrà affrontare i temi di questa lettera aperta, confidiamo in un Vostro interessamento personale per rendere possibile un ampio confronto fra le parti sociali al quale anche la nostra Associazione potrà dare il proprio contributo propositivo.
Nel ringraziare, Vi formuliamo i migliori auspici di buon lavoro.
Il Consiglio Direttivo ACTA
La Guida ISFOL per gli stage in Europa
Appena fresco di stampa Il Manuale dello Stage in Europa (.PDF in download) scaricabile gratuitamente.
Freelancers americani, chi sono?
Uno studio di MBO Partners (di Steve King, che ho incontrato a Berlino un mese fa) racconta molto bene composizione, sogni e soddisfazione di una categoria di lavoratori ancora poco conosciuta dal punto di vista statistico. Il dato più interessante: tre su quattro non desiderano proprio rientrare in azienda!
Contro il crowdsourcing. La coscienza dell’utile idiota
Il mio intervento all’IFG – Internet Governance Forum 2011. A distanza di qualche giorno riporto il mio contributo sul tema “Felici e sfruttati, il lavoro al tempo di Internet” presentato a Trento il 10.11.2011. Un testo un po’ lungo, non pensato per Internet. Perdonate.
The Crowd is the King (or his Fool)?
di Dario Banfi
“Obama for America invita gli artisti del Paese a mettere a disposizione la propria creatività e appoggiare il piano del Presidente per creare subito posti di lavoro”. Inizia così l’appello lanciato online dall’amministrazione americana per trovare idee e promuovere con un poster uno dei programmi d’investimento più costosi della storia, il Jobs Act, da 447 miliardi di dollari, finalizzato al rilancio dell’occupazione. La modalità d’ingaggio è basata sul crowdsourcing: libertà di fornire suggerimenti e progetti, ma soltanto uno verrà ricompensato. La totalità dei designer in gara, a eccezione del vincitore, non vedrà riconosciuto un centesimo per un lavoro svolto in un contest dedicato proprio alla nuova occupazione.
Il cliente che tutti desiderano, il Presidente degli Stati Uniti, li ha fregati tutti in un colpo solo. AIGA, l’associazione dei designer americani non ci sta. Prende carta e penna e scrive a Obama, sostenendo che il “contest asks designers to work speculatively, creating designs without compensation for an activity that has value to a potential client, against established global principles in communication design”. Ci sono principi globali da rispettare, dicono. Nel design un’opera deve essere pagata. Addirittura :-) E continua AIGA: “The recent ‘Art Works: A Poster Contest to Support American Jobs’ demonstrates a lack of respect for the design profession, violates global principles and standards for professional design practice, contradicts the intent of creating jobs for American workers and asks designers to give up intellectual and creative property rights.” Ma è sufficiente invocare la mancanza di rispetto verso una professione?
Nel nostro piccolo pure noi abbiamo fatto la stessa cosa in Italia: il Ministero del Lavoro ha lanciato una gara su Zoopa per creare spot promozionali ai voucher che regolano i pagamenti del lavoro accessorio, per elimininare cioè il “piccolo lavoro nero”. Anche l’ADCI – Ars Director Club Italiano, in sostanza i creativi italiani, non sono stati a guardare e hanno posto il problema in un post sul loro blog. Ora la questione è certamente nota: il crowdsourcing è arrivato ai piani alti, a livelli fino a pochi anni fa inimmaginabili. Siamo nel cuore della Jackpot Economy, come la chiama Andrew Ross. Carlo Formenti lo definisce “il lavoro degli utili idioti” e non resta che chiedersi se ci siano margini di sopravvivenza, almeno per chi si guadagna da vivere in maniera autonoma e un salario fisso non ce l’ha. Partiamo da questa domanda.
Non è outsourcing, bensì marketing
Volevo mescolare una serie di contributi, valutazioni e interviste dirette che ho raccolto. La prima è una definizione ottimistica letta su MasseCreative, documento diffuso online con un’interessante raccolta sul tema del crowdsourcing. Michael Samson, co-fondatore della piattaforma CrowdSpring dice che va tutto bene: “La cosa migliore è che non importa più se sei laureato alla scuola di design di Rodhe Island o se sei una nonna del Tennessee con del tempo libero e una copia di Adobe Illustrator. Se il cliente preferisce l’idea della nonna, sarà lei a vincere il lavoro”. Ora se è vero che il principio di scarsità di cui parla Formenti non è venuto meno con le dinamiche di produzione Web based siamo salvi. Le nonne del Tennesse sono in numero finito, prima o poi moriranno pure. L’alternativa è che alle nonne subentreranno i nipoti e così via. Siamo fregati. L’unico modo per sfangarcela è allora di non puntare al Jackpot? Di non comperare il biglietto della lotteria? A ben vedere, la cosa è già posta in questi termini.
Durante un’intervista al vincitore di un contest italiano basato su crowdsourcing finalizzato alla creazione di uno spot per una grappa (poi passato in TV) è stato chiesto che cosa pensasse del sistema di gara e rispose: “Per fare cose fatte bene serve professionalità, persone che sanno fare il loro mestiere e siano pagate per questo. Non so se parteciperò un’altra volta. Si può fare una volta per divertirsi, ma non è pensabile che i professionisti lavorino gratis o con la promessa di una vittoria”. La stessa cosa mi ha detto con parole esattamente speculari (negando il concetto opposto) il vice direttore dell’ADCI italiano Mizio Ratti in un’intervista: “Chi fa un lavoro intellettuale di mestiere deve essere in grado di fare sempre ciò che gli viene richiesto. Non una sola volta, ma tutte le volte. Il lavoro creativo è essere creativo sempre”. Deve sapere “ripetere” se stesso, come diceva Jacques Derrida del matematico che alle origini del pensiero occidentale inventò la geometria.
Il fatto curioso è che ci siamo liberati dal fordismo e dalle sua macchine, per difenderci ora con la teoria che soltanto l’iterazione, il sapere fare due volte la stessa cosa, diversa, ma uguale, libera il lavoro. Ora il crowdsourcing non soltanto ribalta questa tesi, sperando di trovare sempre la prima e unica volta di molti soggetti diversi (sostituendo con la somma degli addendi il risultato di uno solo), ma snatura anche la funzione stessa della committenza. Se ci pensate l’occhio del professionista consiglia quello del committente: si cerca un creativo non essendo in grado da soli di esserlo, ovvero di creare… Ovvio, no? Oggi, invece, si sceglie il creativo in base all’opera fatta! Significa cioè che il cliente è diventato improvvisamente dotato di regole per comprendere come fare e come scegliere, ovvero è in grado perfettamente di scartare.
Questo triplo salto carpiato non è meramente una questione legata alla riduzione dei costi di produzione, ma nasconde altro. Cerca di modificare la natura del lavoro, facendolo diventare un consumo. Non è semplicemente espropriazione di un commons o di lavoro gratuito, ma una vera e propria vendita in conto capitale altrui. Si vedano le campagne realizzate sui siti di crowdsourcing: sono indecorose. Fanno schifo, senza mezzi termini. Una cosa che mi fa anche piacere, da una parte, visto che poi il cliente dovrà pur usarne una, sputtanandosi da solo, ma ciò che risulta più evidente è il fatto che le gare si avviano realmente per creare community intorno ai brand, al punto che i grandi investitori lo fanno (a volte anche consigliate da creativi o marketeer che non parteciperebbero mai a queste gare!) come campagna di marketing o per creare focus group, più che per motivi di outsourcing.
Cambiare natura al lavoro freelance: i metodi di espropriazione
L’intervento del Capitale, direbbe Formenti, per appropriarsi del valore prodotto segue precise modalità. Felici e sfruttati (Egea, 2011) non le descrive nella loro fenomenologia, parla genericamente di un’apparizione mediatica di prosumer e di esegeti e adepti della peer economy ecc. Se possibile, volevo entrare nei meccanismi. Vi faccio un esempio, relativo ai freelance. Come sapete stanno crescendo in maniera vertiginosa i sistemi di brokeraggio del lavoro intellettuale degli independent worker. Siti come eLance, Freelancer.com ecc. Crescono del 20% ogni mese. Freelancer.com ha raggiunto i 4 milioni di iscritti. Se si guarda in profondità come operano si possono ravvisaretre livelli significativi di distorsione del lavoro indipendente.
Venture capital di sé stessi?
Il primo, per esempio, messo in atto da Freelancer.com è il sistema d’asta del lavoro freelance. Ci aveva provato in maniera amatoriale un certo Fabian Loeaw con Jobdumping.de anni fa in Germania. I lavoratori svendevano il proprio salario pur di lavorare, ribassando il proprio costo orario: l’opinione pubblica e la legge l’hanno stroncato subito. Oggi è la pratica quotidiana sui portali per freelance. Ogni fornitore gioca contro gli altri, ognuno scommette sul suo guadagno come se fosse un venture capital, ma mette sul piatto una forma di “cottimo digitale”. Questo è effettivamente un non-senso, un corto circuito logico. Vincono regolarmente vietnamiti, cinesi e freelance delle aree più povere del mondo: la gara è sul costo della vita, alla fine, non sulle qualità del fornitore. Che cosa snatura questo meccanismo? In realtà la globalizzazione è solo il grilletto. Il colpo viene inferto alla prerogativa principale del lavoro autonomo di seconda generazione: la relazione e capacità di comprendere bisogni del cliente nella prossimità con lui, la capacità di entrare in contatto e interpretare i suoi desideri per creare soluzioni. Questi sistemi eliminano la qualità e riportano il lavoro al solo fattore di costo, costi quel che costi rispetto ad altri fattori.
Attenzione, però, i risultati sono ambivalenti, non soltanto negativi su scala locale. Un commentatore del mio blog, un Web developer, scrisse su questo tema: “Io sono felice di questa situazione, per i seguenti motivi: 1) I clienti “rompipalle” che vogliono un sito come eBay per 100 euro, finiscono su freelance.com e simili; 2) Quelli che il sito lo fanno giusto per averlo idem; 3) Quelli che tanto non ti avrebbero pagato idem di nuovo; 4) Quella porzione europea che fa lavori per 100 euro probabilmente uscirà dal mercato, a vantaggio di tutti. Alla fine, quelli che restano e bussano alla nostre porte, sono clienti per i quali vale la pena spendere tempo per studiare le soluzioni più adatte a loro”. Alla fine la percezione è che non siano mercati competitivi, ma sistemi di declassamento. Metodi per ritagliare nuovi contorni a categorie di professioni che accettano la reintroduzione del taylorismo e della competizione sul costo orario. In alcuni casi persistono limiti certificati di tipo linguistico e sembrano gli unici parametri protezionistici, unici veri confini geografici che restano, ma che potranno essere facilmente scavalcati in futuro da traduttori automatici, in stile shopping bot. Ancora non ci siamo arrivati, ma manca poco.
Indipendenti, meglio se per conto terzi
La seconda questione riguarda la natura dell’autonomia. Come viene citato da Formenti oggi crescono in Rete siti come oDesk che eseguono controlli sul lavoro. Non sulla qualità, ma sulla mera esecuzione. Fanno vedere al committente che ci siete. È una contraddizione in termini, in primo luogo, prima che una forma di sfruttamento: si cercano freelance indipendenti per ristabilire relazioni di controllo. L’obbligazione di mezzi, di cui parla il Codice Civile, se ci pensate, assume un contorno del tutto inedito.
Infine, c’è la più delicata delle questioni: l’intermediazione. Si prenda il caso di Twago che fa profitti sul lavoratore non sul committente. Il fee dell’intermediario lo paga soltanto il lavoratore, non il committente: l’inverso di quanto accade nelle pratiche più usate dagli head hunter. È una tassa sulla partecipazione, che tra l’altro si paga anche se non si vincono commesse, ma si deve sborsare per accedere al mercato. Ora lasciando perdere la legislazione italiana sugli intermediari che devono avere vincoli territoriali (e su questi siti non ci si pone minimamente la questione) per negoziare manodopera italiana, c’è un dettaglio non indifferente. Chi paga chi online? In realtà il committente mette soldi in cassa di Twago che sblocca a fine lavori su indicazione del cliente. E se il cliente non è soddisfatto? Con chi deve rivalersi il freelance? Quello che viene spacciato per un vantaggio (garantire il pagamento, che solitamente è anche a rischio su Web…) si configura invece come un ulteriore rischio perché si moltiplicano le relazioni tra le parti.
Il caso Huffington Post contro i blogger felici e sfruttati, poi non più così felici, ma solo sfruttati, si gioca esattamente su ambiguità di questo tipo: quale obbligazione esiste tra le parti se non c’era “obbligo formale” di produrre articoli secondo tempi, contenuti e modi? Ciò che è stato prodotto è stato comunque usato dall’HuffPost per fare profitti. E allora come la mettiamo? Il lavoro autonomo, come è noto, non ha obblighi se non di consegnare l’opera: è per definizione senza vincoli. Nel suo intervento a Milano durante lo IAB Forum Arianna Huffington ha ricordato la posizione nel contenzioso aperto con la class action promossa dai suoi bloggger: non devono essere pagati perché non c’erano vincoli di produzione. La Huffington ribalta cioè la questione in maniera retorica, rimettendo in gioco il fordismo, riportando il taylorismo nel sistema di produzione! Dice: “L’opera consegnata non era obbligatoria. Tu l’hai fatta con i miei mezzi, ora però è mia”. Sei un operaio cognitivo senza contratto, altro che freelance. Ora sono curioso di capire come la giurisprudenza valuterà questo fatto, che se avesse ragione la Huffington saremmo di fronte a una rivisitazione completa dal diritto del lavoro autonomo mediato da tecnologie digitali. Il Web appianerebbe l’autonomia come un rullo e tra Blogosfere, Il Post, Linkiesta, Il Fatto Quotidiano, Lettera43 ecc. non è escluso che qualche situazione del genere non emerga anche in Italia…
La Rete è per intero una carta assorbente di “lavoro” cognitivo?
Nei sistemi di crowdsourcing puro le condizioni non si possono certamente definire “professionali”: più che riqualificare il lavoro prodotto, gli spazi offerti servono a ridefinire il consumo partecipato dei produttori, facendo fare esperienze di marca prima di tutto. I pubblicitari che di queste cose se ne intendono stanno alla larga. Lo stesso fanno alcuni giornalisti, designer, programmatori che hanno un minimo d’esperienza. Come è possibile pagare un testo, conteggiando le parole, ma escludendo avverbi, parole di uso comune, elementi sintattici come fanno alcuni siti di crowdsourcing per scrittori?
L’ultimo libro di Formenti radicalizza la questione ed estende la problematica all’intera Rete, ponendo implicitamente la domanda: “Entrare in Rete, qualsiasi cosa si faccia senza ottenere remunerazione, è ipso facto, lavoro gratuito?” L’uso di un mezzo, sostiene Formenti, è già un lavoro, visto che comporta elaborazione cognitiva ed esperienza attraverso mezzi di altri: Google, Facebook, Twitter ecc. Citando la Wu Ming Foundation, ricorda che ogni volta che si accede a Facebook, senza saperlo, stiamo lavorando. Ma il lavoro in Rete è una produzione o un consumo di merci (o meglio servizi)? Si possono distinguere i due momenti? Perché se questo avviene sempre insieme – si produce soltanto consumando – siamo spacciati.
Da parte mia a evidenze simili – almeno sull’inutilità di ritagliare lo spazio del gratuito - sono arrivato da altri punti di partenza: l’economia del gratuito non funziona perché la circolarità dell’economia non si perde con il dono. Lo racconta bene Jacques Derrida (spettralmente evocato anche da Formenti) nel saggio critico verso Marcel Mauss Donare il tempo. La moneta falsa. Alla fine Marcel Mauss non regalava i suoi saggi all’editore, si può sintetizzare. Ma come è possibile che sui blog italiani, in Rete, su Facebook, fin dall’inizio, da quando sono maturati e cresciuti esponenzialmente, non ci fosse uno straccio di discussione sul lavoro mediato da Internet? Ci sarà un motivo? Dove si inabissa la questione? Ieri è bastato avviare l’hashtag #nofreejobs su Twitter per aprire il vaso di Pandora. Formenti dirà: bravi, ma è uscito su Twitter! In meno di un’ora è diventato il terzo trend in Italia, dopo la crisi di governo e Mario Monti. In serata era al primo posto. Il paradosso è che si sta sempre di più radicando l’idea che dal gratuito possano anche nascere professioni, per esempio quella di blogger. Felici, sfruttati e pure sognatori. Mutuando la discussione di tre anni fa avviata dall’Harward Business Review sul fatto se il manager fosse in sé una professione (e si arrivò a dire che no, non lo è), credo anche il blogger non sia una professione, ma le cose stanno prendendo direzioni strane. Ci stiamo convincendo che facendo gratis, partecipando, si possa vincere qualcosa. E allora chi deve mettere in guardia da queste storture? Come si esce dall’idiozia? Basta ridistribuire il Jackpot, come tentano di fare i blogger sfruttati dalla Huffington, o circondare con recinti i Commons e non farli espropriare dentro wallet garden proprietari dietro i quali si cela la fine del Web?
Nuove coalizioni, non moltitudini
Io credo che nuove coalizioni tra freelance siano possibili. Parlo soltanto del lavoro professionale autonomo. Non per reclamare un posto nell’economia fordista, un posto fisso, ma per esercitare in maniera sostenibile il parricidio del committente, per rendere vivo e praticabile il paradosso di trovare datori rifiutandone l’eterodirezione. Alla fine il nostro capitalismo che non è capitalismo, con buona pace di Aldo Bonomi, consiste nel rifiutare l’eterodirezione, non quello di possedere capitali di qualche tipo, e vedere ugualmente remunerato il lavoro. Il diritto tributario dirime le questioni legate all’IRAP allo stesso modo, magra consolazione che sa di sberleffo. Non disponiamo di caratteristiche d’impresa: i mezzi sono nostri, questo sì, ma senza capitale o possibilità di reinvestire su di noi il surplus. Siamo lavoratori senza organizzazione e direzione, ma non imprenditori. Tassati sul lavoro, senza stato patrimoniale nel bilancio.
Oggi quelli come me possono sopravvivere soltanto insieme. Nessuno di noi potrà avere la forza di imporre ai committenti qualcosa da solo, il giro lungo che ci tocca fare è di lavorare sulla cultura del lavoro e sulla legislazione, forzare lo stato sociale e insistere sul Welfare privato in senso lobbistico. Un modello interessante è quello promosso dalla Freelancers Union che insegna prima di tutto quanto contano le persone, le coalizioni che si incontrano nella vita, mangiano insieme, e spengono il computer quando devono decidere. Si possono ottenere risultati interessanti. Ve ne cito uno solo, relativo al lavoro pagato o non pagato. L’azione di lobbying della Freelancers Union ha portato all’approvazione nello Stato di New York del Freelancers Payment Protection Act per affidare al sistema pubblico la riscossione dei crediti dei freelance e sanzionare le imprese insolventi. Si ottiene garanzia sul rischio tramite il sistema pubblico, anzi lo si cede, visto che il recupero crediti costa e almeno di questo se ne fa carico chi tassa il sistema d’impresa. È un modo un po’ complicato, girato in un verso inedito, di riformulare l’idea di Welfare State. Le coalizioni di questo tipo io credo sono in grado di ridisegnare ruoli sociali, recuperando potere su chi ha potere e l’ha usato a sproposito. Fare coalizione oggi forse vuol dire denunciare a cielo aperto i soliti inutili furbi, comprendere come affrontare insieme il rischio e trovare nuove condizioni di mutualità, quando possibile, difficilmente espropriabili da terzi, conservando le aree di beneficio condiviso non riducibile ai singoli. I soggetti di queste coalizioni tuttavia hanno nome e cognome, non sono generiche moltitudini, versione ricomposta di quella gente (crowd) senza volto che diventa presto sorgente (source) di profitto, e proteggono gli spazi di scambio senza accettare tasse di partecipazione, intermediazioni o lavoro gratuito.
Trento, 1o novembre 2011
PS. Volevo chiudere con il buon umore: quando ho cercato informazioni online sul libro di Formenti, qualche mese dopo che lui ne aveva dato notizia via Twitter pubblicizzando un articolo uscito sul Corriere della Sera, sono arrivato a un pezzo pubblicato su un portale dove si offrono contributi gratuiti. La recensione non era male, però era copiata.
Appuntamento a Milano sul Lavoro cognitivo
Flc-Cgil di Milano organizza il convegno “Precarietà e lavoro della conoscenza: proposte a confronto“. Sabato 26 novembre alle ore 10,30 presso la Sala Napoleonica di Palazzo Greppi dell’Università di Milano (Via S. Antonio, 10).
IL PROGRAMMA
Prima parte – Comprendere il capitalismo cognitivo – Ore 10.30-13.00
Apertura e conduzione dei lavori: Loris Caruso (Flc-Cgil Milano)
Relazioni:
- Ivana Brunato (Segretario Camera del Lavoro di Milano) – Introduzione
- Carlo Formenti (Università del Salento) – Capitale e lavoro nel capitalismo cognitivo
- Emiliana Armano (Università di Milano) – Autonomia e subordinazione nel nuovo lavoro
- Sergio Bellucci (giornalista e saggista) – Quale conoscenza nel lavoro della conoscenza
- Cristina Tajani (Assessore al Lavoro, Università e Ricerca al Comune di Milano) – Economia della conoscenza e precarietà: la situazione a Milano
Seconda parte – Precarietà e lavoro della conoscenza: le proposte della Cgil, delle reti e delle associazioni del precariato intellettuale – Ore 14.00
Apertura e conduzione dei lavori: Attilio Paparazzo (Segr. generale Flc-Cgil Milano)
Interventi di:
- Mario Esposti – Consulta lavoro professionale Cgil
- Andrea Fumagalli – organizzatore Mayday
- Sergio Bologna – Acta (Associazione consulenti terziario avanzato)
- Giuseppe Allegri – Coordinamento nazionale Precari Università
- Claudio Nicrosini – Movimento scuola precaria
- Paolo Puglisi – Segr. generale Slc-Cgil Milano
- C.Re.S.Co (Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea)
- Dilva Giannelli – Atdal (Associazione nazionale per la tutela dei lavoratori over 40)
- Rete dei Redattori precari
- Precari degli Enti di ricerca
- Francesco Sinopoli – Segretario nazionale Flc-Cgil
Il programma in download.
Un commento al programma di Monti (e Fornero) sul Lavoro
L’analisi non è semplice, vista la densità e complessità della materia, ma quasi per slogan si può tracciare una sintesi del discorso tenuto oggi al Senato dal nuovo presidente del Consiglio, Mario Monti in materia di rifoma del mercato del lavoro. Ovviamente ci sono dietro i progetti e le valutazioni del nuovo ministro Elsa Fornero.
Questo è il discorso, in sintesi, di Monti al quale aggiungo qualche considerazione personale nel mezzo:
[...] in particolare per quanto riguarda l’integrazione operativa delle agenzie fiscali, la razionalizzazione di tutte le strutture periferiche dell’amministrazione dello Stato, il coordinamento delle attività delle forze dell’ordine, l’accorpamento degli enti della previdenza pubblica [...]
Primo punto: mettere insieme INAIL e INPS. Se, però, sullo sfondo c’è l’attuazione del Disegno di Legge Cazzola, è possibile che anche nelle Casse di previdenza dei professionisti si registrerà qualche scossone.
[...] Negli scorsi anni la normativa previdenziale è stata oggetto di ripetuti interventi, che hanno reso a regime il sistema pensionistico italiano tra i più sostenibili in Europa e tra i più capaci di assorbire eventuali shock negativi. Già adesso l’età di pensionamento, nel caso di vecchiaia, tenendo conto delle cosiddette finestre, è superiore a quella dei lavoratori tedeschi e francesi.
Secondo: il pensionamento secondo il parametro della vecchiaia non si tocca. Quello per anzianità?
[...] Il nostro sistema pensionistico rimane però caratterizzato da ampie disparità di trattamento tra diverse generazioni e categorie di lavoratori, nonché da aree ingiustificate di privilegio.
Affermazione da 10 e lode. Esplicitato: il meccanismo del retributivo che si mescola a quello contributivo crea forti disparità. Va sanata la questione. Con ”categorie di lavoratori” si potrebbe sottointendere autonomi/professionisti versus dipendenti, come sostengono i sindacati, oppure più propriamente lavoratori in Gestione Separata (atipici, partite IVA ecc.) vs tutti gli altri. La Fornero conosce bene le storture del contributivo. Speriamo non cada anche lei nell’abbaglio sindacale degli ultimi 10 anni contro i freelance e gli atipici. Sui “privilegi” è meglio non esprimersi, per scaramanzia, ma se davvero dovesse toccare i diritti acquisiti sul retributivo la partita sarebbe tra “equità sociale reale” in un’ottica di lungo periodo e “resistenze a oltranza dei poteri forti”, sindacati, pubblica amministrazione e magistratura inclusi.
[...] Coerentemente con il disegno della delega fiscale e della clausola di salvaguardia che la accompagna, una riduzione del peso delle imposte e dei contributi che gravano sul lavoro e sull’attività produttiva, finanziata da un aumento del prelievo sui consumi e sulla proprietà, sosterrebbe la crescita senza incidere sul bilancio pubblico.
Per abbassare il costo del lavoro (abolizione dell’IRAP?) vanno tassati i consumi e le proprietà. L’obiettivo è far pagare meno il lavoro, ma non si esplicita il metodo di finanziamento. Ulteriore innalzamento dell’IVA e reintroduzione dell’ICI? Non si sa. Il meccanismo, però, è chiaro: si fanno migrare tasse su imposte. Il costo del fare impresa viene ammortizzato con balzelli sui consumi, o meglio con rimbalzi sui cittadini. L’amministrazione dello Stato? Monti dice che deve starne fuori. E’ un puro processo neoliberista, per essere chiari.
[...] Con il consenso delle parti sociali dovranno essere riformate le istituzioni del mercato del lavoro, per allontanarci da un mercato duale dove alcuni sono fin troppo tutelati mentre altri sono totalmente privi di tutele e assicurazioni in caso di disoccupazione. Le riforme in questo campo dovranno avere il duplice scopo di rendere più equo il nostro sistema di tutela del lavoro e di sicurezza sociale e anche di facilitare la crescita della produttività, tenendo conto dell’eterogeneità che contraddistingue in particolare l’economia italiana. In ogni caso, il nuovo ordinamento che andrà disegnato verrà applicato ai nuovi rapporti di lavoro per offrire loro una disciplina veramente universale, mentre non verranno modificati i rapporti di lavori regolari e stabili in essere.
Poteva scriverla Pietro Ichino questa parte del discorso e nulla sarebbe chiambiato. Non è resa esplicita, però, la contiguità con gli obiettivi promossi dal senatore del PD probabilmente per incassare la fiducia del Parlamento. Appena il Governo l’avrà ottenuta, si scopriranno le carte. Intanto incassiamo anche noi freelance la promessa. Il “totalmente privi di tutele” si riferisce a noi, ai lavoratori atipici e ai contratti a termine. La posta in gioco è altissima. Per contenere le resistenze Monti (come Ichino) pone, però, i limiti del campo da gioco al solo “nuovo lavoro”. Scelta che creerà non poca confusione e che potrà essere digerita soltanto con un completo cambio generazionale. Un fatto che può produrre anche inconvenienti da non poco – tra i quali l’immobilismo ulteriore di chi ha buoni posti fissi ed elevata anzianità professionale - e intorno ai quali la Riforma Dini sulle pensioni del 1996 (tenendo un’analogia con la questione pensioni) che si scopre soltanto a distanza di 15 anni vada rivista per le sperequazioni prodotte – non pare abbia insegnato nulla! La frammentazione del mercato del lavoro genera iniquità e angoli ciechi. E in tutta onestà la proposta Ichino non mi pare vada nella direzione dell’universalità, visto che spacca in due il mondo dei freelance. Meglio niente allora? No, certamente!, ma si spera che la discussione su una riforma così robusta sia aperta, inclusiva, trasparente. Perché sotto la voce “universalità” si celano poi mille particolarismi, purtroppo. Fiducia? Poca.
[...] Intendiamo perseguire lo spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro, come ci viene chiesto dalle autorità europee e come già le parti sociali hanno iniziato a fare, che va accompagnato da una disciplina coerente del sostegno alle persone senza impiego volta a facilitare la mobilità e il reinserimento nel mercato del lavoro, superando l’attuale segmentazione. Più mobilità tra impresa e settori è condizione essenziale per assecondare la trasformazione dell’economia italiana e sospingerne la crescita.
Questo punto replica esattamante il contenuto della lettera di Draghi-Trichet al Governo precedente. Niente di nuovo. A differenza dell’azione portata avanti da Sacconi, con l’Articolo 8 della Manovra di agosto, si fa presente, però, anche la seconda parte della lettera, dimenticata dal precedente esecutivo. Serve il sostegno alla mobilità! Politiche attive, politiche attive, politiche attive. Tradotto: la revisione della disciplina sui licenziamenti senza sostegno al reinserimento lavorativo è come colpire una gamba chiedendo di camminare con l’altra. Non si riesce più a correre, si cade. Bravo Monti a ricordarlo. Ora, però, i fatti.
[...] È necessario colmare il fossato che si è creato tra le garanzie e i vantaggi offerti dal ricorso ai contratti a termine e ai contratti a tempo indeterminato, superando i rischi e le incertezze che scoraggiano le imprese a ricorrere a questi ultimi.
Altro punto del programma: occorre avvantaggiare il lavoro a tempo indeterminato, innalzando i costi di quello a termine. Se ho capito bene. Programma del PD, questa volta dell’ala Fassina e sindacale. A occhio indigeribile per la maggioranza uscente, Tremonti in testa, nonostante avesse pronunciato l’Apologia del Posto Fisso due anni fa.
[...] Tenendo conto dei vincoli di bilancio occorre avviare una riforma sistematica degli ammortizzatori sociali, volta a garantire a ogni lavoratore che non sarà privo di copertura rispetto ai rischi di perdita temporanea del posto di lavoro. Abbiamo da affrontare una crisi, abbiamo da affrontare delle trasformazioni strutturali, ma è nostro dovere cercare di evitare le angosce che accompagnano questi processi.
Un capolavoro diplomatico. Dice Monti: se ci sono soldi, avviamo una riforma degli ammortizzatori sociali. Tra l’altro per rispondere a una direttiva già specificata nel Collegato Lavoro di un anno fa, che ipotizzava 24 mesi per l’attuazione. Allora, però, si fece riferimento al solo lavoro alle dipendenze e ai contratti a progetto. Qui il nodo – e non è cosa da poco, politicamente – è come interpretare l’espressione “ogni lavoratore“. Finora sindacati e Governi (tutti) hanno sempre sottointeso le categorie indicate nel Collegato, escludendo freelance e autonomi. Se davvero Monti intendesse ogni lavoratore, come l’espressione in italiano indica, saremmo davvero alle soglie di una svolta epocale per il nostro Paese e per le politiche di sostegno al reddito. In tutta onestà, però, dubito che potrà essere una riforma di tal genere e così ardita. Come da una proposta di Boeri-Garibaldi di tre anni fa, per intenderci. Dubito per la premessa posta: si parla proprio di limiti di spesa.
[...] È necessario, infine, mantenere una pressione costante nell’azione di contrasto e di prevenzione del lavoro sommerso.
Ok. Questo, però, senza specifiche azioni non significa nulla in termini concreti. E’ una frase di rito. Non si parla di maggiori ispezioni, di inasprimento delle pene, o di altro. Doveva dirlo.
[...] Uno dei fattori che distinguono l’Italia nel contesto europeo è la maggiore difficoltà di inserimento o di permanenza in condizioni di occupazione delle donne. Assicurare la piena inclusione delle donne in ogni ambito della vita lavorativa ma anche sociale e civile del Paese è una questione indifferibile. È necessario affrontare le questioni che riguardano la conciliazione della vita familiare con il lavoro, la promozione della natalità e la condivisione delle responsabilità legate alla maternità da parte di entrambi i genitori, nonché studiare l’opportunità di una tassazione preferenziale per le donne.
Questo è il frutto della sensibilità della Fornero sul tema delle pari opportunità e sulla giusta valutazione sui ritardi delle politiche del lavoro italiane sul fronte dell’incentivazione al lavoro delle donne. Fiscalità di vantaggio, conciliazione vita-lavoro e congedi parentali impiegati attivamente anche dagli uomini sono alcune proposte. Finalmente! Detto chiaro, senza mezzi termini. Da padre senza diritto alla paternità, incasso. Sono contento. Introdurremo il “modello Europa del Nord” per i padri? Sarebbe fantastico. Sulla promozione della natalità, invece, non mi è del tutto chiaro che cosa significhi. Finora in Italia si sono susseguite talmente tante idiozie, che è difficile uscirne mentalmente, anche solo ipotizzando che cosa possa voler dire di nuovo. Spero abbandonino la strada del bonus bébé e degli incentivi in stile Meloni. Meglio puntare su asili e welfare locale. Vedremo.
[...] C’è poi un problema legato all’invecchiamento della popolazione che si traduce in oneri crescenti per le famiglie; andrà quindi prestata attenzioni ai servizi di cura agli anziani, oggi una preoccupazione sempre più urgente nelle famiglie in un momento in cui affrontano difficoltà crescenti.
Non mi pare di avere mai sentito in bocca a Sacconi la parola “anziani” o “servizi di cura”. E’ un passo avanti. Il massimo sarebbe vedere proposte o disegni di legge in direzione del riconoscimento del lavoro di cura familiare come lavoro sociale, da valorizzare con elementi figurativi di contribuzione, come alcuni illuminati studiosi delle politiche della famiglia hanno proposto in passato, putroppo inascoltati. Credo la Fornero conosca queste ipotesi.
[...] Occorre anche rimuovere gli ostacoli strutturali alla crescita, affrontando resistenze e chiusure corporative. In tal senso, è necessario un disegno organico, volto a ridurre gli oneri ed il rischio associato alle procedure amministrative, nonché a stimolare la concorrenza, con particolare riferimento al riordino della disciplina delle professioni regolamentate, anche dando attuazione a quanto previsto nella legge di stabilità in materia di tariffe minime.
Infine qualche sassolino nella scarpa dei professionisti. Sono un ostacolo alla crescita, senza mezzi termini. Le chiusure corporative vanno affrontate. Come? Rilanciando la concorrenza, magari delegando procedure amministrative, sembra di capire, rimodulando i metodi per creare studi associati e allargando i confini territoriali delle competenze dei professionisti, come scritto nella legge di stabilità. Allargo il mercato, apro le corporazioni. Do ut des. Monti non pare abbia accolto le indicazioni di Confropressioni :-) Sulle tariffe minime sarà, invece, battaglia dura vista la cmposizione parlamentare, fatta da avvocati, commercialisti, medici ecc. Vedremo.
Una sintesi finale. Un programma in linea con alcuni punti tracciati nella Legge di stabilità (e dalla BCE), ma con interventi forti sulle pensioni e sul lavoro al femminile, oltre ad avere un’ombra a forma di Pietro Ichino alle spalle, sulla questione più generale di revisione del sistema contrattuale e assicurativo. Si ipotizzano maggiori politiche attive e risparmi sulla macchina amministrativa INPS. In mezzo c’è la questione degli ammortizzatori sociali, vero nodo del Welfare State all’italiana, che crea fortissima disparità sociale, e che come diceva Rino Formica, sono come i fili dell’alta tensione. Chi li tocca muore. Monti è partito sapendo già che è a termine e questo forse è un vantaggio rispetto alla tradizionale paura di bruciarsi. Così è anche per la Fornero. Hanno un’occasione sola e lo sanno.
Per ora, a parole, sembra non abbiano paura di dire ciò che vogliono. Lo otterranno?
Nove
Arrivato. Piccola soddisfazione vedere il nono libro a cui partecipo come autore/coautore.
Grande soddisfazione, invece, sapere che l’editore ha acconsentito (non mi aveva fatto sapere più nulla…) a mettere la dicitura sulla diffusione del mio contributo sotto licenza Creative Commons. La pubblicazione non prevedeva compenso, ho deciso allora di partecipare lasciando liberi i diritti d’uso! D’altra parte il testo era già stato pubblicato su questo blog…
Limoni della Gestione Separata: aliquota +1%!
Era già successo nel 2007 con lo scalone: per foraggiare un’operazione riservata ai lavoratori alle dipendenze furono innalzate le aliquote contributive delle partite IVA. Ecco di nuovo la sconcezza inserita nel maxiemendamento (.PDF), all’articolo Art. 4-noviesdecies, comma 1: per finanziare le agevolazioni concesse agli apprendisti, su di un altro punto percentuale la quota da pagare per le pensioni dei freelance! Il bello è che a fronte di questa crescita dei costi del lavoro non c’è alcun ritorno per i lavoratori professionali autonomi. Un po’ come l’idea messa in pratica dal 2008 di prendere soldi dalla fiscalità generale (tasse che pagano tutti) per finanziare la CIG in deroga, alla quale cui gli autonomi non hanno diritto. Con il plauso di tutti, sindacati compresi. Ecco il testo del Maxiemendamento:
Al fine di promuovere l’occupazione giovanile, a decorrere dal 1° gennaio 2012, per i contratti di apprendistato stipulati successivamente alla medesima data ed entro il 31 dicembre 2016, è riconosciuto ai datori di lavoro, che occupano alle dipendenze un numero di addetti pari o inferiore a nove, uno sgravio contributivo del 100 per cento con riferimento alla contribuzione dovuta ai sensi dell’articolo 1, comma 773, quinto periodo, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 per i periodi contributivi maturati nei primi tre anni di contratto, restando fermo il livello di aliquota del 10 per cento per i periodi contributivi maturati negli anni di contratto successivi al terzo. Con effetto dal 1° gennaio 2012 l’aliquota contributiva pensionistica per gli iscritti alla gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, e la relativa aliquota contributiva per il computo delle prestazioni pensionistiche sono aumentate di un punto percentuale.
Sì insomma, sono caduti insieme a tutto il Governo, ma che se ne andassero davvero a quel Paese.
Coworking, un nuovo modo di comunicare con il mondo
Una recente intervista su freelance, coworking, riforma del regime dei minimi ecc. pubblicata sul blog Alzatevi e Partite IVA. Grazie a Massimo Potì e agli amici di Toolboox Coworking per la chiacchierata!
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Abbiamo rivolto alcune domande a Dario Banfi, giornalista freelance, copywriter, e coautore insieme a Sergio Bologna di Vita da Freelance, uno dei pochi libri pubblicati in Italia che prova a descrivere il mondo del lavoro atipico (freelance, coworker, lavoratori della conoscenza, wwworker, etc.) senza farne solo e unicamente una questione di precariato, come se tutti sognassero di ritrovarsi assunti a tempo indeterminato in una multinazionale. Ecco cosa ci siamo detti.
1. La prima cosa che colpisce leggendo il libro è la difficoltà che si incontra nel definire con precisione cosa distingue un lavoratore della conoscenza dagli altri: da una parte, chi ne fa quasi esclusivamente una questione contrattuale (semplificando, partita iva? lavoratore della conoscenza!), dall’altra, chi ne fa invece una questione di oggetto del lavoro (sempre semplificando, scrivi testi per siti web? lavoratore della conoscenza!). Tu, lavoratore freelance come la maggior parte dei lettori di questo blog, come definiresti il tuo lavoro?
Preferisco parlare di lavoro professionale autonomo. Freelance non è esattamente un sinonimo, ma può andare bene ugualmente. Nel titolo del nostro libro è un termine suggerito dall’editore, inizialmente avevamo scelto un’espressione più provocatoria, volevamo chiamare il libro “Da gentiluomini a mercenari”. Posso definirmi lavoratore professionale autonomo, ma anche freelance o mercenario, non c’è grande differenza: il primo è più vicino al linguaggio della ricerca sociale, definisce le mie relazioni con il sistema del lavoro, e dice che sono solo, ho elevate competenze e voglio svolgere attività in questo modo, senza cercare vincoli di dipendenza. Il secondo porta un po’ di cultura anglosassone nel nostro Paese e si sposa bene in quei contesti di lavoro più legati alla creatività. Ricorda che siamo liberi, ma il nostro vantaggio è anche un rischio, e per superarlo spesso dobbiamo unirci. Mercenario è invece un termine che abbiamo impiegato per ricordare chi siamo: lavoratori pagati per i progetti svolti e i risultati ottenuti, il sapere trasferito ai clienti, la natura temporanea e orientata al mercato del nostro lavoro.
2. Pensi che tutta di questa fatica nel definire chi siamo sia solo iniziale o che si tratti piuttosto di una condizione sine qua non per questo tipo di lavoro?
Penso sia una questione di “grammatica” del sapere (e, di conseguenza del potere). Ovvero di cultura consolidata, incompleta, spesso errata. In realtà non sono figure nuove o nate di recente.
Già negli anni Ottanta i consulenti erano ben conosciuti, si pensi ai pubblicitari. Mentre nel mondo anglosassone il termine freelance è di uso comune, e in alcuni ambiti come quello giornalistico, per esempio, indica un modo di lavorare che garantisce anche qualità più elevata e totale libertà di scrittura, nel nostro Paese non ha mai trovato reale emersione culturale per freni imposti dal sistema del lavoro, centrato quasi esclusivamente sul modello del lavoro alle dipendenze, intorno al quale si è costruito il potere di stampa, politica e sindacato, oltre allo stato sociale.
Alcune restrizioni sono maturate tra l’altro anche in seno alla cultura del professionalismo, dove la definizione di saperi strutturati ha dato vita a professioni riconosciute per “diritto pubblico”, controllate, protette, privilegiate. Non c’è nulla di imprescindibile nel lavoro indipendente, ci sono al contrario linguaggi e culture del lavoro che non hanno imparato a includerlo, raccontarlo, farlo emergere. Oggi ne paghiamo le conseguenze e il modo più rapido per definirlo è di associarlo impropriamente al precariato.
3. A proposito di professionalismi, tutti ormai auspicano una riforma radicale dell’istituto degli ordini professionali, che hanno fallito l’obiettivo di garantire elevati standard qualitativi divenendo in pratica ostacoli a una vera concorrenza. Ciononostante, capita di assistere ogni tanto a tentativi più o meno riusciti di creare tra i lavoratori della conoscenza entità simili agli ordini, un po’ come se sotto sotto il mondo fluido ambisse a diventare solido. Pensi che possano esistere forme di rappresentanza più fluide o che la fluidità sia solo una condizione iniziale destinata a lasciare il passo a una qualche forma di sindacato tradizionale?
No. L’obiettivo delle coalizioni descritte nel libro non è di assumere il ruolo del sindacato tradizionale o di sostituirsi ad esso, e neppure fondare nuovi ordini o ricomporre una nuova classe di lavoratori. Non esiste uno spazio giuridico o motivo di pensare a forme negoziali che portino al riconoscimento di una controparte unica per gli indipendenti come avviene per i rinnovi dei CCNL da parte del sindacato.
Le coalizioni di freelance che stanno nascendo in Italia, Europa e Stati Uniti, si pongono come interlocutori generali, con il compito di intermediare situazioni davvero eterogenee, riforme dello stato sociale o accordi con fornitori di servizi pubblici o privati, parlando con la politica o lo stesso sindacato. Fisco, previdenza, diritti di welfare locale, assistenza nazionale, riscossione dei crediti e altro.. riguardano interlocurtori diversi. Le coalizioni devono parlare una lingua unica, farsi portavoce dei diritti ed esercitare pressioni. La novità sta nello stile, non ambiscono a occupare poltrone, ma contano sulle ragioni critiche e sul consenso. Esercitano lobbying nel senso più corretto del termine, per direzionare scelte o meglio, rispetto al caso italiano, per riequilibrare le (molte) sperequazioni ai danni dei freelance.
4. Con l’ultima manovra, il regime dei minimi al quale tanti freelance fanno ricorso, è stato abolito o comunque fortemente ridotto nella sua applicazione. Alcuni parlano addirittura di un 95% di esclusi rispetto allo stato attuale. Quali pensi che saranno le conseguenze? Pensi che si tratti di un passo verso un maggiore riconoscimento del lavoro autonomo o di un ulteriore segno del distacco del mondo istituzionale dalla realtà lavorativa di ogni giorno?
La manovra è una presa in giro, purtroppo con conseguenze pesanti per chi esce dal precedente regime. Aumenteranno i costi, a partire dalla spesa relativa alla tenuta dei conti. Nessuno ha chiesto al mondo dei freelance che cosa pensasse di questa revisione. Questo la dice lunga sul valore che viene attribuito a questa realtà, considerata un mondo silente, abituato a subire e tacere. Eppure ci sono in ballo circa 500.000 persone.
Si è poi spacciata questa mini-riforma come metodo per favorire la nuova imprenditoria giovanile, ma a ben guardare il nuovo regime dei minimi non è applicabile a chi ha spese superiori a 15.000 euro in tre anni. Chi non le ha? Chi non ha sistemi d’impresa, ovviamente. In realtà, si è fatto un regalo alle grandi imprese che vedono abbassare ulteriormente il costo del lavoro (la ritenuta d’acconto passa al 5%) di giovani in entrata nel mercato, presi a lavorare, spesso impropriamente, con partita IVA. Oggi questa platea arriva anche al 50% dei neolaureati alla prima esperienza. Un brutto modo di mascherare un recupero di denaro sotto forma di nuove tasse sul lavoro professionale vero.
5. Un elemento comune a tutti i cosiddetti lavoratori della conoscenza è la natura ibrida degli spazi e dei tempi di lavoro: il freelance non ha orari di lavoro definiti né un luogo stabile in cui lavorare. La cucina di casa, l’internet café, una scrivania nell’ufficio di uno dei clienti: si lavora dovunque e a qualunque ora. Ultimamente però si sta diffondendo anche in Italia spazi dedicati al coworking, luoghi di lavoro ma con regole, consuetudini, abitudini diversissime da quelle dell’ufficio tradizionale.
Qual è la tua idea a questo proposito? Pensi che l’emergere del bisogno di uno spazio dedicato al lavoro sia il segno di un ridimensionamento del modello del freelance assoluto o che si tratti al contrario di un’ulteriore passo verso una maggiore definizione di quell’identità magmatica di cui dicevamo prima? Insomma il freelance che sotto sotto vuole tornare in ufficio o il freelance che si libera dell’ideologia associata alla sua posizione senza per questo rinnegarla?
Nessuna delle due :-) Credo che sia daterminato dall’emergere di nuove necessità, e dalla possibilità di trovare buone risposte. La nostalgia del posto fisso non c’entra, anche perchè chi va in un coworking non lo trova e neppure lo cerca. Spesso si è costretti a cambiare posto, scrivania, città. I coworking sono spazi di transito e sosta, senza differenza. Sono luoghi dove lavorare, incontrare persone o clienti, perfino perdere tempo. Consentono di recuperare quell’umanità del lavoro che è fatta di contiguità, tempo condiviso, ozio creativo in collaborazione con altri, opportunità di relazione viva, prossimità. Non si ritrovano ruoli e compiti predefiniti, come in ufficio.
I freelance che ci vanno hanno compreso, forse proprio grazie a Internet, per definizione strumento di nomadismo sedentario, che le relazioni sono importanti, e vanno coltivate dal punto di vista della qualità, in questo caso nella vita reale. Non va dimenticato che il networking è la prima forma di ammortizzazione del rischio per un freelance: nei coworking si cerca una scrivania, ma anche e soprattutto si cercano persone. Non sottovalutiamo poi due aspetti. Da una parte è matura la consapevolezza che si possa lavorare davvero e finalmente in piena libertà e mobilità ovunque. E’ un fatto prettamente tecnologico. Dall’altra molti coworking offrono servizi e occasioni volutamante studiate dai coworking manager per orientarsi, contaminare il proprio sapere, condividere esperienze, immaginare situazioni di coprojecting o start-up di nuovi business. Non è la deroga a un’ideologia del lavoro solitario, il ritorno in piazza dell’eremita, ma al contrario è il modo più preciso e specifico con cui un lavoratore indipendente mette in atto proprio il suo punto di forza, ovvero sapersi inserire in situazioni, creare relazioni simpatetiche, cercare esperienze, nuove opportunità, anche pratiche, da sperimentare. In sintesi entrare in un coworking è un nuovo diverso modo di “comunicare” con il mondo.
It’s not about place, it’s about people!
Dalla Cina all’Egitto, passando per le grandi città americane, le capitali europee e i nostri piccoli centri abitati. Il fenomeno dei coworking – aree attrezzate dove i freelance possono trovare una scrivania e lavorare, incontrarsi, svolgere riunioni con clienti, collaborare e organizzare eventi – non può più essere considerato una moda passeggera. È un fatto strutturale, che si consolida insieme alla crescita dei knowledge worker e del lavoro indipendente. “Non è semplicemente una questione di spazi, ma riguarda le persone e il loro modo di lavorare e fare nuove esperienze di condivisione e collaborazione”, spiega Jean-Yves Huwart, l’organizzatore della Coworking Conference 2011 di Berlino, un meeting internazionale che ha visto la partecipazione di oltre 300 coworker provenienti da 24 Paesi e quattro continenti. La stima elaborata da Deskmag e presentata nelle giornate berlinesi è di 1.129 spazi di coworking al mondo, 531 soltanto negli Usa, 467 in Europa, un’area dove raddoppiano ogni anno, e 70 in Italia.
In Cina sono soltanto cinque. Lo spazio Xin Dàn Wèi di Shangai è il più vecchio, si fa per dire, avendo soltanto due anni di vita, ma ospita oltre 6.000 freelance. Come racconta la proprietaria Liu Yan, per non destare sospetti in un Paese dove per fare il lavoro del consulente bisogna prima convincere i familiari dei clienti, il coworking mette in mostra ai passanti che cosa accade negli “uffici di gruppo” attraverso grandi finestre. E cosa si fa realmente in Cina, negli oltre 30 coworking di Berlino così come a San Francisco, Firenze, Pamplona? Ci si sveglia con un caffè al bar, si lavora da soli o in gruppo, si creano eventi per la comunità di freelance e si sviluppano relazioni. Niente di rivoluzionario dopo tutto. L’idea di associarsi può nascere nel box di casa o nel sottoscala dell’Ateneo, e diventare perfino un incubatore di piccole imprese con nel caso di Venture Garage, partito grazie a 20.000 euro assegnati dall’Università di Aalto ad alcuni studenti per aprire un coworking che oggi, oltre all’immancabile sauna, ospita sei start-up ogni sei mesi.
I coworking non sono comunque zone franche soltanto per giovani, ma aperte a tutti, lavoratori nomadi, ospiti temporanei e anche disoccupati, in cerca di impiego e orientamento. “Oltre a lavorare, aiutiamo chi cerca un nuovo percorso professionale, in alcuni casi assistiamo anche i suoi progetti di sviluppo commerciale. È un nuovo modo di cooperare e al tempo stesso abbassare le spese comuni, soprattutto in quei Paesi come la Grecia in forte crisi”, spiega Alexandre Kahn di CoCoAthens. Sono spazi in cui giocare il tutto per tutto, invece, quando lo stato sociale non esiste più, come in Egitto, dove gli unici due coworking del Cairo sono nati sulla spinta dell’entusiasmo che ha portato in piazza migliaia di persone. “La rivoluzione – racconta Mazen Helmy di The District-Egypt – ci ha dato coraggio e fatto riscoprire la forza individuale e collettiva, anche nello sperimentare nuovi modi di lavorare insieme”.
La formula a ogni modo piace anche nel vecchio Continente, dove nascono coworking per iniziativa di privati, piccole comunità di freelance e grazie all’intervento pubblico. È il caso del Belgio che ha stanziato 600.000 euro all’anno, per i prossimi tre anni, per facilitare lo sviluppo di questi spazi in Vallonia. “I freelance che chiedono finanziamenti devono però essere coinvolti in questo tipo d’attività e comunità”, precisa Lisa Lombardi, coordinatrice dell’iniziativa pubblica Creative Wallonia. A Parigi, invece, La Cantine ha già aperto i battenti da tre anni e ricevuto da Comune, Provincia e Regione insieme, la bellezza di 200.000 euro all’anno per sviluppare una rete di coworking, ospitare una media di 50 freelance al giorno e oltre 400 eventi all’anno.
Al di là dell’investimento, la chiave del successo è comunque la forza della comunità attiva che vive e lavora insieme. “Nel nostro caso – racconta Ramon Suarez di BetaGroup Coworking di Bruxelles – il progetto è partito da una base di 350 lavoratori digitali, dal popolo di Internet”. Lo conferma anche il caso di Lab121 di Alessandria, sostenuto da investimenti pubblici, che ha puntato prima alla costituzione di un gruppo motivato di freelance, poi alla messa a punto dei servizi. “È difficile stare sul mercato come lavoratore indipendente”, testimonia anche Alex Hillman del celebre IndyHall di Filadelfia. “In un coworking, tuttavia, ognuno cerca di aiutare gli altri. Sono posti dove andare, essere se stessi, condividere tempo e a volte lavoro. Non conta lo spazio, contano le persone”.
Alcuni grandi operatori, come TheHUB, hanno aperto sedi nelle maggiori capitali europee e americane, ma non mancano esperienze di network tra piccole realtà, come l’italianissimo Coworking Project di Massimo Carraro che conta oggi 58 affiliati. “Condividiamo strumenti di promozione e comunicazione – spiega Massimo – e permettiamo ai coworker di circolare tra gli spazi della rete presenti in Italia. Ogni coworking è indipendente, siamo cioè una comunità di comunità, in cui ognuna di esse gode dei vantaggi di tutte le altre.” All’appoggio offerto ai lavoratori autonomi il fenomeno dei coworking somma anche nuove opportunità di lavoro diretto per designer di interni, coworking coach, community manager e sviluppatori di servizi online, come nel caso di Enrico Cassinelli ed Enrico Icardi, i giovanissimi inventori di Shared Desks, nuovo motore di ricerca dei coworking nel mondo.
Dario Banfi, Avvenire, 9 novembre 2011, p.21 (èLavoro).
Scarica l’articolo “Coworking. Lavoro 2.0: libero e condiviso” in formato .PDF.
Lavorare insieme fa bene ai freelance
Si perde la sensazione di isolamento, si trovano nuovi contatti e aumenta la produttività individuale. Lo raccontano loro stessi nella seconda Global Coworking Survey condotta da Deskmag e presentata il 3 novembre a Berlino. Più di 1.500 coworker di 52 Paesi hanno confermato un giudizio positivo sulla condivisione dell’ufficio. Voto medio assegnato ai coworking nel mondo: 8,4. I valori principali che si ritrovano sono il senso della comunità (96% dei rispondenti); la libertà (93%); l’indipendenza (86%) e perfino il benessere fisico (85%). In questi spazi non mancano aree di ristoro, per il relax e la collaborazione. I freelance si conoscono quasi tutti per nome, si fidano a lasciare i propri strumenti incustoditi e ottengono anche interessanti miglioramenti nel business. Il 93% sostiene di avere migliorato le proprie reti sociali, l’86% anche quelle di business. Maggiore produttività e perfino maggiore fiducia in se stessi accompagnano spesso un accrescimento delle competenze lavorative. Prima dello spazio si apprezzano i “colleghi” d’ufficio al punto che l’86% degli attuali frequentatori non ha programmato spostamenti per il 2012. Per l’anno prossimo i manager prevedono ulteriori incrementi ma nonostante la fiducia e la crescita degli utenti soltanto il 39% dei coworking fa profitti. Un quarto delle iniziative sono tuttavia no-profit. La maggior parte dei promotori ha messo soldi di tasca propria, una media di 45.800 euro per l’avviamento, e trovato un unico principale concorrente: il tetto di casa, amato ancora dai freelance sedentari.
Dario Banfi, Avvenire, 9 novembre 2011, p.21 (èLavoro).
Scarica l’articolo “Coworking. Lavoro 2.0: libero e condiviso” in formato .PDF.
Leggi anche:
- Coworking beloved by users but not bean counters, survey finds by Jessica Stillman, GigaOM
- First results of Global Coworking Survey by Carsten Foertsch, Deskmag
- The 2nd annual “Global Coworking Survey” (on Prezi) by Carsten Foertsch
Argonauti e freelance
Venerdì sera (11.11.11, data propizia, che dite?) insieme a Sergio Bologna e agli amici dell’Associazione Argonauta parleremo ancora di lavoro, professioni, e freelance, anzi soprattutto di freelance e della loro vita. Ci troviamo a Villa Ruffini, ore 21.00 a Tradate (VA). Venite?
L’introduzione all’evento, redatta dagli organizzatori:
Lavoratori della conoscenza. Stiamo parlando di lavoratori che non sono né salariati, né precari, anche se sono economicamente dipendenti e hanno occasioni di lavoro intermittenti. Hanno una formazione elevata, lavorano nel terziario avanzato, nell’editoria, nei giornali, nella moda, nella pubblicità. Sono web designer e freelance. Sono stati “partoriti” dalla scolarizzazione di massa, dall’economia di rete e dal capitalismo cognitivo. Sono passati 20 anni dall’analisi sul lavoro autonomo di seconda generazione fatta da Sergio Bologna, studio che ci ha aiutato a capire le contraddizioni di questo processo, che ha determinato una progressiva riduzione del numero dei lavoratori dipendenti. Oggi questa tendenza è in aumento “poiché questo genere di modalità di erogazione del lavoro, è la modalità in cui si esprime l’attuale paradigma del lavoro individualizzato e frammentato, centrato sui saperi, sulle relazioni e sulle differenze”. In questo scenario la scommessa esistenziale sembra essere stata liberamente sottoscritta dalle nuove generazioni di “autonomi” e svincola lo “stato sociale” dalle funzioni di garanzia sulla sussistenza dei lavoratori. Questa nuova generazione è giovane, svolge professioni che si sarebbero dette “intellettuali” in un passato ancora recente in cui godevano di un elevato grado di autonomia e di possibilità economiche, sempre alla ricerca di nuove competenze. Li caratterizza la creatività, ed è sulla creatività che il lavoratore autonomo deve far leva dentro un mercato del lavoro che segnala la tendenza verso una perdita ulteriore di posti di lavoro a tempo indeterminato. Questa è la scommessa che si sta giocando. Nel frattempo questo popolo delle partite iva lavora in un mercato senza regole, nella più completa indifferenza di qualsiasi organizzazione. Di questo tratta il libro “Vita da freelance”, di questo vogliamo discutere anche se, come afferma Sergio Bologna, è difficile trovare oggi qualcosa o qualcuno che sulla condizione lavorativa sappia dire una parola esauriente o sappia proporre un modo concreto per ridare forza al lavoratore nei suoi rapporti con il datore di lavoro e le istituzioni. Nei casi migliori c’è qualcuno che prova a sperimentare terreni, che si focalizza su una situazione o una tipologia contrattuale. Occorre probabilmente costruire una rete, creare sinergie, occorre rendere “visibile” il risveglio dell’interesse per il lavoro e il risveglio di una volontà dei lavoratori di farsi rispettare.
Scarica la Locandina (.pdf) e l’Introduzione (.doc).
Lavorare in Rete, se ne parla all’IFG 2011 di Trento
Mancano pochi giorni all’Internet Government Forum 2011 di Trento. Giovedì 10 novembre alle 16.00 si parla di lavoro e Internet nel seminario “Lavoratori in Rete, felici e sfruttati“. Arturo Di Corinto modera CarloFormenti, Vincenzo Moretti e il sottoscritto. Cuore del dibattito, l’ultimo saggio scritto da Carlo Formenti “Felici e sfruttati” (Egea, 2011).
Che cosa fate, venite a chiacchierare con noi?


